WEEK END ELETTORALE IN SLOVACCHIA E UCRAINA. INSALATA MISTA DI NUOVI SOGGETTI E VECCHI ARGOMENTI

DI ALBERTO TAROZZI

Fondamentali i giorni del prossimo week end, nel panorama politico dell’est Europa. Sabato il ballottaggio in Slovacchia. Domenica primo turno in Ucraina.

Realtà non sempre semplice, ma che si trova semplificata nei media italiani spesso afflitti da pigrizia cronica. In mancanza di informazioni di difficile reperimento il tutto viene ricondotto alla rivalità tra sovranisti (o a piacere populisti) contro gli europeisti (o a piacere liberisti o ancora globalisti). I primi sono poi favorevoli alla Russia o agli Usa (ma attenzione, solo per quanto riguarda Trump). I secondi amano la Ue, gli immigrati, i diritti umani, sono sensibili alla questione ambientale e ai soprusi dei sessisti e degli omofobi.

Qualcuno si spinge più in là e reclama l’abolizione della distinzione sinistra/destra, manco fosse Giorgio Gaber redivivo. Anche qui però occorre distinguere. Alcuni, i così detti rosso bruni, ritengono che la dicotomia vada cancellata perché quella che si definisce sinistra ha talmente abbandonato i suoi valori che è più facile ritrovarsi sotto le bandiere di segno opposto o quasi. Gli altri invece, che potremmo assimilare ai radicali di un tempo, oggi liberi da Pannella e riciclati in salse varie, si richiamano alla natura maggioritaria del Pd. Quella di stagioni in cui, tranne che con Prodi, che pure aveva aperto a sinistra, e con la breve primavera renziana, sinistra e centrosinistra accumularono batoste da levare il fiato a un subacqueo.

Il tutto per dire che quei tempi devono tornare e che dei residuali iscritti al partito che qualcosa di sinistra amerebbero ancora dire ci se ne deve infischiare. E con loro guai a citare qualcosa che possa richiamare alla memoria Keynes o altri premi Nobel per l’economia che, nel corso del tempo, abbiano trovato da ridire sul neoliberismo imperante in molte istituzioni sovranazionali.

Peraltro in questi contesti non preme troppo stare a spiegare cosa significhi sovranismo e populismo. Peccato, perché forse impareremmo cose nuove. Politologi accreditati garantiscono che la parola “sovranismo” non è mai stata deifnita come si deve. Un certo uso ne venne fatto quando la Francia si oppose ad una Costituzione europea avendo in prima fila esponenti della destra  come Le Pen, fino a qualche anno prima proEuropa come argine al comunismo sovietico mangiabambini; ma anche della sinistra, come il socialista Chevenement che a seconda dei momenti si era pronunciato per una linea dura contro gli immigrati oppure critico nei confronti della guerra della Nato contro la Jugoslavia. Un po’ poco, qualunque fosse l’opzione politica, per svilupparci sopra tonnellate di riflessioni teoriche e suggerimenti pratici a posteriori.

Quanto al populismo siamo sul versante opposto. Le definizioni che ne sono state date sono parecchie. Da quelle più generiche, che fanno riferimento a un rapporto non mediato tra leadership e popolo dove ci sta dentro tutto, da Hitler a Stalin al presidenzialismo nord e sudamericano, passando per la teoria weberiana del leader carismatico. A quelle più circoscritte che fanno invece riferimento a stagioni della politica nelle quali non era ancora ben definito il ruolo delle classi sociali, come nell’800 in Russia, e ne sortiva una situazione magmatica in cui le élite sulla carta più qualificate, venivano a perdere i contatti e a contrapporsi a plebi prive di identità e strumentalizzabili dal demagogo di turno.

Ancora una volta ogni cosa e il suo contrario. Oppure, se preferite, un insulto da gettare in faccia al rivale come uno sputo o un’insinuazione sulla professione poco nobile della madre.

Come leggere allora la situazione di Slovacchia e Ucraina ?

Secondo alcuni leggere la Slovacchia nel calderone di quelli che sono i così detti paesi di Visegrad è un gioco da ragazzi. Visegrad è quella rete di paesi (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia) nella quale, a un passato di “socialismo reale”, è subentrato un presente nella Ue con cambio di paradigmi difficili da digerire. Digestione resa più agevole da fondi europei in quantità che hanno determinato apprezzamento nei confronti dell’Europa come vacca da mungere, con l’eventuale presenza di una mentalità prossima alla visione del mondo liberale e liberista solo quando fa comodo.

Purtuttavia questo modello Visegrad non sappiamo bene dove andarlo a trovare. I quattro paesi citati differiscono quasi sempre in qualche particolare di fondamentale importanza. Ungheresi filo russi e con una normativa di liberalizzazione dell’economia da fare invidia al peggiore nemico del sovranismo, se inteso come nazionalismo statalista. Polacchi fedeli alla Ue, i cui fondi, va dato loro il merito di avere speso fino all’ultimo centesimo; attaccati alla Nato con il bostik e massimi sostenitori del vicino governo ucraino. Gli uni come gli altri ancorati ai valori della chiesa cattolica tradizionale, con la ciliegina della famigerata regina dell’integralismo, Radio Maria, sulla torta polacca. Sovranista a parole la Repubblica Ceca, il cui governo si piazza però, nal Parlamento europeo, dentro allo schieramento europeista dei liberali. Sommerso da critiche per cause di corruzione e di ospitalità nei confronti della mafia  il governo slovacco, dove pure il partito in teoria “sovranista” al potere è quello dei socialdemocratici, organici allo schieramento trasversale socialista,  che include anche il nostro Pd e che al tirar delle somme si dichiara europeista.

