25 ANNI FA, PER NON CAMBIARE

DI CORRADINO MINEO

25 anni fa, da alcuni mesi, ero vice direttore del Tg3, la mia compagna, Adriana, aveva partorito due gemelli, Elettra e Manfredi, una giovane e brava giornalista cui volevo bene, Ilaria, era stata uccisa, assieme al suo operatore, in Somalia, in quella che ritenni allora una vendetta anti-italiana, ma che forse fu un assassinio su commissione, per aver messo il naso in un affare di rifiuti tossici esportati in Africa con la mediazione dei “nostri” servizi. Il 29 marzo di quell’anno l’Italia si scopriva diversa. Non più i vecchi partiti, Democrazia Cristiana, Partito Comunista, ma tre coalizioni tutte nuove, ciascuna con un uomo “forte” alla guida. E una legge maggioritaria, che portava il nome dell’attuale presidente della Repubblica.
Mario Segni, il signore sulla destra, era figlio d’arte: il padre era stato Presidente della Repubblica in tempi difficili, quando un generale aveva fatto intendere “rumor di sciabole” a un partito di governo. Ma il giovane Segni aveva goduto all’inizio degli anni 90 di una cambiale di credito, presentato da Repubblica e l’Espresso, come uomo della provvidenza, essendo convinto assertore della necessità di passare dalla vecchie regole costituzionali a una democrazia di tipo anglo sassone, chi prevale anche di un punto governa per 5 anni. Fine della fiera. Il suo Patto Per l’Italia aveva preso ben 6 milioni di voti, ma era stato il bottino più magro, appena il 15,75% dei voti validi.
L’uomo al centro, Achille Occhetto, dopo la caduta del muro a Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, aveva sciolto il Partito Comunista Italiano, aveva affrontato una scissione, anzi l’aveva salutata quasi con sollievo, pensando di essersi così liberato dalla zavorra di una narrazione classista, vero impedimento -credevano lui e i suoi collaboratori- all’affermarsi un gruppo dirigente di illuminati, l’unico capace di egemonia, di rappresentare cioè l’anima profonda della nazione. Alla guida di una Alleanza dei Progressisti, subito ribattezzata gioiosa macchina da guerra, aveva ottenuto oltre 13 milioni di voti, il 34,34%.
A sinistra il vincitore, Silvio Berlusconi. Convinto che i comunisti fossero rimasti tali, aveva messo insieme dal niente -o meglio grazie a quella poderoso fabbrica di consensi che erano divenute le sue televisioni- un’alleanza inedita tra due destre, quella post-fascista, guidata da Gianfranco Fini, e quella leghista, che organizzava il rancore delle province del nord nei confronti di Roma Ladrona, guidata da Umberto Bossi. Silvio aveva aggiunto il colore azzurro della nazionale del calcio, e la promessa di dare visibilità al popolo dei consumatori, dei piccolo borghesi fino ad allora costretti a delegare i grandi partiti e, con loro, l’una o l’altra élite della storia repubblicana. Se sono riuscito Io ad aprire la porta del salotto buono della borghesia, perché non potete diventare, Voi la nuova classe dirigente? Il suo Polo delle Libertà e del Buon Governo ottenne 14 milioni di voti, il 42,84%.
Il mondo intorno all’Italia stava cambiando. I campioni delle destre anglosassoni ed est europei, Donald Reagan, Margherite Tatcher e Karol Wojtyla avevano spazzato via l’estremo tentativo, ormai fuori tempo, di riformare il sistema sovietico e Michail Gorbačëv, mentre la Cina -si credeva allora- si stava convertendo al capitalismo; e poco importa se aveva represso nel sangue la rivolta giovanile di Tien An Men. Ma. svolto il loro compito, i vecchi ruderi dell’anticomunismo parevano ormai inutili e imbarazzanti. Ora si parlava di uno sviluppo senza ostacoli, di un mondo che può uscire dalla storia e dai suoi conflitti. per costruire una umanità nuova, a misura della libera circolazione delle merci e dell’estendersi dei diritti del consumatore, se non del cittadino, anche là dove tali diritti erano quasi sconosciuti. Così a gestore la mondializzazione si candidavano le sinistre, ormai liberate da ogni legame non solo con la tradizione rivoluzionaria dell’Ottobre ma anche con la lotta di classe e con la stessa tradizione socialdemocratica. Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti dal 1993 al 2001, Tony Blair, primo ministro dal 1997 al 2007, Gerhard Scröder, cancellieri dal 1998 al 2005.
