AMBIENTE: SENSIBILIZZARE E’ GIUSTO. MA CHI? E COME?

DI ALBERTO BENZONI


Non sorprende, e va apprezzata, la grande campagna lanciata da Greta Thornberg sui rischi drammatici legati al cambiamento climatico. Così come la grande massa di giovani che hanno raccolto il suo appello in tutta Europa. E il plauso dei dirigenti politici e istituzionali in tutta Europa, a partire dal nostro Presidente della Repubblica. Come il movimento spontaneo che ha proposto la sua candidatura a premio Nobel per la pace; proposta che, se siamo certi verrà presto recepita.
E però il suo, come accadde ad Obama agli inizi del suo mandato presidenziale, sarà un premio Nobel alle intenzioni. Perché, in realtà, la “sensibilizzazione” – dei popoli e degli stati, che aveva raggiunto i suoi livelli massimi ai tempi degli accordi di Parigi sul clima – ha subito, da allora, un riflusso senza soste. E un riflusso alimentato dall’amministrazione più potente e più esplicitamente negazionista, rispetto alla realtà del cambiamento climatico, del mondo; ma anche dall’indebolimento politico e operativo delle istituzioni internazionali, dal peso degli interessi economici, dalla competizione al ribasso tra gli stati e, infine, dalla resistenza passiva al cambiamento da parte di coloro che ne dovrebbero essere i beneficiari.
Ed è da quest’ultimo dato che dobbiamo partire. Domandandoci perché la cultura e il messaggio ambientalista fiorisce nei paesi e, aggiungo, nei ceti meno colpiti dal degrado dell’ambiente; mentre è respinta o comunque oggetto di forte contrasto in quelli che ne subiscono, direttamente o di riflesso, gli effetti negativi.
Che cosa non ha funzionato? I destinatari del messaggio? I suoi latori? O magari, la natura e/o la debolezza del messaggio?
La prima e la seconda tesi appaiono estremamente gratificanti per i loro sostenitori (il che spiega la loro ampia diffusione). Ma hanno (almeno dal punto di vista della nostra Greta) il grave e ineliminabile difetto di non dar luogo a nessuna iniziativa concreta contro il cambiamento climatico.
Così i cultori del politicamente corretto potranno vedere nelle proteste dei gilets gialli o dei sindacati tedeschi e nelle resistenze degli stati il segno dell’ignoranza, del materialismo più crasso oppure dei guasti del populismo. Ciò confermerà, ai loro occhi, la loro superiorità intellettuale e morale; ma, nel contempo, non farà che rendere ancora più inconsistente la loro proposta di “rieducazione delle masse” affidata alle cerimonie ufficiali, alla azione della scuola o, peggio ancora, ai messaggi pubblicitari, sullo sfondo di paesaggi verdi o di bambine cinguettanti.
Così, ancora, si potranno attribuire i disastri ambientali al capitalismo, all’occidente – o alla sua versione ordoliberista – fino al punto di considerare le recenti pulsioni ambientaliste come puro e semplice diversivo se non come manifestazione di falsa coscienza. Una tesi con buoni fondamenti, e che soddisferà quanti ritengono che il recupero della propria identità sia la premessa necessaria sufficiente per il ritorno sulla scena di una sinistra degna di questo. Ma anche una tesi che, data la scarsezza delle forze a disposizione, limita fortemente la possibilità di agire nel presente; e che di fatto rinvia l’azione a contrasto dei cambiamenti climatici a data da destinarsi; in un tempo lungo in cui, parafrasando Keynes, saremo tutti morti. E, nel nostro caso, non metaforicamente.
Rimane, allora, come unica strada percorribile, la modificazione del messaggio. Non più la lezioncina o la precettistica fine a sé stesse; ma un coinvolgimento nel disegno ambientalista accompagnato dagli opportuni incentivi e reso più credibile dalla natura o dalla serietà dei propositi dei suoi promotori. Che si tratti di tasse ecologiche o di riconversione industriale; della sostituzione delle energie fossili con quelle rinnovabili; del passaggio dal riciclaggio dei rifiuti allo “zero rifiuti”; o delle iniziative necessarie e sufficienti per rendere credibile l’invito ad uno razionale delle risorse idriche.
Una via lunga e nell’attuale contesto internazionale caratterizzate dalla fortissima resistenza dei suoi oppositori e dalla timidità dei suoi sostenitori. Per questo è auspicabile la nascita di un movimento ambientalista internazionale e internazionalista che vada ben oltre i limiti politicamente corretti e occidentalisti di quello attuale. Potranno diventarlo fino a trasformarlo da mestiere in vocazione quotidiana e perciò impegnativa ed esposta ad ogni rischio i giovani che hanno manifestato in questi giorni. Almeno questa è la nostra speranza.