Per trovare un elemento in comune ai quattro governi attuali bisogna fare riferimento al tema delle immigrazioni. Un no senza senza mediazioni da tutti e quattro gli angoli governativi del ring. Con la differenza che l’Ungheria il passaggio, dentro o subito fuori dalle frontiere, di un centinaio di migliaio di profughi, prontamente smistati altrove 4 o 5 anni fa, se l’era dovuto sorbire. Mentre gli altri paesi di profughi, all’orizzonte, non ne avevano visti in quantità gigantesche, e in concreto si erano limitati a rifiutare il riposizionamento di qualche profugo in ordine sparso in giro per l’Ue.

La Slovacchia però, prossima al voto di ballottaggio è stata la recente protagonista di un colpo di scena. Al suo interno è emersa una candidata nel segno della novità: quella dell’avvocata Caputova, che arriva al ballottaggio con un precedente del 40% dei voti al primo turno. Carte in regola sul versante diritti umani, donne, ambiente, Lgbt e lotta alla corruzione. Un passato ragguardevole. Però perché mai nessuno ci informa se abbia qualcosa da dire in materia di welfare, sanità pubblica, istruzione? Visto che dall’altra parte si trova contro un socialdemocratico, in cosa si distinguono i due schieramenti sul terreno dei diritti collettivi. E che dire poi di una proposta della Caputova di spingere su di un sistema elettorale futuro fortemente ispirato al maggioritario? Dovrebbe costituire un fulcro del dibattito, ma sui media italiani non se ne trova traccia. Va bene, tifiamo pure Caputova, immancabilmente infangata come il candidato di George Soros, ma facendo gli scongiuri che sotto il velo delle cose a noi sconosciute non si nascondano sorprese amare.

Discorso diverso ma parallelo sull’Ucraina, con qualche elemento in più. Siamo al primo turno e i sondaggi si limitano a prevedere chi andrà al ballottaggio. In Italia pochi ricordano che in Ucraina ci sia una cosa chiamata guerra che il leader uscente aveva garantito di risolvere e che invece si sta avvitando su se stessa. Più viva l’attenzione degli italiani sulla realtà Ucraina se si fa il nome di persone non gradite al governo perché troppo vicine a Putin: Al Bano e Toto Cotugno. Meno noto l’inaudito divieto di andare a Kiev per un rigoroso e pacato commentatore della Rai come Marc Innaro.

Se non fosse per il rispetto dovuto ai morti in guerra e al nostro corrispondente ci sarebbero buone ragioni per scompisciarsi dalle risate al solo sentir pronunciare la parola Ucraina. Perché le risate non si limitano alle vicende dei nostri cantanti, ma arrivano al nome del candidato favorito, tale Zelensky, meglio noto come attor comico di una serie televisiva. Va beh anche noi come comici ci difendiamo bene, ma almeno, i nostri, sul versante delle sponsorizzazioni la prendono alla larga. Zelensky ti sbatte in faccia il suo produttore, che è anche un oligarca di prim’ordine, tale Kolomoyskiy. A conferma che da quelle parti se non sei un boss di qualche cosa è bene che te ne stia a casa. Alternative al comico, definito contrario alla corruzione e populista ma solamente un po’, solo nomi vecchi. Quel Poroshenko, attuale leader che, delle promesse fatte, non ne ha mantenute nemmeno una. Oltre all’immarcescibile Julia Timoshenko, prima in carcere vittima di Putin, poi sospettata di aver fatto business con Mosca e adesso a tutto disposta tranne che di dare un aiutino a Poroshenko in sede di eventuale ballottaggio.

Situazione per qualche verso comica, ma tale da collocarsi a un passo dalla tragedia. La tragedia l’ha vissuta questo inverno la gente delle campagne. Risulta infatti che il Fondo Monetario Internazionale si sia stufato di rinegoziare il debito ucraino allo scadere dei prestiti. Aut aut della Lagarde a Kiev: o il debito cala o niennte nuovi prestiti. Da qui la scelta di alzare il prezzo del gasolio di stato d’inverno quando la gente non ne può fare a meno, e col ricavato fare cassa. Con l’effetto collaterale che far morire di freddo la popolazione in inverno non permette di fare una propaganda elettorale efficace la primavera seguente. Dunque per chi tifare in Ucraina? Il buon Zelensky non può vantare un’inimicizia di ferro con Mosca, visto anche che lui parla in russo e alla salvaguardia della sua lingua ci tiene. Però con l’aria che tira come si fa a guardare altrove?

Slovacchia e Ucraina, elezioni alle porte. Qui una liberista ben vista a sinistra che sfida un socialdemocratico europeista, Sevcovic, che a sinistra, qualcuno che non ne conosce neppure il nome, assimila ai conservatori, se non ai leader reazionari ungheresi e polacchi. Lì un comico vagamente populista, ma poco poco, del quale devi solo spiegarmi cosa intenda dire per lotta alla corruzione e del quale si potrebbe perfino tollerare un minimo di buoni rapporti con Mosca, visto che la qualità delle alternative è vicina allo zero. E che Dio gliela mandi buona. Ovviamente il Dio evocato da una chiesa ortodossa scissionista rispetto a quella russa. Visto che il patriarca di quest’ultima aveva invece evocato Putin come “miracolo di Dio”.

Anche in Slovacchia la religione ha un certo peso, con la candidata liberal che difende le adozioni dei gay e quello socialdemocratico la famiglia tradizionale. Ma almeno lì i pope non scendono in campo.