LA FIABA DEI MILLE, CHE ERANO DECINE DI MIGLIAIA

DI PINO APRILE

«E allora come mai sono bastati mille uomini a conquistare il Regno delle Due Sicilie?». E la domanda chiude ogni obiezione, perché sottintende che ci volle un cerino, ma la paglia fu la rivolta di popolo, anzi “la rivoluzione”, di cui Garibaldi fu soltanto un capo. Già, ma i mille erano almeno 23mila; e i soldati borbonici in Sicilia di meno. Questo non era ignoto, ma viene ignorato. Ora, sulla spedizione (anzi “le spedizioni”), su quanti vi presero parte, organizzati da chi, a spese di chi, con le navi di chi, armati da chi, e sulle lotte politiche e personali fra uomini e schieramenti pro-governo sabaudo, mazziniani e dirigenti garibaldini, offre interessanti “spunti” l’avvocato Antonio Vito Boccia, docente di Diritto e sicurezza del lavoro a Tirana e ispettore archivistico, riproponendo una lettura critica, nella versione integrale, di un supplemento, non ignoto ma ignorato (scambi di lettere, cifre, dossier che denotano sicuro accesso a fonti ufficiali) del Corriere Mercantile di Genova del 1861, quindi nel pieno degli eventi, e il cui scopo principale era contestare le pretese di Giuseppe Mazzini da una parte, e Agostino Bertani, portavoce di Garibaldi, dall’altra, di intestarsi meriti dell’invasione della Sicilia. Una miniera che Boccia definisce “rimasta confinata negli scaffali” della Biblioteca nazionale centrale di Roma perché, nonostante la si trovi citata pure su Wikipedia, non serve a correggere la vulgata dell’impresa garibaldina, rendendola meno inverosimile.

L’ISPETTORE ARCHIVISTICO ANTONIO BOCCIA RILEGGE I DOCUMENTI

Il rapporto, in forma di “estratto”, si chiama “Le Spedizioni di volontari per Garibaldi. Cifre e documenti complementari al resoconto Bertani”. Al testo, Boccia ha dedicato un veloce libro con lo stesso titolo, poche decine di pagine, appena pubblicato dalle Edizioni Commons, in cui riporta pure i risultati di una sua precedente ricerca, “Cronistoria di fatti noti, poco noti e segreti (accaduti prima, durante e dopo lo sbarco dei Mille)”, dai quali “era emerso che gli eventi verificatisi in Sicilia dal 1859 in poi – e che determinarono il cambiamento del destino del Mezzogiorno italiano – vennero «eterodiretti» dal governo di Torino: essi, concretizzatisi soprattutto in attentati contro uomini e cose nel territorio siciliano, furono evidentemente propedeutici alla spedizione garibaldina”. La “rivoluzione”, dirà poi Ippolito Nievo, non c’era, la portarono loro; infatti, il Regno non cadde per implosione, scrisse Benedetto Croce, ma per “urto esterno”. Nulla che non sia già accaduto altrove e in ogni tempo, ma su cui si è poi costruito il mito dei “Mille”. Un mito fondante, e tutti i Paesi ne hanno. Ma mito, non storia. E la domanda che pone lo studio di Boccia si riassume in quella iniziale: come mai si continua a parlare dei “Mille” come fossero stati davvero solo mille? Come se la storia non dovesse infastidire il mito. «Il documento è persino citato in alcuni testi. E davvero non è spiegabile come, avendo la prova del vero numero, questa non cambi il racconto e si riduca a poco più o poco meno di una nota a margine», dice Boccia.

E allora conviene rileggerlo, il documento, con le sue osservazioni e i rimandi a un suo lavoro precedente.

FRA I “PATRIOTI” ANCHE LA LEGIONE STRANIERA UNGHERESE E I PICCIOTTI

Quei “volontari” (le virgolette stanno a indicare che nella cifra sono incluse le migliaia di soldati piemontesi “disertori” e i 500 della legione straniera ungherese) furono armati, trasferiti a opera di organizzazioni e comitati che potevano contare sull’assistenza e finanziamenti più o meno palesi del governo sabaudo. I 23mila (almeno 23mila) divennero ancor di più per l’accordo con la malavita siciliana che, a quattro tarì al giorno, trasformò picciotti in patrioti della “Talia” (alcuni credevano fosse la moglie di Vittorio Emanuele II). Quindi, il confronto non fu fra mille e migliaia, ma fra forze simili e poi, per parte garibaldina, preponderanti (alla fine, a Napoli, erano più di 50mila); inoltre, dai documenti di Palermo, “si era evinto che una decina di navi militari – facenti parte della flotta dell’ammiragliato inglese, di stanza nel mar Mediterraneo – avevano contribuito al successo dello sbarco di Giuseppe Garibaldi a Marsala (cosa, questa, che è alquanto risaputa): ma soprattutto, era emerso che le navi inglesi avevano costantemente seguito, via mare, i vari movimenti delle truppe volontarie e irregolari guidate da Garibaldi”, scrive Boccia. Anche questo è noto, ma non a chi studia la nostra storia a scuola. Perché?

