SEI ANNI FA SE NE ANDAVA, NATURALMENTE DI CORSA, PIETRO MENNEA

DI- STEFANO ALGERINI

“Capitava che mi svegliassero di notte e mi dicessero: <<E’ arrivata una Porsche da Brescia, andiamo>>. E io andavo, e sul viale di Barletta sfidavo la Porsche sui 50 metri. E naturalmente vincevo”. Non è un cavallo da corse clandestine la voce narrante. No, erano parole di Pietro Mennea, il più grande velocista della storia dell’atletica italiana, in una delle sue ultime interviste prima di lasciare questo pianetino polveroso esattamente il primo giorno di primavera di sei anni fa. Un inizio di carriera unico per un personaggio a sua volta unico ed irripetibile. A quell’epoca il cronometraggio elettronico non c’era nemmeno in pista, figurarsi sul lungomare di Barletta, quindi resterà il mistero sui tempi che il piccolo Pietro realizzava per battere le fuoriserie venute dal nord. Peccato. Quello che si sa invece, per sua stessa ammissione, sono i premi che guadagnava con queste sue sfide quasi mitologiche (uomo contro cavallo d’acciaio): un panino, un biglietto per il cinema, 500 lire. Insomma il cavallo da corse clandestine a cui sia accennava probabilmente alla fine era ripagato meglio. Però oh: vista l’assenza di talento dell’atletica italiana (almeno in tema di velocità) nei decenni successivi, forse poteva essere una metodologia di allenamento da tentare, hai visto mai…

Sicuramente però non sarebbe servito ad avere un altro Mennea. Perché uno come lui non si poteva riprodurre neanche con l’ingegneria genetica. Un mistero, ecco cos’era quel piccolo pugliese con la mascella alla Totò che sua maestà Gianni Brera definiva “stortignaccolo”, sicuramente calcando la mano, ma certo non andando lontano dalla realtà se lo si paragonava agli “atletoni” che batteva ogni volta in cui scendeva in pista. E’ vero che ancora non si era nell’epoca dei mostri ipertrofici che sarebbero venuti successivamente (mostri però costruiti, come si seppe in seguito, in larga parte grazie ad un notevole lavoro in laboratorio) però già quelli che occupavano le corsie intorno a lui lo sovrastavano fisicamente.  Basta vedere i filmati dell’epoca: era il più piccolo, il più magrolino, spesso anche con la maglietta della salute sotto la canottiera azzurra. Insomma quasi antiestetico, eppure vinceva. Partiva male, regalava metri, ma vinceva lo stesso. E come faceva? Allenandosi, anzi allenandosi come un mulo. “5-6 ore al giorno per vent’anni. Però ripensandoci mi sarei potuto allenare anche un paio di ore al giorno in più”. Eh certo, il problema era però trovare qualcuno che potesse fargli compagnia. Sì, perché come un Foreman o un Tyson, lui gli “sparring partner” li distruggeva.

E quindi come raccontava si trovava spesso solo con Carlo Vittori, il suo allenatore storico, che lo seguiva in vespa. Già, Vittori, altro personaggio particolare ed irripetibile dell’atletica italiana. E non solo dell’atletica, perché una volta passato al calcio riuscì, facendo il preparatore atletico alla Fiorentina, a salvare dalla pensione anticipata un ragazzino che si diceva avesse muscoli troppo fragili per giocare ad alto livello. Si chiamava Roberto Baggio, magari ne avete sentito parlare. Beh comunque quella coppia lì, Mennea-Vittori, riuscì, grazie alla testardaggine, in quello che appariva impossibile: portare un “italianuzzo” a stabilire il record del mondo dei duecento metri. In altura, d’accordo, però non doveva essere un tempo così male se ha resistito quasi vent’anni come primato mondiale ed è tuttora record europeo. Nonostante tutti i mostri alimentati a pane e provette di cui si diceva che provarono con costanza a cancellarlo dalla storia.

Ecco proprio riguardo l’alimentazione un’altra cosa divertente che raccontava Mennea era il menù che seguì lui, e tutta la squadra italiana, proprio in quella trasferta messicana per le Universiadi dove stabilì tutti i record possibili: “Per venti giorni mangiammo spaghetti conditi con pomodori pelati e una forma di parmigiano che ci eravamo portati dall’Italia. Quando il parmigiano finì condivamo gli spaghetti direttamente nella mezza forma di parmigiano che avevamo scavato a furia di grattarlo. Erano ancora più buoni! Solo che quando raccontai questa cosa, molti anni dopo, ad un convegno di luminari nutrizionisti dello sport, abituati a pesare ogni grammo di calorie, mi tolsero il saluto…”. Ecco, uno irripetibile appunto. Perché se bastasse allenare come uno schiavo un atleta promettente per ottenere risultati simili, probabilmente qualcuno vocato al martirio si troverebbe. Ma non sarebbe sufficiente, c’era qualcosa di magico in Pietro Mennea e in quella volontà cieca di giungere al risultato, alla vittoria, che alla fine era quasi autolesionistica. E infatti erano rari i suoi sorrisi negli anni in cui gareggiava. Solo alla fine della carriera si sciolse un po’, anche nel fisico. Ma bastava poco per vedere tornare sul suo volto quell’espressione un po’ corrucciata, come se pensasse sempre: “sì, va beh, ho vinto tanto, ma forse si poteva fare meglio”. Eternamente insoddisfatto, anche con le medaglie al collo, anche con il nome scolpito nella storia. Ma forse bisogna fare così per essere speciali. E lui era speciale: lui era Pietro Mennea.