PIOMBINO E LA VALDICORNIA. UN NUOVO IMPEGNO PER CONTRASTARE “FASCISTELLI” E COALIZZATI

DI FABIO BALDASSARRI

Uno dei tormentoni delle prossime elezioni comunali a Piombino e in Valdicornia tornerà a essere la siderurgia con annessi e connessi, sebbene quest’industria stia appena accennando ad uscire dalla crisi. “Fascistelli” e coalizzati vogliono far credere che il ritorno alla produzione sia una colpa anziché un merito degli amministratori locali e dei lavoratori i quali, secondo loro (non osano dirlo ma in molti lo pensano), avrebbero fatto meglio ad aiutare i governi a chiudere tutto anziché adoperarsi per difendere migliaia di posti di lavoro. Al contrario è da augurarsi che alle prossime elezioni una sinistra larga e unita possa rinnovare il proprio impegno in difesa di questo comparto economico anche perché, se colpa ha da considerarsi l’esistenza della siderurgia a Piombino (a parte la ragione storica e trascorsa delle miniere dell’Isola d’Elba), come minimo andrebbe condivisa con i partiti dai quali proviene l’ignobile stirpe  dei “fascistelli” partorita  dalle partecipazioni statali fin dai tempi dell’ing. Oscar Sinigaglia che, perlomeno, si adoperò per creare  una moderna industria del ferro, ma ancor più dai “boiardi” di Stato del dopoguerra i cui mallevadori si insediarono nei partiti di governo e ne presero le redini clientelari: “boiardi” che, nel corso della Ricostruzione prima e della ridefinizione delle quote siderurgiche assegnate dall’Europa all’Italia dopo, arrivarono a svendere la siderurgia ai privati cosicché, infine, diventò proprietà di grandi gruppi stranieri.

Se i lavoratori di Piombino hanno delle responsabilità  (ma sarebbe più appropriato chiamarli meriti cui, di certo, non fanno ombra le balorde accuse di consociativismo che ogni tanto vengono loro mosse) sono soprattutto quelle di aver difeso con determinazione il posto di lavoro, un salario e le condizioni di vita per se stessi e per le proprie famiglie, ma anche per altre categorie sociali a cominciare dagli artigiani e dai commercianti che adesso, talvolta, sono costretti a tirare giù il bandone a causa di una crisi economica che, come sa chiunque voglia saperlo, non può essere considerata assolutamente e soltanto di carattere locale. Anche per loro, ripeto, gli amministratori di Piombino e della Valdicornia furono solidali con i lavoratori, e tutti dovrebbero ricordare che a suo tempo non mancò neppure il buon senso di dire no al IV° centro siderurgico che poi nacque a Taranto con i problemi che oggi sono noti, e no anche al V° che fu dirottato nella piana di Gioia Tauro ove, del resto, mai sorse. E meno male, vista la riduzione delle quote di produzione che rasero al suolo le acciaierie di Cogne, Sesto San Giovanni, Cornigliano, Trieste e Bagnoli lasciando d’intorno, troppo spesso (specie nel sud) vuoti di occupazione e assenza di prospettive.

A Piombino e in Valdicornia fu evitato dunque il gigantismo e, nella fase più alta dell’espansione industriale, gli amministratori ebbero l’accortezza di concordare piani regolatori con cui, anziché spopolare i comuni da cui provenivano i pendolari, tesero a valorizzarli. Per coloro che al tempo puntavano tutto sull’edilizia, sarebbe stata una pacchia far crescere a dismisura la città nella fase di espansione della siderurgia, anche a scapito dei servizi che nel dopoguerra non erano stati sicuramente ai primi posti tra i problemi che si poneva il governo centrale. Chi avesse la pazienza di cercare gli atti negli archivi comunali, troverebbe ancora le disposizioni delle giunte prefettizie con cui veniva negato l’utilizzo di risorse per finanziare scuole e altre opere del genere. Molto fu recuperato riguardo ai servizi quando il ruolo di controllo delle giunte prefettizie cessò, ma ciò avvenne nel contesto di risorse limitate a una popolazione demograficamente assai contenuta rispetto alla dimensione urbana e alla complessità di un territorio che, in ogni caso, fu ugualmente e saggiamente salvaguardato da Rimigliano a Populonia/golfo di Baratti, dalle spiagge della Costa Est fino alle Colline Metallifere. Basta dare un’occhiata al recentissimo documentario (28/3/2019) di Geo Rai 3: https://www.raiplay.it/…/Geo-Cacciatori-di-storie-a8feffb8-….