Come si vede, si tratta di documenti che “mettono a posto” dettagli e qualcuno ne aggiungono, se già nel 1861, quel rapporto chiaramente “orientato” in senso filogovernativo sabaudo (“i materiali di questa cronaca gioveranno”) comincia così: “Molto si scrisse sulla eroica impresa di Garibaldi, e sugli straordinari risultati di essa, ma nessuno finora volle o seppe rispondere esattamente a questa domanda – i volontarii, i mezzi, dove vennero? Da chi raccolti, e per cura di quali uomini messi in moto ed avviati a destinazione? (…) Mazzini pretende che le spedizioni di volontarii si fecero unicamente per suo permesso e concorso: egli possedeva in Italia vasti magazzini di volontari; ne diede generosamente la chiave a Garibaldi. Altri vuole che Bertani abbia trovato uomini, denari, armi, tutto”.

Il resoconto del Corriere Mercantile rimanda alla contesa per la gestione di traffico, uomini e risorse, fra la Direzione del Milione di fucili (iniziativa di ufficiali dei Cacciatori delle Alpi, fra cui Nino Bixio); l’Ufficio Militare, creato da Giacomo Medici (e di tali organizzazioni si enumerano dirigenti e sedi nelle varie città), e la Cassa Centrale di Bertani, accusato senza giri di parole, di voler accentrare tutto, a cominciare dalle risorse, e di voler creare un “diversivo” che avrebbe diviso le forze, per farne calare una parte da Nord, invadendo lo Stato papalino (cosa che si riservava di fare l’esercito sabaudo, e che fece), mentre Garibaldi avrebbe continuato da Sud (quanto a veleni post-unitari, si può ricordare che Filippo Curletti, uomo di Cavour, nel discusso memoriale a lui attribuito, accusava Bertani di aver messo su una fortuna personale enorme: 14 milioni di lire dell’epoca, di provenienza ignota).

CHI PAGA? E POI PARLANO MALE DEI SAVOIA…

Si spiega che a muoversi al richiamo di Garibaldi fu il “popolo di tutta Italia settentrionale”, “italiani d’ogni classe volenti Italia e Vittorio Emanuele” (ove non si fosse capita la fonte ispiratrice del rapporto) e il nizzardo, per le armi, “contava su quelle comperate dalla Direzione del Milione di fucili: ma erano state sequestrate. Erasi in gravissimo imbarazzo di trovarne altre. Quando quasi si disperava di poterne avere, una mano benefica (…) diede armi e munizioni, e disparve… Quella mano (non fa bisogno dirlo) non fu di Mazzini certamente”. E a riassumere le polemiche contro la politica sabauda immediatamente pre e post unitaria, ci si rammarica che quella mano “da molto tempo è un vezzo per taluni il morderla rabbiosamente, come se avesse allora dato fucilate e non fucili, come se si fosse opposta invece d’aiutare, come se avesse aperti gli occhi officiali invece di chiuderli…”.

A rivendicare il vero ruolo, all’epoca non dichiarato ma palese, già dalla caotica e strombazzata partenza dei Mille (l’unica di cui si parla nei libri di scuola): “il Governo (questo fiero e ostinato nemico della spedizione di Garibaldi), in tanto e sì manifesto tramestìo di uomini, di cose, di vapori presi armata mano in Porto, di barconi carichi di armi e munizioni, diretti dal Porto e da Sampierdarena verso la Foce e Quarto, non vide né seppe nulla, benché facesse vigilare severamente lo sbocco del Polcevera e il lido di Cornigliano”. E tanto si poteva (facciamo a capirci, dicono a Roma), “giacché la combinazione dei politici eventi ci offriva un terreno su cui le potenze ci lasciavano agire”. Altro che Mazzini, che Bertani… Per esempio, quando ci fu “la difficoltà” di disporre di navi per il trasporto, “i signori Finzi e Mangili di Milano si recarono a Marsiglia, e con 450,000 franchi comperarono tre vapori. Donde avevano ricavato quei 450,000 franchi? Non dalla Cassa centrale di Bertani. Si seppe allora che la Direzione del Milione di fucili, che la Società Nazionale offersero i loro mezzi; si disse pure che grossa somma erasi ricavata dal Governo”. Poi, “i tre vapori, coll’assistenza del Console degli Stati Uniti, prendevano bandiera americana, ed i nomi di WashingtonFranklin, ed Oregon”.

