MESSICO, LOPEZ OBRADOR: ‘RISCRIVERE STORIA CONQUISTADORES CON SPAGNA E VATICANO’

DI LIA HARAMLIK DE FEO

Mentre il Venezuela è al buio, causa neoimperialismo USA -ovvero di coloro che da due secoli trattano l’America ispanica come fosse il cortile di casa, rapinandola e lasciando dietro di sé dittature, desaparecidos, bande paramilatari e tragedie immani- arriva un signore, per giunta presidente del Messico, che si chiama López Obrador e il cui nonno, incidentalmente, è di Santander, Cantabria, Spagna, e, con le buone intenzioni di cui è lastricata la strada per l’inferno, fa sua la causa dei più deboli chiedendo conto dei crimini del colonialismo, sì, ma a chi? Agli USA? All’Europa in generale? Al capitalismo moderno? Alle multinazionali? Ma no. Alla Spagna. A un re borbone (che con la Conquista non c’entra nulla, peraltro) che dovrebbe scusarsi a nome di un popolo a cui viene chiesto, oggi, di sentirsi peggiore degli Usa, della Russia, della Francia, di qualsiasi protagonista dell’imperialismo attuale. A cui viene chiesto di scusarsi “come popolo”. Come se il colonialismo avesse connotazioni razziali, o come se fosse patrimonio culturale loro e solo loro, degli spagnoli in quanto tali.

E’ il bello del pensiero politicamente corretto: permette di trastullarsi con il fatuo, di trasferirsi armi e bagagli in un mondo parallelo dove nulla di ciò che è reale conta più del raccontino che ne fai. E si dà il caso che la prima narrazione “politicamente corretta” della storia, la cui straordinaria efficacia propagandistica dura fino ai giorni nostri, sia stata, guarda un po’, proprio quella della Leggenda Nera antispagnola.

Tu vedevi ‘sti biondi -inglesi, olandesi, francesi, seminatori di futuri wasp- che, secolo dopo secolo, puntavano il loro ditino schifato contro gli spagnoli -spagnoli e quindi meticci, scuri e bassi, con tanto sangue arabo e, orrore, ebraico nelle vene – accusandoli di ogni crimine e di ogni sterminio in America.
E, intanto, colonizzavano, conquistavano, rubavano. Non come gli spagnoli: molto peggio. Senza gli scrupoli degli spagnoli, senza un Bartolomé de las Casas, senza mischiarsi con gli indigeni, senza fare leggi a loro protezione, senza creare società meticce, senza lasciare nulla.
Condannavano la Spagna per prenderne il posto, non perché stesse loro a cuore il bene degli indigeni. Come, secoli dopo, i colonizzatori inglesi in Medio Oriente avrebbero denunciato l’uso del velo come simbolo di un “barbaro maschilismo dei musulmani” mentre, in Inghilterra, erano i primi a proibire il voto alle donne.

Dice Roberto Retamar, cubano e padre degli studi postcoloniali latinoamericani: “Sarebbe stata forse una fortuna se [al posto della cultura spagnola] ci fosse toccata la cultura olandese, come è accaduto al Suriname, o quella inglese, come in Giamaica, o francese come ad Haiti? Quale beneficio ha comportato per questi paesi avere come riferimento una cultura metropolitana non spagnola?”
Sono paesi dove l’apartheid ha lasciato ferite che sono ancora al rosso vivo, dove ai neri è stato precluso qualsiasi processo di emancipazione assieme ai bianchi e dove hanno pagato duramente per quelli intrapresi contro i bianchi, in società le cui fratture non erano minimamente paragonabili e quelle delle colonie spagnole.
Ma anche senza rimontarsi alla Storia, basta avere gli occhi sulla fronte: vai a Cuba e sono tutti mulatti, vai ad Haiti o in Giamaica e sono tutti neri. Da una parte è esistita una fusione fisica, culturale, spirituale, e dall’altra no.

Nell’America ispana le culture originarie persistono. Ci sono, con i loro usi e le loro lingue. E se non sono integrate come dovrebbero, forse la colpa non è della Spagna, scacciata due secoli fa. Non è stata la Spagna a rendere la vita difficile, dall’Ottocento a oggi, agli indios del Chiapas o delle Amazzoni.
Nell’America anglosassone, in compenso, non c’è niente. Quattro pellirossa nelle riserve, questo è rimasto. Nessun tratto pellerossa nella cultura USA. Non ci sono tratti indios nei volti degli statunitensi. Ma guardate in faccia un messicano, un peruviano, un ecuatoriano, invece. Guardate la letteratura latinoamericana o la sua musica. E fatevi due conti sulle rispettive colonizzazioni.

Gli spagnoli, assieme alle culture originarie e ai neri integrati nelle guerre di liberazione, hanno dato vita alla Nostra America Meticcia che José Marti rivendica e getta come base dell’identità dell’intero subcontinente, fattore di differenziazione e autonomia rispetto all’imperialismo USA.
E’ stato un “meticciato doloroso”, come mi diceva un’amica messicana sotto l’altro post? Ma quale meticciato, scusate, non lo è? E’ forse indolore il meticciato verso cui ci avviamo oggi con le migrazioni di massa? Esistono processi storici che si possono gestire, ma non fermare. L’America sarebbe stata comunque “scoperta”. Lo avesse fatto l’Inghilterra, la Francia o l’Olanda non ci sarebbe da chiedere scusa a nessun indio perché, semplicemente, mancherebbero gli indios. Nell’America ispana rimane, invece, un meticciato che è la sua forza e il suo tratto differenziale. Rinnegarlo a cosa serve? A sentirsi degli aborti mal riusciti? A rendere un ennesimo omaggio all’egemonia culturale yankee col suo pensiero unico, come se, storicamente, farlo gli avesse portato fortuna? José Marti si starà rivoltando nella tomba.

Non è “mentalità imperialista” ciò che ci deve portare a farci una risata sulla bizzarra idea del cantabro López e sulla sua ottusità che mi pare, ahimé più castigliana che messicana . E’ rispetto per la storia stessa dell’America Latina. Quella che portò tanti latinoamericani a combattere per la Repubblica spagnola. Che fa dire a César Vallejo:

“¡Niños del mundo, está
la madre España con su vientre a cuestas;
está nuestra madre con sus férulas,
está madre y maestra,
cruz y madera, porque os dio la altura,
vértigo y división y suma, niños;”

Che fa dire a Carpentier:

“España, la que sentíamos nuestra, la que nunca habíamos combatido realmente en América aunque echásemos de nuestras tierras a sus procónsules, esa España, muy tenida a menos desde hacía más de un siglo, volvió a hacerse carne de nuestra carne. Y, por ello, cuando empezaron los bombardeos sistemáticos de Madrid, cada obús nos retumbó en las entrañas.”

A cosa vi serve, amici messicani, farvi un giro di sputi sulla Spagna, proprio adesso, con questi chiari di luna? A rinnegare voi stessi? A pensare che il nemico è il sangue che vi scorre nelle vene?
Il nemico è economico e geopolitico e gode di ottima salute oggi, nel 2019.
Prendervela con i vostri antenati del ‘500 mi pare, che volete che vi dica, ‘na strunzata.

(Allego lettura di approfondimento per gli interessati: https://es.unesco.org/…/aout-s…/desacreditando-leyenda-negra )