DOBBIAMO AVERE PAURA DI JEKYLL

DI LUCA BILLI

La notizia della condanna di George Pell è stata accolta da tantissimi con malcelata soddisfazione. Il popolo gode sempre quando vede la caduta di un potente; se poi questo potente è anche un prete, uno di quelli che ci faceva la morale, uno di quelli che ci diceva cosa dovevamo o non dovevamo fare, la gioia è ancora più grande. E poi c’è il torbido di uno scandalo sessuale: non potevamo chiedere di meglio per soddisfare la nostra sete di voyeuristica vendetta. E così ci dimentichiamo di coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di questa brutta vicenda, ossia quei ragazzini che sono stati le vittime di questo personaggio. Siamo così felici di vedere il potente cardinale arrestato che non pensiamo a quelle vittime: francamente credo che avremmo dovuto sperare che quei due ragazzini non avessero sofferto quello che hanno dovuto soffrire e di cui porteranno sempre le conseguenze.E la contentezza per l’arresto di Pell ci impedisce anche di pensare a cosa davvero è successo, a cosa purtroppo continuamente succede. Soprattutto ci impedisce di pensare alla pedofilia che c’è intorno a noi, anche vicino a noi. Tutti conoscete la storia del dottor Jekyll e del signor Hyde, scritta a fine Ottocento dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson e spesso banalizzata nella cultura popolare del Novecento, dai film ai fumetti, fino ai cartoni animati per i bambini. Io ho sempre pensato che il vero “cattivo” della storia non sia Edward Hyde: quello di cui dobbiamo davvero aver paura è il “buon” dottor Jekyll. Da uno come Hyde stiamo istintivamente lontani, ma invece ci fidiamo di uno come Jekyll, arriviamo ad affidargli la nostra vita e quella dei nostri figli. Dobbiamo avere paura di Jekyll perché è come noi.
E infatti quanto della cattiveria di Jekyll c’è in ciascuno di noi? La pedofilia, le violenze sessuali verso i bambini e le bambine sono probabilmente sempre esistiti. Non sono uno psicologo e non so cosa porti alcuni di noi a provare piacere in questo modo, che a tanti altri sembra aberrante. C’è naturalmente una responsabilità personale fortissima delle singole persone che si piegano a questi impulsi e credo che la società debba trovare i mezzi idonei a punirli, con tutta la severità possibile. Ma questa responsabilità è anche nostra, ossia di chi non ha questi impulsi o, se li ha da qualche parte nel proprio inconscio, riesce a dominarli e a non farli mai emergere.
La nostra società non riesce a fare i conti con la sessualità, non riesce a fare i conti con il corpo della donna. Non serve acquistare le riviste pornografiche, basta sfogliare un qualsiasi giornale per trovarci davanti a un modello femminile di donna sempre bellissima, sempre giovane, sempre disponibile, che viene usata per indurci ad acquistare qualsiasi prodotto. Non è necessario cercare siti particolari nella rete, basta guardare i video musicali condivisi su Youtube per vedere immagini costruite apposta per sollecitare la nostra sessualità, anche nei suoi aspetti più morbosi.
Abbiamo ormai accettato questo continuo bombardamento di immagini, di allusioni, di promesse, che credo mettano in difficoltà chi è più debole, chi è più giovane, chi non ha una compagna o un compagno con cui riuscire a esprimere la gioia e la bellezza di un rapporto fisico da entrambi voluto e condiviso. E fatalmente si sposta sempre più il livello di ciò che è proibito, con tutto il fascino perverso che questo si porta con sé.
Ripeto, così come la società patriarcale e autoritaria di alcuni decenni fa non giustificava la violenza domestica contro le donne e non toglie responsabilità agli uomini che hanno esercitato questa violenza, così la nostra società così apparentemente disinibita non può servire da alibi per chi non riesce a contenere i propri impulsi di violenza, verso le donne o verso i bambini. La responsabilità personale rimane, ma dobbiamo anche fare qualcosa per insegnare ai nostri figli che esiste una sessualità diversa, fatta di reciproca intesa, di accettazione tra pari, che quindi esclude la pedofilia, dove sempre c’è violenza, perché c’è troppa differenza tra le due persone, tra le diverse consapevolezze con cui affrontano quel rapporto. E forse anche la chiesa dovrebbe insegnare ai preti a pensare alla propria sessualità.
Dobbiamo chiedere aiuto alle donne, ma dobbiamo cominciare noi uomini a riflettere su questo tema, anche a costo di scontrarci. Un amico che si vanta delle sue “conquiste” sempre più giovani non è qualcuno da invidiare, ma uno da mettere fuori dalla cerchia delle proprie amicizie, provandogli a spiegare perché sta sbagliando. Un collega che ci racconta le sue “avventure” con le prostitute, magari in un viaggio in un paradiso tropicale, non è qualcuno da ammirare, ma uno da evitare. Non è questione di essere moralisti, ma bisogna cercare di andare controcorrente rispetto a un mondo che va, purtroppo, in una direzione che non ci piace.
A noi ogni giorno può capitare di salutare o di stringere la mano al dottor Jekyll, di salutare o di stringere la mano a un pedofilo, non possiamo evitare di farlo temo, perché in molti casi è impossibile da capire. Ma possiamo – dobbiamo – fare qualcosa perché quelle persone non continuino a trasmettere il proprio modello. Prima di tutto facendo vincere un modello diverso di società, in cui la sessualità è un aspetto bello della vita e in cui le donne non sono oggetti dei maschi. Dobbiamo chiedere ai maschi di fare i conti con il Jekyll che è in loro, partendo dal Jekyll che è in noi.