GLI INTRIGHI DEL SEGRETARIO DI GARIBALDI

Contrapposto a quanto voleva e faceva Bertani, “fisso nel suo progetto d’invasione degli Stati papali” e “troppo preoccupato dala sua pretesa di sovrastare a tutti gli Uffici, a tutti i Comitati, a tutte le Società, a tutte le Direzioni possibili, di esercitare sovr’essi un’assoluta autorità in nome della sopradetta rappresentanza, cioè come unico interprete ed esecutore autorevole dei progetti militari e politici di Garibaldi”, “per concentrare nella Cassa tutti i fondi che si andavano da tante origini raccogliendo”. Così proteso sulle entrate, Bertani, non lo era altrettanto nelle uscite, come si vuol dimostrare riportando lo scambio di lettere con Daniele Cressini ed Enrico Cosenz, che gli avevano chiesto 12mila lire in prestito, per l’imminente trasferimento di altri 350 volontari con la nave Medeah a fine giugno. Il 2 luglio, Bertani già volle i soldi indietro (mentre Cosenz ripartiva con la Washington per la Sicilia “con 50 ufficiali e 1200 volontari, portando seco 4000 fucili, e il vestiario per 4000 uomini, il tutto a spese della Società Nazionale e della Direzione del Milione di fucili, più fr. 100,000 consegnatigli dal conte Amari. La stessa notte partiva il resto della spedizione sul Provence, cioè Carlo Setti, con 20 uffiziali e 750 soldati”. Il giorno dopo, Cressini “s’affrettò a restituire i 12,000 franchi” ed “ebbe un diverbio col Dott. Bertani”, che replicò con una lunga lettera: “se tu sei andato in collera pei modi, io non ho minori ragioni pella sostanza”. Insomma: “La Cassa centrale” di Bertani “era più o meno in lite con tutti”, si assicura, perché lui “mirava più a nuocere al Governo, che a giovare a Garibaldi”.

COME INGLESI E SABAUDI PREPARARONO L’INVASIONE

E il disappunto era più che giustificato, considerando da quanto e come la cosa fu preparata: il 24 giugno del 1859, enumera Boccia, ufficiali e marinai della squadra navale sabauda percorrono le strade di Messina al grido di “viva l’Italia”; tre civili sardi vengono espulsi quali “cittadini ostili”; 20 agosto, sulla nave inglese Orion, ormeggiata in Sicilia, si dà un ricevimento a bordo e si issa il tricolore, provocatoriamente; da allora ad aprile del 1860 vengono accoltellati diversi impiegati statali; il figlio di un funzionario del Consolato sabaudo è preso mentre saccheggia munizioni in una caserma dismessa; il capitano Chinnici arresta persone di Palermo, Bagheria, Monreale, Villabate con documenti sull’insurrezione che si prepara; nel corso dei mesi, a disarticolare la struttura statale, saranno pugnalati il procuratore generale, il direttore dei Dazi di Palermo, il procuratore di Messina che sta per divenire procuratore generale a Palermo, viene ferito il presidente della Corte civile, sfugge a un attentato il direttore della Polizia dell’isola, il grande Salvatore Maniscalco; appaiono quindi manifesti filosabaudi: “I popoli dell’Italia centrale ai popoli delle Due Sicilie“; addosso a un arrestato si trovano documenti sugli accordi con i siciliani in Piemonte; cola a picco una nave carica di grano; si sequestrano opuscoli di Giuseppe La Farina, messinese alla corte di Cavour; esplode una bomba dinanzi al commissariato del porto di Messina; infine torna nell’isola Rosolino Pilo (che poi morirà in circostanze non chiare, come Giovanni Corrao, l’altro siciliano generale garibaldino che preparò il terreno allo sbarco e poi se ne pentì); poco dopo c’è la rivolta di Palermo, quindi l’arrivo di Garibaldi.

E si può capire che qualcuno non la prenda bene se poi Mazzini o Bertani dicono: grazie a me!

