E SE FOSSERO LORO A FARE UN FAVORE A NOI? A PROPOSITO DI IUS SOLI

DI ANGELO D’ORSI

 

L’ultima battuta, nelle 24 ore, di Matteo Salvini, il vicepresidente dei travestimenti e dei tweet, il ministro tuttofare, salvo che stare al Ministero di cui è titolare a fare ciò che gli competerebbe, è quella rivolta al ragazzino “eroe” del bus dirottato nel Cremasco. Si faccia eleggere in parlamento e cambi la legge, ha bofonchiato quel rozzo individuo. E agli intervistatori che gli hanno chiesto se l’episodio non potesse offrire il destro per rimetter mano alla legge sulla cittadinanza, le risposte è stata inequivoca: “Assolutamente no”, “Non se ne parla neanche”, “La legge sulla cittadinanza va bene così”…
Il dibattito è scaturito, anche prima della volgare (e cretina) affermazione del ministro, e mentre la destra si compatta subito intorno al no di sempre, convinta che la chiusura rispetto ai temi delle migrazioni e dei nuovi cittadini sia la chiave del successo elettorale, il centro-sinistra non ha mancato di dividersi, in modo confuso: l’altro Matteo, quello in disgrazia, il Renzi, ha fatto tirar fuori del suo libro autoapologetico In cammino, le pagine che incolpano il governo Gentiloni di non aver saputo realizzare la nuova legge a suo tempo, tanto per dire. I Cinque Stelle hanno balbettato, azzardando con lo spiritato Di Maio che ci si doveva occupare della questione, mentre il suo sodale sosteneva l’esatto contrario.
Se esistesse non dico una sinistra, ma una decente forza politica autenticamente democratica, avrebbe dovuto passare immediatamente all’attacco: se la legge vigente sta bene a Salvini, è evidente che non è una buona legge. E infatti non lo è. Non solo perché è assurdamente restrittiva (18 anni e tutta un serie di requisiti che tirano in ballo anche i genitori, la residenza, il reddito (se non superi una certa soglia, non puoi fare domanda!), la scolarità e quant’altro), non solo perché è farraginosa e di complessa applicazione, non solo perché è antieconomica per le famiglie e la stessa società italiana; ma soprattutto perché parte da un principio errato, che, non a caso, è stato reiteramente ribadito da Salvini e in coro dai suoi scherani, ma anche dai nostalgici della signora Meloni nonché dal sempre più penoso Berlusconi nella sua patetica rincorsa alla Lega salviniana. Il principio errato è che la cittadinanza non viene considerata un diritto, bensì una concessione, che si fa solo quando sussistano determinate condizioni, che, tra l’altro, appaiono illogiche, inique, e produttive di tensioni. Perché ragazzi e ragazze che frequentano la stessa scuola, compagni di banco, magari, che fanno i compiti insieme, vanno in palestra, in gita, fanno sport fianco a fianco, amoreggiano, devono essere separati dalla “cittadinanza”? E, ipotesi per nulla assurda, in classi scolastiche formate per il 90/95% da ragazzi di origine extracomunitaria, costoro debbono ricevere insegnamenti di qualsiasi materia, da insegnanti italiani, studiare su testi italiani, scrivere in italiano i loro componimenti, essere interrogati nella nostra lingua, che peraltro usano nella comunicazione tra di loro, scritta o orale, ma non debbono godere della cittadinanza? Ho incontrato studenti “stranieri” all’Università residenti in Italia da 10-15 anni, che parlavano italiano assai meglio dei miei compatrioti “naturali”, che pagano le tasse, appassionati di politica, che discutevano con gli “italiani” magari suggerendo loro per chi votare a quelle elezioni a cui essi, privi del requisito della cittadinanza”, non potevano partecipare.
Proprio la cittadinanza, insieme alla lingua, è il primo requisito per sentirsi parte pienamente della comunità, e poterne condividere valori, princìpi, accettarne istituzioni, anche per poterle cambiare, migliorare, riformare. E allora cos’è questo terrore dell’”hospes” che appare un potenziale “hostis” (o “inmicus”), invece che un potenziale “amicus”? Siamo sempre alla logica nefasta, portata alle conseguenze estreme precisamente dal fascismo, del “nemico interno”?
E allora ripongo la domanda: perché fa paura il principio di cittadinanza? Perché si insiste sul carattere selettivo, discriminatorio, e in ultima istanza politico, della “concessione”? Perché fa così paura l’idea che chi nasce in un certo Paese ne riceva la cittadinanza? Perché siamo il Paese dell’Unione europea più rigido in questa disciplina? Certo, è il retaggio del fascismo, di cui stiamo ricordando (molti, invero, lo stanno celebrando) il centenario, proprio in questo mese. Ma ci sono anche calcoli elettorali, abbastanza confusi: per chi voterà lo straniero una volta ottenuta la cittadinanza? Gli stessi calcoli che hanno portato non troppi anni fa a concedere il diritto di voto agli italiani residenti (magari da decenni) all’estero, e che nulla sanno dell’Italia, italiani di seconda o terza generazione. Che paradosso!
Come sempre, occorre meditare sulla storia, in primo luogo quella italiana, ben strana storia, riletta con gli occhi dell’oggi. Guardiamo agli Stati Uniti come il modello supremo, egemonico, e trascuriamo l’aspetto più notevole e interessante di quella società: il suo essere frutto di incroci di popoli, ciascuno dei quali (a cominciare dal nostro) ha portato uno o più mattoni per erigere quel grande edificio che è la civiltà americana, che affascinò anche Antonio Gramsci, ristretto in carcere. Tanto più strano questo sacro terrore dello “straniero”, qualcuno che cerchiamo di tenere confinato appunto nella dimensione dell’alterità, della estraneità, della non italianità, il più a lungo possibile, se consideriamo che siamo un popolo nato da innumerevoli innesti esterni, dai greci ai cartaginesi, dai normanni ai saraceni, dagli spagnoli ai longobardi, dai celti agli unni, e via seguitando. Popolo, oltre tutto, il nostro, come è noto, storicamente di migranti.
La notizia dell’ultim’ora che Salvini, d’accordo con Di Maio, accoglierebbe, “fatti tutti gli accertamenti del caso” (!?) la richiesta, anzi la supplica del babbo di Ramy perché al ragazzo venga concessa la cittadinanza italiana, non va considerata un risultato positivo, al di là della fattispecie di cui siamo lieti. Conferma anzi il modo sbagliato di considerare la cittadinanza: un premio (ho sentito frasi come “si deve meritare” uscire dalla bocca di qualche politico), non un diritto.
In un altro, lontano marzo, anno 1882, lo scrittore francese Ernest Renan, in una conferenza alla Sorbona, ebbe a pronunciare una frase destinata alla celebrità: “la nazione è un plebiscito che si rinnova tutti i giorni”, intendendo che è cittadino di un Paese chi crede nella civiltà di cui quel Paese è portatore. Oggi, dovremmo correggere questa interpretazione, forse, rifugiandosi nel passato remoto, magari nell’età dei Lumi, e nei princìpi di cui il secolo XVIII fu portatore almeno nell’intellettualità europea. Oggi, in vero, dovremmo essere grati, noi italiani, a coloro che, anche senza compiere gesti di “eroismo”, come il ragazzetto egizio-lombardo, ci chiedono semplicemente di essere come noi. Il loro inserimento nella nostra comunità non può che farci del bene.