NEOLIBERISMO: QUANDO LA RICERCA DEL CAPRO ESPIATORIO ESAGERA UN PO’

SIMONE BONZANO

 

“La verità, vi prego, sul neoliberismo” di Alberto Mingardi, la recensione/discussione sul perché l’economia non si può semplificare.

Se il PIL italiano stagna, si sà, la colpa è della globalizzazione neoliberista che porta il lavoro fuori dal paese. O delle politiche di contenimento del deficit neoliberiste imposte da un manipolo di eurocrati ordoliberisti di stanza a Bruxelles. Se si spaccia, la colpa è delle politiche mondialiste neoliberiste che spingono all’immigrazione incontrollata. Inoltre le buche nelle città sono la colpa di politiche neoliberiste che hanno privato i comuni dei fondi, ma, soprattutto, quando non trovi lavoro – o il lavoro è sotto pagato – è sicuramente colpa del neoliberismo.

Magari quello delle sinistre neoliberiste – se sei di destra – o delle destre neoliberiste – se sei di sinistra.

Comunque vada, si parli di fusioni bancarie, scandali calcistici, financo della crisi del 2008, tutto sarà sempre colpa del neoliberismo, inteso come una sostanziale “deregolamentazione del mercato” associato all’espansione del capitalismo finanziario. Tutto sicuro, tutto assodato: è così!

Solo che non è per niente così e quanto ho scritto fino a qui non solo non è reale, ma é un uso altamente improprio e dispregiativo di un termine prettamente generico applicato a contesti di ultra semplificati. Non sta, sostanzialmente, in piedi e per talmente tanti motivi che potrei dedicare l’intero blog a descriverli.

O invitarvi alla lettura del libro “La verità, vi prego, sul neoliberismo, quel poco che c’è, quel tanto che manca” di Alberto Mingardi pubblicato da Marsilio Editore.

“La verità, vi prego, sul neoliberismo”  fa del dimostrare quanto poco sappiamo dell’economia la sua bandiera. Perché se non si conosce la scienza economica, i suoi fondamenti e la sua storia, non possiamo capire come funziona il mondo, figurarsi discernere se viviamo in mondo pervaso dal demone neoliberista. Infatti è proprio per questa mancata conoscenza che cadiamo vittime negli stereotipi, come che gli imprenditori sono tutti malvagi, i commercianti tutti evasori, i professionisti tutti ricchi e noi tutti schiavi.

Fra questi stereotipi c’è, come detto. il neoliberismo.

Perché di stereotipo si parla o, meglio ancora, di un postulato: il neoliberismo è una specie di mostro distruttivo che si aggira per il mondo per distruggerlo a favore di pochi. Questo dando per scontato che esista un pensiero neoliberista monolitico e non che – come è nella realtà – un nome dato ad un’insieme di teorie molto eterogenee che hanno in comune una sola cosa: aggiornare il liberalismo economico e coniugarlo con la complessità delle società contemporanee ultra-complessa.

Che è la sua definizione corretta.

“La verità, vi prego, sul neoliberismo” è un testo interessante, ricco di dati e riferimenti che ha un pregio, essere divulgativo e accessibile. Al punto che chi è già avvezzo alla dottrina economica lo potrebbe trovare un testo ridondante, ma non lo è, perché mantiene una profondità scientifica degna del suo autore (ricercatore CATO institute e direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni).

Non si tratta, però, di un trattato di economia, perché, più semplicemente, parla di noi essere umani e della nostra maledetta tendenza a semplificare e generalizzare i concetti che sentiamo complessi. Perché il nostro cervello ne ha bisogno per sintetizzarli e analizzarli. Il che può andare bene per risolvere problemi personali, ma diventa largamente fuorviante se il soggetto è l’immenso network di interazioni che generano la società umana.

Di esempi, nel libro, ce ne sono a dozzine e tutti ruotano attorno al fatto che l’economia, si parli della nascita di un prodotto o dell’interazione commerciale fra due Stati, è un insieme di fattori sincronici e diacronici di difficile comprensione e proprio per questo si prestano alla semplificazione ideologica, qualora l’economista/divulgatore che ne scrive voglia dimostra una specifica teoria (vedi i vari pseudo-economisti che si aggirano per i social con libri autopubblicati).