IPPOLITO NIEVO CAPÌ, E FECE UNA BRUTTA FINE

Quello che accadde da allora, fu documentato da Ippolito Nievo, gran patriota che, con Giovanni Acerbi, intendente generale, fu messo a capo della gestione economica dell’impresa e si scontrò con una realtà completamente diversa da quella annunciata e attesa: nessuna sollevazione di popolo e, anzi, diffidenza e ostilità per i presunti liberatori (basta leggere cosa scrive alla cugina Bice del loro ingresso a Marsala, Palermo); con idealisti come lui, scoprì che c’erano un po’ troppi furbacchioni, più interessati alla cassa. Qualcuno cominciò a far circolare su di lui voci calunniose sull’uso di quei soldi; Nievo replicò con un dettagliatissimo rapporto giornalistico che dovette allarmare chi onesto come lui e Acerbi non era. E quando lo scrittore, ormai deluso e deciso a dedicarsi solo ai libri, si imbarcò con casse di documenti che mostravano che fine avevano fatto i soldi, la nave esplose fra Capri e la Penisola sorrentina; per due settimane, nessuno si preoccupò del suo mancato arrivo da Palermo a Napoli; non un uomo (tutti morti, tranne, forse, uno strano personaggio messo da Cavour nel gruppo di lavoro di Nievo, farà intendere il nipote dello scrittore, Stanislao, in “Il prato in fondo al mare”), non una carta o un pezzo di legno si rinvennero; Garibaldi inviò dopo mesi una formale lettera di condoglianze ai familiari di un suo pur così stretto collaboratore. È il primo dei misteri dell’Italia unita. Scomparvero “tutti i documenti ufficiali relativi alla organizzazione delle partenze e ai trasporti marittimi dei garibaldini, ma anche i libri mastri delle spese sostenute (prima, durante e dopo il noto sbarco dei Mille), nonché gli atti ufficiali riferiti agli incameramenti di beni pubblici del Regno di Napoli da parte del Dittatore Garibaldi”, scrive Boccia.

C’ERANO CIRCA VENTIMILA SOLDATI PIEMONTESI FINTI DISERTORI

Poco si può trarre, confronto all’entità di tale perdita, dall’estratto del Corriere mercantile, se non “spunti che vanno a coprire il vuoto creatosi”. Ma importanti, se “per alcuni versi, costituisce oggi un vero e proprio unicum”, in quanto, dalle note “in appendice (la cui attenzione è concentrata soprattutto sui dati relativi ai finanziamenti dell’impresa garibaldina) gli studiosi hanno la possibilità di elaborare una serie di dati e di informazioni che, altrimenti, sarebbero andati persi”. La lista della spesa porta a “una cifra totale di presso a 3,000,000 di lire”, tutti “offerte dei cittadini” si garantisce, con cui fornire “3 vapori comprati – 16,000 fucili – 1,200,000 cartuccie – il vestiario e corredo per 10,000′ uomini – una quantità rilevante di sciabole, di oggetti di montura militare, di vivei per viaggio ecc. ecc.”. Vogliamo almeno dire che se la divulgazione scolastica trascura tanti, troppi di questi dettagli (se non ignoti, ignorati), è normale che chi crede di sapere (per aver studiato) si sorprenda quando scopre che non furono mille a distruggere un Regno?

Dalle notizie lì elencate (ma incomplete) “il numero dei «volontari» sbarcati cresce quanto meno sino a ben tredicimila unità”, riassume Boccia. “Altri rapporti (semi-ufficiali) redatti da chi partecipò all’impresa”, da Gaetano Sacchi (“Relazione sui fatti d’arme della Breigata Sacchi nella Campagna del 1860 – dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861”), a Osvaldo Perini (“La spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”), e soprattutto Agostino Bertani (“Cassa Centrale soccorso a Garibaldi – Resoconto”), “aggiungono altri sbarchi con partenze da località diverse da Genova, portando così a ventitremila il numero complessivo dei garibaldini”. Una di quelle spedizioni, la terza: 1.500 uomini, guidata da Giuseppe Clemente Corte, ex ufficiale sabaudo, fu intercettata dalla Marina borbonica; navi e parte dei componenti erano inglesi e la potenza britannica ne pretese e ottenne la restituzione. In compenso, nell’elenco del Mercantile compaiono “alcune partenze di cui non si conosceva l’esistenza, nel senso che non sono riportate in altri resoconti”.

Ma “codesti sbarchi, susseguitisi per più di tre mesi sono stati tutti curiosamente dimenticati – per non dire omessi – dalla storiografia risorgimentale ufficiale”, scrive Boccia, prima di enumerare date e luoghi di approdo. Fate un piccolo sondaggio, chiedendo a vostri amici e colleghi quanti lo abbiamo appreso dai libri di scuola. Così si giustifica la domanda: «E allora come mai sono bastati mille uomini a conquistare il Regno delle Due Sicilie?». Non erano mille. E si può capire il tono polemico di Boccia: “Alla luce di tali dati, del resto in buona parte presenti in altri saggi scritti addirittura da garibaldini, ci si chiede il motivo per il quale nelle opere di accademia sono omesse le ulteriori spedizioni, parlando sempre e solo del (primo) sbarco «dei mille», quasi come se questo fosse stato l’unico, e quasi come se la presa della Sicilia fosse stata un’impresa condotta da appena un migliaio di uomini, capaci di sbaragliare un esercito regolare come quello napoletano (che era composto peraltro da oltre ventimila soldati) e, quindi, capaci persino di sovvertire la legge dei numeri”.

Quando si fanno i conti veri, si scopre che i duosiciliani erano meno numerosi, ma dirlo, sospetta Boccia, potrebbe smentire “clamorosamente la originalissima e poco verosimile tesi della cosiddetta «rivoluzione»”.

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