LE CITTA’ DEL FUTURO? SONO GIA’ QUI. ORA LA SFIDA E’ RENDERLE “VERDI”

DI ALBERTO FORCHIELLI

Siamo tutti Greta Thunberg! Ci piace da impazzire il suo approccio, non solo verso la difesa dell’ambiente ma verso la vita in generale: lei sì che “muove il culo”! E sull’onda della mobilitazione studentesca dello scorso 15 marzo, con iniziative in duemila città di un centinaio di Paesi e promossa appunto dal movimento creato da questa 16enne svedese, che pare addirittura candidata a furor di popolo al premio Nobel per la pace (e diciamolo, se vincesse, meglio lei di tanti altri premiati nel passato), anche noi oggi – d’altronde come facciamo spesso – parliamo di sostenibilità ambientale in un ambito che viene affrontato raramente nei dibattiti generali. Ossia, come saranno le città del futuro?

Per esempio, se potessimo costruire una città da zero, come andrebbe fatta? È la domanda che si pone Peter Diamandis, quel geniaccio che oltre a essere un grande esperto di innovazione, è anche un noto blogger da seguire con piacere e attenzione sul suo omonimo sito, dove appunto riflette sulle città del futuro alla luce di due scenari piuttosto prevedibili. Il primo è che secondo i trend attuali entro il 2050 due terzi della popolazione, ossia più di 6 miliardi di esseri umani, vivranno in aree urbanizzate. Il secondo è che lo sviluppo tecnologico esponenziale cambierà radicalmente il modo in cui costruiamo e organizziamo le nostre future città.

Andiamo per gradi. Nelle città del presente vive oltre il 50% della popolazione mondiale, generando l’80% del Pil planetario. Per le Nazioni Unite l’urbanizzazione mondiale, nel 2050, vedrà una crescita di 2,5 miliardi di persone. Con un dato di grande impatto: il 90% di tale aumento sarà concentrato tra Asia e Africa. Chiaramente, a fronte di questa crescita, le aree delle città vedranno un grande aumento dei chilometri quadrati di estensione con la relativa diminuzione delle densità abitative, ossia meno persone per chilometro quadrato. Mentre l’altro dato emblematico è che l’aumento previsto della superficie urbana nei primi tre decenni del XXI secolo sarà maggiore dell’espansione urbana di tutta la storia umana!

Ecco quindi da dove arriva la domanda di Diamandis. Che serve a rispondere a una delle grandi sfide che ci riserva il futuro e che per fortuna sta tanto a cuore alla nostra simpatica paladina svedese: la sostenibilità ambientale, visto che le città a bassa densità tendono a produrre emissioni nocive più elevate rispetto alle città ad alta densità su dimensioni simili. Con la domanda di acqua ed energia che al 2050 aumenterà del 55%; e del 33% quella di energia al 2035.

A fronte di queste potenziali criticità è lo sviluppo tecnologico che può contrastarle. Ma quale sviluppo tecnologico, nel dettaglio? Soprattutto Big data, sensori ovunque, intelligenza artificiale e trasporti innovativi (dalla guida autonoma ai droni), al fine di ottimizzare ogni processo.

Poi Diamandis cita tre progetti che lo hanno colpito. Il primo è Sidewalk Labs, ossia costruire una città – o parti di essa – a misura di Internet. Con la conversione dei vecchi telefoni pubblici in punti di accesso tecnologicamente avanzati, completi della possibilità di videochiamare e di usare un wifi potenziato; a New York City sono previsti 7.500 di questi punti di accesso da installare nei prossimi anni, mentre a Toronto, nell’ottobre 2017, è partita la costruzione del quartiere ultra-tecnologico Quayside.

