VIA DELLA SETA: CAVALLO DI TROIA CINESE O STRATEGIA DELLA NOSTRA EMANCIPAZIONE DAGLI USA

DI ALBERTO TAROZZI

Il domani è già qui. Un domani dai colori della Cina che col suo presidente Xi Jinping e un seguito di diverse centinaia di persone attraverserà l’Italia da Roma a Palermo. Tra cortesia e affari. La cortesia consiste nella visita nella città natale del nostro presidente della Repubblica (Palermo). Ma gli affari?

Sottoscriveremo l’accordo denominato Via della Seta (BRI)? Cosa c’è scritto? Che vantaggi ne ricaviamo?

La polemica infuria. Guardiamo agli affari, quelli rappresentati, secondo norma nella stesura di un Memorandum d’intesa italocinese che porta al coinvolgimento della controparte italiana nella BRI. La Via della Seta, che su scala planetaria implica un volume di affari assimilabile a quello che fu il Piano Marshall del secondo dopo guerra. Si disse che quel piano avesse risollevato l’economia italiana, oltre ad avere fatto definitivamente uscire gli Usa da una recessione iniziata prima della guerra e ad avere determinato un’alleanza forte utile agli Usa sul piano militare.

Sicuramente benefici non solo per noi. Questo è anche lo spirito della Via della Seta. Benefici reciproci per chi ne è all’interno e buoni propositi per chi ne resta fuori. Diffidenza sulla reciprocità da parte di chi fuori sembra volerne rimanere. Per la precisione i G7 dalla Germania alla Francia, dagli Usa, al Regno Unito al Giappone al Canada. Meno diffidente è apparsa fin qui l’Italia. Da qui, per legge transitiva, la diffidenza di chi non ci sta nei nostri confronti: se a noi piace qualcosa che ad altri non piace finisce che agli altri non piacciamo noi. Pura guerra di interessi o permangono punti meritevoli di chiarimento. Bene inteso che i punti deboli vengono enfatizzati da chi trae convenienza dal nostro restarne fuori; ma forse un’analisi punto per punto si rende necessaria.

In effetti messaggi intimidatori provengono da Washington, quelli un po’ più sibillini da Bruxelles. Lega malleabile a dispetto dei proclami sovranisti. Sarebbe dunque il caso di liquidare i diktat di oltre oceano. A patto però di vederci chiaro distinguendo quanto ci viene interdetto per via esterna e quanto effettivamente ci lascia perplessi relativamente al nostro oggettivo interesse.

In primo luogo da abbandonare il “così fan tutti”, che parrebbe avallato dal fatto che quasi tutti i paesi che non si aggregano al convoglio sulla Via della Seta hanno un interscambio commerciale con Pechino superiore al nostro. I legami del progetto BRI sono infatti sicuramente superiori a quelli determinati da un interscambio di routine, per quanto elevata possa essere la sua consistenza. Ma come ricavare gli elementi per un giudizio più preciso?

Esiste un Memorandum d’intesa chiamato anche Memoriale, Documento, Protocollo. Particolarmente infelice quest’ultima dizione. In effetti una cosa è il Memorandum, centrato su alcune petizioni di principio. Altra cosa i singoli protocolli che definiscono specificamente le attività di interscambio. E’ su questi ultimi infatti, i soliti diabolici “dettagli”, che si gioca la partita.

Procediamo con ordine. Il Memoriale, in sei paragrafi, si articola negli obiettivi principali, nelle aree di cooperazione, nelle relative modalità e meccanismi di intervento. Nonché nelle modalità di risoluzione delle controverse e nella applicabilità degli accordi dal punto di vista legislativo, con riferimento anche alla normativa europea. Fin qui il profano non vede motivi trasparenti di conflitto col resto del mondo: il rafforzamento dei rapporti politici italo-cinesi è quasi un passaggio obbligato; parlare di accogliere il dibattito in corso nella Ue anziché recepire quanto già definito tra Cina e Ue può costituire una sfumatura. Il reiterare i riferimenti allo sviluppo sostenibile e i richiami contro il protezionismo fanno arricciare il naso a Trump più che all’Ue. Ma ce n’è davvero abbastanza per definire l’accordo della Cina con l’Italia un cavallo di Troia per la sua entrata a gamba tesa nella Ue?

Qui vale forse la pena di fare attenzione alle dichiarazioni espresse sul nostro fronte interno.

Sicuramente c’è la preoccupazione di un possibile ricatto. Che abbiamo torto o ragione siamo oggi in grado di restare indifferenti al dissenso degli Usa, senza che questa disubbidienza, encomiabile moralmente, ci danneggi gravemente a livello materiale? Torna di attualità, sotto altra veste, la famigerata analisi costi-benefici. Però se la Confindustria, attraverso anche il Sole 24, e la Coldiretti, che di benefici potrebbero essere destinatari, esprimono perplessità, significa che argomenti di riflessione sussistono anche in materia di realpolitik. Lasciando perdere le filippiche di chi, come Berlusconi, ieri ci avrebbe salvato dai comunisti. Oggi dai cinesi. Domani, forse, dai marziani.

In linea generale, dubbi derivanti dal fatto che il Pakistan, come alcuni paesi africani, successivamente al patto, abbiano visto aumentare i loro debiti. Dubbi inoltre sul fatto che, già in conseguenza all’interscambio extra BRI, il nostro agroalimentare, pure quasi triplicando l’export, lo veda permanere al di sotto delle importazioni. Inoltre queste ultime sono risultate inclusive di insetti patogeni in grado di danneggiare alcuni settori del made in Italy. E poi come mai il paese che ha il massimo interscambio con la Cina, ma rapporti politici non idilliaci, come l’India, non ha aderito al BRI. Risvolti politici possibili, non semplici da individuare.

Veniamo ai protocolli. Sotto la lente di ingrandimento quello che prevederebbe interventi cinesi sul porto di Trieste, ma anche di Genova, entrambi probabilmente nel mirino e fonte di controversie interne. Il sindaco di Genova plaudente, la Lega mica tanto. O come quello riguardante le comunicazioni per via satellitare e buona parte del capitolo hi tech. Idem dicasi sulle zone franche. Sulle già citate telecomunicazioni (5G in particolare), sul settore energetico, quello dei trasporti e della difesa il governo italiano si riserverebbe comunque una golden share, vale a dire un diritto di veto nei confronti di imprese straniere qualora si configurino rischi per gli interessi e la sicurezza nazionali. Ancora un punto oggetto di possibili obiezioni potrebbe essere un’ostilità dell’Ue contro imprese cinesi sostenute dallo stato e quindi al di fuori di quel regime di libera concorrenza che la Ue parrebbe avere finora sempre richiesto (ma si può dire altrettanto per i business intrattenuti dai cinesi con stati quali Israele e Arabia Saudita?).

Prevarranno gli elementi che ci vedono marciare nella direzione di una nostra autonomia in politica economica, a dispetto di qualche contraddizione, ma comunque emancipati rispetto all’amico americano?

Previsioni? Sicuramente sorrisi. Meno sicuro il gusto che li contraddistinguerà. D’altronde nella cucina cinese il sapore agrodolce gode di notevole rilevanza. Vedremo se costituirà il gusto prevalente anche nella politica futura tra i due paesi.