CARO BEPPE GRILLO, TI SPIEGO PERCHÈ ‘AUTISTCO’ NON È UN INSULTO

DI JACOPO MELIO

Niente da fare, è successo di nuovo. E quando a non capire è soprattutto chi dovrebbe dare il buon esempio, educando la società attraverso il potere della propria visibilità che potrebbe essere sfruttata in modo positivo, il danno e la delusione sono doppi. La disabilità è diventata ancora una volta un termine di paragone per offendere chi non ci piace.

Non smetterò mai di ripetere quanto sia deleterio utilizzare termini che rimandano alle persone con disabilità come forma di offesa: “Oh ma che sei handicappato?”, “Che mongoloide quello!”, “Mah, a me sembri proprio spastico!”, “Ma per caso hai bisogno della 104?”. Tutti questi modi di dire, diventati erroneamente “di costume”, essendo entrati piano piano nel nostro linguaggio più grezzo, non fanno altro che amplificare stereotipi e pregiudizi, e di conseguenza discriminazione (anche se, va detto, il più delle volte in modo inconsapevole e indiretto).

Proprio Beppe Grillo, in questi giorni, durante la serata del 27 marzo al teatro di San Marino (dove si trovava per il suo show “Insomnia”), ha attaccato il Ministro Matteo Salvini dicendo di averlo incontrato per la prima volta al Parlamento europeo: “Era al telefono con sua mamma e me l’ha passata. Come fa a essere un figlio di puttana uno che ti passa sua madre al telefono?”. Non soddisfatto del suo feroce sarcasmo, ha incalzato: “Posso fare satira su Toninelli? È ingenuo, una persona straordinaria, solo ha una leggera sindrome di Asperger. Ma un po’ l’abbiamo tutti”.

Presto fatto. L’autismo utilizzato per denigrare il nemico, per smascherare le sue debolezze, per evidenziare certe fragilità. Come se una persona autistica sia necessariamente in difetto rispetto a quelle normodotate: l’autismo, ricordiamolo, non è una malattia ma una condizione. Per questo motivo occorre parlare di “disturbo dello spettro autistico”, proprio perché ci sono autismi a basso funzionamento ma anche ad alto o altissimo funzionamento, e questi sono i primi che dobbiamo raccontare e riportare come esempi positivi. Affinché possano crollare paure e superficialità dettate dall’ignoranza.

Molti geni del passato e contemporanei, ad esempio, erano e sono autistici (i più, tra l’altro, con la sindrome di Asperger citata da Grillo, e proprio noi di TPI avevamo riportato la bella storia di Damiano e sua sorella Margherita, ribadendo come certe disabilità non debbano essere più viste come un forte limite).

Il problema maggiore, purtroppo, è che questi meccanismi scattano anche per gli esperti del settore. Proprio coloro che dovrebbero difendere “la causa” anziché alimentarla gettando benzina sul fuoco, e di conseguenza sminuendo l’importanza delle parole e della comunicazione in ambito disabilità.

Mi sono proprio in questi giorni imbattuto sul blog amatoriale di uno psicologo del quale, senza fare il nome, citerò un breve pezzo di articolo: “Nascondersi è saper stare con se stessi, saper essere separati. D’altra parte ‘essere visti’, farsi trovare, è l’altra faccia della medaglia: il momento dell’abbraccio in cui le membra possono sciogliersi e la forma può essere persa. Entrambi i momenti sono necessari. Senza uno dei due poli la concentrazione si risolverebbe in un narcisismo autistico mentre il desiderio diventerebbe un bisogno senza centro, un attaccamento isterico”.

La domanda sorge dunque spontanea: cosa si vuole intendere con “narcisismo autistico”? Una forma di richiesta morbosa e capricciosa di attenzioni? Un bisogno di restare al centro, spesso infantile, che porta a pensare solo ed esclusivamente alle proprie esigenze senza guardare oltre? Ma allora non sarebbe sufficiente parlare di “egoisti stronzi con manie di protagonismo”, che è molto più semplice e non tira in ballo persone con problemi ben più seri di qualche capriccio?

Ecco, è qui che dovremmo fermarci tutti quanti a riflettere. Sembrano “solo parole” per qualcuno, ma per altri queste frasi nascondono un mondo molto più profondo e autentico rispetto ad uno show a teatro. Una realtà fatta di quotidiane, immense fatiche, oltre a piccole ma soddisfacenti conquiste. E noi tutto questo sforzo, questo lavoro costante e prezioso delle famiglie di ragazzi con autismo e non solo, abbiamo il dovere di difenderlo. Con le unghie, con i denti, e con i termini giusti. Senza banalizzare

Caro Beppe Grillo, ti spiego perché “autistico” non è un insulto