Ora, con l’approssimarsi delle elezioni, se ci fosse ancora qualcuno che non l’ha capito, mi auguro si tenga conto del fatto che “fascistelli” e coalizzati propongono più o meno velatamente la rivincita della speculazione edilizia agitando lo spettro di un falso ambientalismo, ostile persino alla produzione alternativa dell’energia necessaria alle acciaierie elettriche (come quella generabile con le pale eoliche collocate nelle sedi appropriate) anziché le tradizionali centrali a combustibili fossili. E così non si capisce neppure come possano costoro salvaguardare al meglio il territorio in nome di un turismo irragionevole e, pare di capire, senza regole. Sia chiaro: non che a Piombino e nella Valdicornia vada tutto bene. Cose da migliorare ce ne sono, ma non è male ricordare che molti dei soggetti di cui sopra sono gli eredi di quanti erano disponibili a riempire la Costa Est di altre ciminiere, quelle di una centrale da otto sezioni a carbone qualora a suo tempo gli amministratori non avessero indetto un referendum e la maggioranza dei cittadini non avesse votato no. Evidentemente non si rendevano conto che con la centrale e i relativi carbonili ciò che è stato invece difeso ed è ancora disponibile per altri usi, sarebbe stato perduto.

Vi sembra una visione apocalittica quella appena delineata? Forse, ma basta girare un po’ l’Italia per vedere cosa è successo altrove. Ad esempio per vedere la marea di seconde, terze e quarte case a uso stagionale, che ci sono persino non molto lontano dalla zona di cui vi parlo, e comprendere come grandi capitali siano stati immobilizzati e restino inutilizzati per larga parte dell’anno visto il cambio della destinazione d’uso da suolo agricolo a residenziale con il risultato di scombinare i territori dando colpi irreparabili all’economia di tutti per arricchire i pochi: in prima fila gli speculatori e, qualche volta, anche i corrotti. Viceversa, a Piombino e in Valdicornia, l’agricoltura va meglio di prima, con produzioni di qualità come l’eccellente vino che ormai viene commercializzato in tutto il mondo. E vi sono spiagge, coste, una ragguardevole portualità disponibile anche per le crociere, e aree di grande interesse culturale e paesaggistico, di cui alcune debitamente attrezzate, a disposizione per ulteriori progetti di valorizzazione. Dunque, chi volesse fare buone cose sul territorio, dovrebbe dire come concretamente intende valorizzare tanto ben di dio anziché spregiare ciò che finora è stato fatto e che per gli aspetti peggiori, il più delle volte imposti dall’esterno, ha visto l’impegno ruffiano di larga parte di coloro che adesso, profittando della crisi, cercano la rivincita laddove nel passato sono stati sconfitti.

E se talora gli amministratori locali hanno accettato dei compromessi, andrebbero giudicati per quel che di volta in volta ne è venuto fuori perché quegli amministratori non avevano tutto il potere in mano e l’arte del compromesso, se esercitata nel rispetto della legalità,  in democrazia non può che essere considerata una delle componenti dell’agire politico così come la libera informazione, il confronto delle idee e l’intermediazione sociale. Sono, queste, condizioni garantite dalla Costituzione, non dimentichiamolo: cioè dalla legge fondamentale dello Stato che fu approvata nell’Assemblea Costituente col massimo del consenso tra coloro che avevano partecipato alla Resistenza, contribuito con gli Alleati alla Liberazione e, pur partendo da presupposti talvolta assai diversi, convennero che l’Italia del dopoguerra dovesse rinascere “fondata sul lavoro”, “democratica”, “parlamentare” e “antifascista”. Tutto ciò viene raccontato  ai ragazzi, a scuola o in famiglia, quando qualcuno parla con onestà intellettuale della battaglia del X Settembre 1943, ovvero racconta dei piombinesi e dei militari di stanza alle batterie che vigilarono sul porto respingendo, in armi, i nazisti che volevano sbarcare per impadronirsi delle fabbriche e disporre dell’acciaio in esse prodotto onde contribuire alla prosecuzione della guerra.

Adesso sta arrivando il momento di ricordare quella giornata e gli ideali che ne costituirono la premessa e la continuità come incisi a lettere di fuoco nella medaglia d’oro che il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi appuntò sul gonfalone di Piombino nell’Ottobre del 2000. Altrimenti l’orgoglio esibito in tale circostanza dalla folla esultante diventerà solo retorica e, forse, persino miserabile finzione.