DEDICATO A CHI PARLA DI 70 ANNI DI PACE EUROPEA. 24 MARZO 1999, JUGOSLAVIA

DI ALBERTO TAROZZI

Erano passate da poco, le 24 del 23 marzo 1999 quando sull’aeroporto di Belgrado cominciarono a piovere le bombe. Gli aerei avevano smesso di atterrare una decina di ore prima. Le bombe avrebbero continuato a cadere per 78 giorni su tutto il territorio di un paese chiamato Jugoslavia, che di lì a qualche tempo avrebbe perso quel nome.
Caddero sul petrolchimico di Pancevo e sulla raffineria di Novi Sad, con le conseguenze a orologeria di un effetto cancro, dovuto allo spargimento di veleni che vagarono come nuvole di morte entro e anche fuori dai confini della nazione. Caddero sulle fabbriche di Kragujevac e sull’abitato di Nis. Ma anche là dove si diceva che c’era gente da salvare: in Kosovo, preso di mira pure da proiettili all’uranio impoverito che non guardarono in faccia nessuno, nemmeno il colore della divisa dei soldati e l’etnia delle genti contaminate.
Fin dal primo momento qualcuno disse che non bisognava chiamarla guerra oppure, al massimo, guerra umanitaria. Operazione di polizia internazionale volta a neutralizzare le malefatte di un governo nemico.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, come è ben noto, e le colpe dei governanti vanno fatte ricadere sui cittadini. Meglio se indifesi, al punto tale da azzerare le perdite. Ovviamente le perdite di chi guida i bombardieri. Sugli altri, giornalisti della televisione, civili che abitano case abbattute o che viaggiano su treni presi di mira, membri di ambasciate straniere, può capitare qualcosa di spiacevole. Basta chiamarli effetti collaterali. Ma collaterali a che cosa? Collaterali ad un gesto di così detta umanità che passa senza lasciare tracce nella storia.
Basti pensare a ciò che dicono oggi, parlando di Europa. Dicono che, nei suoi confini, per 70 anni, non ci sono state guerre.
Se qualcosa c’è stato, scusateli, ma loro non se ne sono accorti.
Qualcuno si è segnato dei nomi italiani: Aviano, Pisignano, Falconara. Dicono che da quelle parti, in quegli aeroporti, nei 78 giorni in cui sulla Jugoslavia caddero le bombe, si notò un’animazione insolita e tanti decolli di aerei targati Nato, appesantiti da un fardello di cui si sarebbero presto liberati. Ma la storia d’Italia non ne parla. E nemmeno la storia d’Europa, quella ufficiale, ritiene opportuno ricordare che, in “70 anni di pace”, andrebbero registrati numeri a quattro cifre di morti sotto le bombe, in un paese che si chiamava Jugoslavia, morti senza potersi difendere.
No signori miei, convincetevi. in Europa quegli anni furono anni di pace ininterrotta. E’ una bella immagine. Si prega di non disturbare. Dimenticare è preferibile.
Ma oggi, a distanza di 20 anni qualcuno ricorda. Non dimentichiamo. Non dimenticheremo.