QUAGLIA E KEAN COME IL VECCHIO E IL BAMBINO DI GUCCINI

DI DARWIN PASTORIN

Un vecchio e un bambino si preser per mano e insieme andarono incontro alla rete. Cambiamo “sera” con “rete”, ed ecco, nel nome di Francesco Guccini e di uno dei suoi capolavori, la colonna sonora della notte di Parma, del 6-0 della banda Mancini ai sognatori del Liechtenstein.

Il Vecchio è il formidabile Fabio Quagliarella, da ieri il più anziano bomber azzurro con i suoi 36 anni e 54 giorni (il difensore Panacci passa, così, al secondo posto), una doppietta su rigore, l’ultimo gol con la maglia dell’Italia risaliva al settembre 2010, contro le Far Oer. Capocannoniere del campionato, stella della Samp, un esempio per tutti; il Bambino è il vercellese Moise Kean, classe Duemila, attaccante della Juventus, il più giovane a realizzare due gol in due partite consecutive in nazionale. Una forza della natura, un puntero destinato a una luminosa carriera.

Troppo facile, direte voi. Non è così: il calcio, da sempre, ci insegna che le insidie sono all’ordine del giorno; contro le cosiddette squadre “cenerentola” il rischio di figure barbine è dietro l’angolo: basta rileggere la storia del football, e noi ne sappiamo qualcosa, vedi Corea del Nord ai mondiali inglesi del 1966… Quello che conta, qui, ora, è la forza della narrazione.

Questa bella storia di Quaglia e Kean, diciassette anni di differenza: perché il pallone, come ormai ben sappiamo, riesce, talvolta, a rappresentare una meravigliosa e abbagliante “metafora della vita”.

Una storia, quella del Vecchio e il Bambino, che sembra uscita da un racconto di Osvaldo Soriano, il “bracconiere di tipi e personaggi” (anche) di calcio, il fuoriclasse argentino che ha saputo trasformare una palla di cuoio in letteratura viva.

Il Gordo avrebbe amato questa vicenda di Fabio e Moise: ambientandola in Patagonia, alla fine degli Anni Cinquanta, di domenica, dove esisteva soltanto il fútbol “perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie”.

Pensando a Quaglia e Kean ho recuperato, nelle belle pagine dell’autore di “Triste, solitario y final“, l’anziano portiere el Gato Díaz che, dopo aver parato un rigore memorabile, durato una vita, al centravanti Constante Gauna, si trova davanti, qualche anno più avanti, il giovane bomber Soriano, ancora una volta per un penalty.

Scrive Osvaldo:

“Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato. – Bene, ragazzo, – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al Gato Díaz, ma nessuno ti crederà”.

Quagliarella e Kean hanno scritto, a Parma, una piccola, intensa novella con protagonisti un pallone e la poesia. Un pallone e la bellezza. Un pallone e l’allegria. Il calcio, quando vuole, sa uscire dalla volgarità, dal razzismo, dalla bufera.