Ma l’Italia doveva recuperare un suo particolare ritardo. Dal 1968 le istituzioni erano apparse inadeguate ai bisogni nuovi della società. Dopo il lungo boom dell’economia e davanti al protagonismo giovanile ed operaio. Il vecchio Stato, fondato ancora sull’eredità del “ventennio”, aveva tentato a lungo e invano di imporre una svolta autoritaria, dando così stura e alibi a un antagonismo violento ed anche armato, in una clima di quasi guerra civile. A ben vedere quei 3 uomini nella foto, che ho conosciuto tutti tre e diversamente apprezzato, rappresentavano il tentativo di cambiare ma imponendo una restaurazione. Segni riproponeva una Democrazia Cristiana finalmente libera dal vincolo costituzionale che l’aveva costretto a dividere il controllo sociale, e l’egemonia sul paese, con l’opposizione comunista. Berlusconi dava di nuovo fiato (dopo il Risorgimento, dopo il fascismo) a un’Italia piccolo-borghese, desiderosa di liberarsi dai suoi .complessi d’inferiorità, economici e culturali, nei confronti delle élite. Occhetto pretendeva che un particolare gruppo dirigente, passato dall’Internazionale Comunista alla Svolta di Salerno, dalla Resistenza al Compromesso Storico, fosse il sale dell’Italia, l’unico capace di una egemonia democratica.
Cambiare tutto per non cambiare niente. Segni fu subito inghiottito in un buco nero: senza la linfa della vecchia Dc (e della chiesa di Pacelli) la sua proposta apparve, ed era, politicista. Gli eredi di Occhetto si divisero tra vestali del marketing (Ulivo, partito a vocazione maggioritaria) e pontefici della politica, come arte e capacità di costruire alleanze (fino a portarci in guerra nei Balcani, al seguito degli Stati Uniti e sostenendo, una tantum, il diritto di una regione, il Kosovo, a divorziare dallo stato nazione, serbo. E Berlusconi, che non riuscì mai a fondere le diverse anime che aveva riunito, si ridusse a gestire tutto da solo (dal 2008 al 2011) quando, stanco e distratto dalle cene eleganti, in realtà non ne aveva più voglia e non seppe capire le novità che incombevano sul mondo e la crisi del 2008
Il resto è cronaca. Per due anni (2011-2013) un presidente della repubblica post comunista ha gestito il paese con tecnici e banchieri, per salvarlo -riteneva- da se stesso. Quando si è votato, nel 2013, nessuno ha vinto perché si è affacciato un terzo incomodo, un vero ossimoro né di destra né di sinistra, nato tra i movimenti ma non ostile alle imprese, contrario alla lotta di classe ma fomentatore di invidia sociale. Invece di fare i conti con tale emersione, di darle il tempo di maturare, i gruppi dirigenti della sinistra, imbarcata una parte della destra, si misero a scimmiottarla: rottamazione della “casta”, dei sindacati e della intermediazione, trionfo della narrazione, la politica che si consuma nel tempo di una diretta televisiva. Non poteva funzionare, perché il potere si sente sempre obbligato a dire che tutto va bene e perché tra l’imitazione e l’originale prevale il secondo. Così da un anno abbiamo un movimento che la vinto le elezioni ma ha perso la sfida del governo. Abbiamo un leader emergente che scimmiotta Mussolini, senza averne lo spessore tragico, e Berlusconi, senza l’empatia e l’ostinazione con cui il cavaliere non smetteva di parlarti fino a quando non pensava di averti in parte convinto. E abbiamo un altro leader che va da Bolton per scontare u suoi peccati cinesi, che sostiene la rivolta in Francia e governa con la destra in Italia, che chiedeva processi e carcere a ogni sentore di reato, ma salva dal processo l’alleato che certi giudici accusano di sequestro di persona mentre altri ne hanno condannato per frode il partito. Sì, vince l’ossimoro. Direi da 25 anni. Il tentativo di conciliare alpha e omega. Bolton e Via della Seta. Bacioni buonisti e minacce fasciste. Senza misurarsi con la realtà.
Francamente non vedo un grande cambiamento. Sostituite Segni con Renzi, Occhetto con Di Maio, Berlusconi con Salvini e…il prodotto cambia poco. Cambierà il paese? Io lo spero, ma serve una rivoluzione. Ed è necessario uscire dal blog. Frase usata da Matteo Renzi contro Beppe Grillo. Ma ora Grillo è tornato a dire quel che più gli piace in teatro. E nel blog (Twitter, Facebook) sono rimasti impantanati tutti gli altri. Perché non parlo di Zingaretti? Perché non credo che si possa cambiare il metodo e non la cosa, il nome anziché le idee.