TRUMP “REGALA” AD ISRAELE LE ALTURE DEL GOLAN.  PREPARATIVI DI  NUOVE CATASTROFI NEL DOPOGUERRA SIRIANO

DI ALBERTO TAROZZI

Terzo regalino di Trump all’amico Bibi Netanyahu in fase preelettorale. Dopo lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, riconosciuta come capitale d’Israele, e la rottura degli accordi con l’Iran sul nucleare. Questa è la volta del riconoscimento agli israeliani di un diritto al controllo sulle alture del Golan, in Libano occupate militarmente nel 1967, cui mai è stato dato un riconoscimento internazionale.

Vale a dire che nulla osta al fatto che l’occupazione di quei territori abbia a prolungarsi fino alla fine del mondo. Non è cosa da poco, ammesso che la fine del mondo non sia imminente nei piani dell’inquilino della Casa Bianca. Bibi potrà vantarsene e ricordare agli israeliani, al momento del voto, che, anche se qualche pasticcetto lui e famiglia lo avessero combinato, lui ha pur sempre operato per il bene della nazione. Se è vero che l’amico americano ha effettuato una mossa a favore del paese che nemmeno Reagan buonanima se la sognava.

Allarme anche in Israele, nella stampa antigovernativa come Haaretz che sottolinea la meticolosa precisione del calendario del premier. Tra una settimana incontro con Donald. Il 9 aprile elezioni in Israele. Quello di ieri è solo l’inizio.

Nel Medio Oriente continua il clima da dopoguerra. Che la guerra all’Isis sia finita lo ha appena garantito Trump. Ma è la fine di una guerra che non costituisce garanzia di pace alcuna. Semplicemente, al tavolo di coloro che si spartiscono i territori teatro dei combattimenti e dintorni, si siedono anche coloro che la guerra non l’hanno combattuta o comunque non hanno diritto a proclamarsene vincitori. Gli Usa pretendono come premio il poter decidere del destino di territori come le alture del Golan in Libano che sono sotto il controllo dei vincitori a pieno titolo, come gli iraniani e i loro amici.

Pasdaran ed Hezbollah sotto tiro. Tehran e Damasco non ci possono stare. Altri, come Erdogan, si lamentano, ma Alberto Negri ritiene che la loro protesta sia solo un modo per alzare il prezzo del loro tacito assenso. Vale a dire fare quello che vogliono contro i curdi. E la Russia non potrebbe pure lei, si chiede Negri, nutrire un qualche interesse da far valere, nel caso la sua protesta non arrivasse fino allo scontro frontale ?

Restano fuori dalla nuova spartizione della torta altri vincitori della guerra di ieri: Assad e Tehran. Perdono la pace vincitori come i curdi. Pagano, non si sa per quale colpa, i palestinesi, cui viene implicitamente detto che i “due stati” se li possono sognare. Un tempo supplementare, al tavolo solo metaforico in cui si gioca la partita del dopoguerra che definisce nuovi schieramenti. Ad erodere le conquiste dei vincitori della prima ora, forse indeboliti sul piano economico dai costi della guerra. Dall’altra parte, con questi Usa e con questa Israele, i soliti sauditi, ma anche l’Egitto di al Sisi. A creare un nuovo equilibrio, partendo da un nocciolo duro che punta ad allargarsi, a trasformare il dopo guerra nei preparativi di una nuova catastrofe.

Attorno a quel nocciolo duro, in ordine sparso, un insieme di spettatori tra cui, in primo luogo l’Ue, che quanto meno si dissocia da Trump.

A proposito, l’Italia da che parte sta? Chiedetelo a quei sovranisti che non hanno ancora deciso, aspettando che il vento dell’occidente gli soffi nell’orecchio come si devono comportare.