 

Nel mondo occidentale e in quello emergente, una via per la sostenibilità ambientale è anche quella di puntare a un’edilizia intelligente, che riduca l’uso di energia e di acqua, applicando la nuova frontiera della costruzione “verde”, accelerando sulla condivisione di risorse e infrastrutture

Il secondo è Belmont, la città intelligente immaginata – e sovvenzionata con 80 milioni di dollari – da Bill Gates insieme alla società d’investimenti Belmont Partners – da qui il suo nome – e che verrà costruita alle porte di Phoenix, in Arizona. Super-tecnologica, progettata attorno a reti digitali ad alta velocità, data center, nuove tecnologie di produzione e modelli di distribuzione, veicoli e centri logistici autonomi, sarà costruita da zero su una superficie di 24.800 acri che adesso è semplicemente deserto, e prevederà 80mila abitazioni, 3.800 acri di aree industriali, uffici e negozi e 470 acri per le scuole pubbliche. Perché da zero? Perché immaginare le infrastrutture future da zero è molto più semplice ed economico rispetto all’adattamento di un tessuto urbano esistente.

Il terzo progetto è il Piano strategico 2021 di Dubai, che la farà sempre più assomigliare a una città uscita da un film di fantascienza, con il 25% degli edifici costruiti con stampanti 3D! Il 25% del trasporto cittadino automatizzato e senza conducente. Installazione di centinaia di stazioni artificiali simili ad alberi che utilizzano l’energia solare per fornire alla città wi-fi gratuito, informazioni logistiche e prese per la ricarica dei telefonini. Per essere, entro il 2020, una delle 10 città più sostenibili del mondo.

Oltre a questo tris d’assi, per l’occasione citiamo di nuovo il progetto Oakland EcoBlock, supportato dall’Università della California. Si tratta di uno sforzo multidisciplinare che coinvolge diverse sfere socio-economiche – dagli ingegneri agli esperti di società fino a esponenti di università, industria privata e organizzazioni senza scopo di lucro. In sostanza rappresenta l’ammodernamento di una quarantina di vecchie case contigue in un quartiere a basso e medio reddito vicino al Golden Gate, nell’area di San Francisco, in California. Con l’obiettivo di ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili, acqua e le emissioni di gas serra. La previsione conta che l’investimento infrastrutturale sarà recuperato con il risparmio delle spese operative ma garantendo comfort e sicurezza per i residenti.

Come? Pannelli solari intelligenti che saranno in grado di immagazzinare l’energia solare in eccesso per ricondividerla a tutte le abitazioni. Auto elettriche in condivisione che usufruiranno di due dozzine di stazioni di ricarica locali. Già solo queste misure dovrebbero dimezzare il consumo annuale di elettricità e portare a zero le emissioni di CO₂ (va sottolineato che oltre un quarto delle emissioni di gas serra degli Stati Uniti provengono dalle abitazioni).

E siccome il 50% del consumo di acqua nelle case della California è destinato a prati e giardini, l’idea di EcoBlock è quella di ridurre nel progetto la domanda di acqua potabile fino al 70%, attraverso il trattamento e il riutilizzo dell’acqua usata per lavatrici, giardinaggio e irrigazione. L’acqua piovana verrà raccolta e utilizzata per servizi igienici e lavatrici. Mentre anche i rifiuti avranno una filiera virtuosa.

In conclusione, nel mondo occidentale e in quello emergente, una via per la sostenibilità ambientale è anche quella di puntare a un’edilizia intelligente, che riduca l’uso di energia e di acqua, applicando la nuova frontiera della costruzione “verde”, accelerando sulla condivisione di risorse e infrastrutture. Nella speranza che questi esempi virtuosi mettano in moto un volano di emulazione per le altre città del mondo. Come succede per persone speciali come Greta Thumberg, nella capacità di farci sentire tutti un po’ più ambientalisti!

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/18/le-citta-del-futuro-sono-gia-qui/41452/?fbclid=IwAR3myM90fDkcoW6X1nnMnCERo0KAe6VNOVKxDMa5MMoUSJucYL8ccIJVd_w