L’esempio più corposo portato da Mingardi, è “Lo Stato Imprenditore”, testo del 2011 di Mariana Mazzucato dove l’economista italiana spiegava che l’innovazione tecnica/tecnologia è figlia solo ed esclusivamente dell’intervento statale. Il lavoro di Mingardi, certosino, è esemplare: egli prende alcuni degli esempi scelti da Mazzucato e li contestualizza, raccontandone pregressi storici, innovazioni involontarie e dettagli. Al lettore rimane in bocca il gusto di qualcosa di più completo, ovvero che attribuire l’innovazione al solo intervento statale è errato quanto attribuirlo all’intervento miracoloso di un solo soggetto nel tempo e nello spazio.

Se il mondo è complesso, infatti, complesse sono sia i suoi processi produttivi sia i suoi processi commerciali. Così come è impensabile vedere uno Stato dirigere l’innovazione a tavolino, allo stesso modo è inimmaginabile pensare ad una lobbie di finanzieri/economisti che a tavolino decida come si sviluppa il mondo.

Prevedere gli andamenti economici è impossibile, ma coordinare l’intera economia lo è ancora di più. Nello specifico l’esempio di Mingardi risulta molto pop, un tratto che ritroviamo in tutte le oltre 300 pagine del libro e che lo rendono scorrevole, ma non scialbo, preciso, ma mai eccessivamente tecnico. L’esempio, dicevo, è Blade Runner.

Nel mondo immaginato dagli sceneggiatori del primo film, nel mondo sono rimaste poche mega-corporazioni, fra cui Pan Am e Atari. Queste erano le compagnie USA più grandi e ricche di fine anni 70, i colossi che avrebbero mangiato tutto e tutti: erano gli Amazon e Google di allora. Ebbene, sono entrambe fallite, in barba al sentire comune del 1979 che vedeva in quei colossi, poteri capaci di manipolare il mercato, e i consumatori, a loro piacimento.

Il vedere nel liberismo, pardon, neoliberismo il nemico, il deus ex machina del male mondiale, il motore segreto della globalizzazione non è che un modo per cercare un capro espiatorio per errori che, in molti casi, dipendono da errori manageriali o, visto che di neoliberismo non ce n’è così tanto, statali ed amministrativi.

Cerchi, insomma, una definizione semplice che suona più o meno così: se il tuo Stato ha un problema o è perché è stato governato da neoliberisti o è colpa dei finanzieri neoliberisti, a seconda se l’accusa viene dall’opposizione o dal Governo.

Anche in questo caso Mingardi ci dimostra come la verità sul supposto neoliberismo italiano sia nascosta in bella vista. Invece di avere un paese che ha perseguito una politica neoliberista – alla Tatcher per capirsi – viviamo in un paese con alta pressione fiscale (che il neoliberista vorrebbe bassa) al 43% (reale, al netto del PIL da lavoro nero, è oltre il 50%) e la spesa pubblica (che il neoliberista vorrebbe ridurre) al 48%. Dati, attenzione, che non sono in calo rispetto al mondo pre-neoliberismo, ma in costante crescita dal dopoguerra ad oggi.

Quindi di cosa stiamo parlando? E qui la risposta la lascio a voi, magari dopo aver letto anche voi “La verità, vi prego, sul neoliberismo”.

Forse anche voi converrete con l’autore e me sul fatto che viviamo la drammatica realtà di una società che si ciba di frasi fatte e di una quantomento colpevole ignoranza dei fondamenti dell’economia da parte delle classi dirigenti, siano esse politiche o mediatiche.

All’opera riconosco un unico difetto: in un mondo normale, in cui la stampa fa il proprio lavoro e i cittadini esercitano il proprio pensiero critico, questo sarebbe un libro inutile. Essendo però questo un mondo non normale, non penso di potergli fare un complimento migliore.