LA VITA È MIA. MIA?

DI MAURIZIO PATRICIELLO

“La devi smettere di dirmi di non fumare e di non rientrare tardi la sera. Ho sedici anni, so bene ciò che cosa devo o non devo fare. La vita è mia e la voglio vivere come meglio mi pare”. Stanco di litigare, Enzo, manda questo messaggino alla sua mamma. E lei, Anna, va in panico. Non sa più come comportarsi con quel figlio che fa uso di alcol e di spinelli, e arranca a scuola. La storia di Anna è simile a quella di tanti genitori che si tormentano per non essere stati capaci di educare i figli. E invocano aiuto. “Dove ho sbagliato?” si chiedono e chiedono di continuo. Il fatto è che non loro, in quanti genitori, hanno potuto commettere errori, nel campo educativo, in questi ultimi anni, forse abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare tutti. Le menzogne dette e ripetute, sovente passate inosservate, come innocue, lentamente lavorano nella mente dei più giovani. Enzo è caduto in una trappola pericolosa ma non se ne è accorto. Gli hanno fatto credere che la vita sia sua. Solamente sua. Essendo sua può farne quel che vuole, anche sprecarla, rovinarla, gettarla alle ortiche. Forte di questa falsa convinzione, pretende che i genitori, quali spettatori asettici, restino a guardare, come se niente fosse, lo scorrere delle sue giornate senza intervenire. Senza porre ostacoli. Senza limitare la sua libertà. Lui è convinto di sapere ciò che deve o non deve fare. Il primo, grande imbroglio è questo. La vita non è mai solamente mia. In modi diversi appartiene alla mia famiglia, ai miei amici, al mio Paese, all’intera umanità. Dio, o, per chi non crede, il caso, ha voluto che nascessimo da altri, che esistevano prima di noi. Nessuno è causa di se stesso. E a questi altri ci lega un rapporto unico, irripetibile, di sangue, di affetti, di cultura. Un rapporto che nel bene e nel male segna la nostra esistenza. Sulla famiglia non si può barare. Senza la mia famiglia io non sarei quel che sono. Enzo è un ragazzo curato e amato. Purtroppo, non sempre, non tutti i bambini del mondo hanno avuto la sua stessa fortuna. Ma a Enzo, oggi, l’attenzione dei genitori pesa, non l’avverte nei suoi confronti, come un obbligo di amore, ma come un freno alla sua libertà. Lui ha provato a fumare lo spinello, gli è piaciuto, vuole ripetere l’esperienza quando vuole e non capisce il motivo per cui dovrebbe sforzarsi di rinunciare a quella sensazione. Ha bevuto con gli amici in discoteca, si è inebriato, è andato su di giri, ha passato una serata in allegria, proprio non si rassegna all’idea di non doverlo fare in seguito. Smettere, e perché? Ecco, ci siamo. Se Enzo volesse davvero sapere il perché gli convenga smettere, i suoi genitori, coadiuvati da educatori, insegnati, esperti gli potrebbero dare validissime spiegazioni. Ma lui, oggi, non è disposto ad ascoltare. I suoi “perché” non sono vere domande ma il tentativo di porre fine alla discussione. Enzo deve imparare che la vita è più complessa di quanto appare a prima vista. E chi ha qualche anno in più lo sa. Sa che la maggior parte degli errori di oggi gli presenteranno il conto da pagare negli anni che verranno. Sa che su tante cose non si potrà ritornare più indietro. Gino aveva 15 anni appena quando, senza casco, col motorino imboccò una strada di campagna. L’impatto fu tremendo, lo scontro con un’auto, frontale, lo lasciò sanguinante sul selciato. Dalla sedia a rotelle non si è mai più rialzato. La sua mamma e il suo papà non lo hanno mai lasciato solo. Anche a Lello piacque lo spinello, proprio come a Enzo. Pian piano non gli bastò più, sentì il bisogno di passare oltre. E s’ incamminò in un vicolo cieco, buio, maledetto, pericoloso. Sulla sua pelle gli avvoltoi fecero il loro nido. E gli beccarono l’animo. Celebrai il suo funerale in una fredda mattina d’inverno con una pena immensa. Sentivo il freddo gelarmi le ossa. La sua giovane mamma, distrutta dal dolore, riversa sul pavimento, cingeva la sua bara come quando lo portava in fasce. Sembrava invecchiata di trent’anni. Bare bianche. Quante ne ho viste. Quante ne ho dovute benedire. Non è vero che la mia vita è solamente mia. È anche tua. Forse, soprattutto tua. Ti appartiene di diritto. Sei tu che dai speranza alle mie giornate. Senza la tua compagnia la noia, in non senso mi annienterebbero. Soli si muore. È vero. Abbassiamo i toni. Ragioniamo con calma. Abbiamo a cuore le giovani generazioni. Non rendiamoci complici delle menzogne che li traggono in inganno.