L’ESILIO DELLA MODERNITÀ. MAX BECKMANN A BARCELLONA

DI ANGELO D’ORSI

 

 

Il 18 luglio 1937, a Monaco di Baviera, Adolf Hitler in persona, inaugurava in un triste edificio pseudoclassico l’Esposizione della “Grande Arte Germanica”, 900 opere talmente scadenti che lo stesso Führer si infuriò prendendone a calci qualcuno, dall’alto della sua competenza di imbianchino-pittore. Il giorno dopo, era Goebbels, ministro della Cultura e della Propaganda del Terzo Reich, a inaugurare la mostra della cosiddetta Entartete Kunst, l’arte “derazzizzata”, o come solitamente si dice “degenerata”. Si trattava del pendant, che voleva essere negativo, di quella del giorno prima, ma, per una beffarda eterogenesi dei fini, questa mostra dovette poi essere chiusa per eccesso di pubblico. Vi era esposto quanto di meglio era custodito nei musei tedeschi di arte contemporanea, e comprendeva anche numerosi pezzi sequestrati direttamente negli studi degli artisti. Una parte di queste opere fu data alle fiamme, in un pubblico falò, mentre i pezzi giudicati economicamente più notevoli, fu messa sul mercato, finendo per intero in collezioni statunitensi. Tra gli autori “degenerati”, secondo la demenziale visione goebbelsiana, accanto a giganti dell’arte mondiale come van Gogh e Gauguin, Cézanne e Matisse, Chagall e Kandinskij, figuravano numerosi artisti tedeschi viventi, come Otto Dix, George Grosz, Käthe Kollwitz, Max Beckmann, e via seguitando. A quest’ultimo, probabilmente il maggiore artista tedesco del secolo XX, viene dedicata una bella mostra qui a Barcellona, alla CaixaForum (fino al 26 maggio), con 49 tele, due sculture e una cartelle di incisioni. La mostra proveniente da Madrid, dove è stata chiusa a fine gennaio, rappresenta, per chi l’avesse persa, una bella occasione per chi volesse trascorrere qualche giorno nella capitale catalana, tanto più che l’esposizione è fuori dei grandi circuiti turistici, dunque niente code, e il biglietto d’ingresso ha un costo irrisorio (5 €, con numerose facilitazioni e visite guidate). Beckmann (nato a Lipsia il 12 febbraio del 1884) era stato uno dei tanti artisti affascinati nel 1914 dalla guerra, come mito, come “meravigliosa catastrofe”, come “spaventoso destino”, che egli, come poco dopo avrebbe fatto il nostro Renato Serra, dichiarava di accettare.

“Quappi in Pink Jumper”, Max Beckmann 1932-34

In effetti partì volontario, e fu destinato al servizio negli ospedali al fronte, e nelle prime tele fornì di quella esperienza una raffigurazione straniata, al limite della bizzarria. Ben presto, successivamente, in opere come “L’inferno” o “Notte in città”emergono gli amari ripensamenti, proprio davanti alla follia della guerra, da cui sta per esser contaminato: infatti fu congedato per una grave forma di esaurimento nervoso.

“The Night” di Max Beckmann olio su tela 1884-1950

L’esposizione in realtà non costituisce una retrospettiva, ma una selezione a tema, come indica il titolo: “Figure dell’esilio”. L’esilio dell’artista, costretto a lasciare il suo Paese, dopo l’avvento hitleriano (per l’Olanda e poi, dopo l’occupazione da parte delle truppe tedesche, gli Usa), ma anche l’esilio come condizione esistenziale dell’intellettuale nel suo tempo.

“Carnival”Max Beckmann 1920

Circondato da “maschere” (titolo di una delle sezioni della mostra), che alludono allo spossessamento della individualità umana nella civiltà delle macchine, tanto più nella “Babilonia elettrica”, quella esaltata grottescamente dai futuristi, e di cui invece Beckmann mette in luce il disagio del vivere, acuito dalla propria collocazione a New York, la città in cui alla fine trovò accoglienza, e dove rimase fino alla fine, ma che gli appariva un labirinto urbano, una immagine di edifici che si affastellano gli uni sugli altri, di moltitudini che si accalcano, non si capisce per andare dove e per fare cose, di hotel e taxi, di sale da gioco e di bar, apparentemente per raccogliere il visitatore, o piuttosto per catturarlo…

 

Gli Argonauti, Max Beckmann,1950

Ecco dunque, come bene documenta l’esposizione spagnola, New York diventa la forzosa e ideale capitale dell’esilio, appunto: una realtà in cui emerge a maggior ragione la dimensione della solitudine, dello spaesamento dell’esiliato, dove la perdita di personalità (e di individualità) del singolo è segno dell’infelicità collettiva. E la presenza della morte, da un canto, del mare, dall’altra, appaiono due vie di fuga dal reale, a cui l’artista guarda con profonda ispirazione.

 

Max Beckmann: Schauspielerin, 1946

Eppure Beckmann continuerà fino alla morte (giunta a New York, il 27 dicembre del 1950, per infarto, mentre attraversa il Central Park per recarsi a un appuntamento), a credere nell’arte come mezzo per cogliere il mistero della realtà; che magari sta più che nelle sue raffigurazioni, nelle trasfigurazioni che la mano possente di Beckmann ci regala.
Una mostra da vedere, e meditare.