ANZIANI – PETINA, IL PAESE CHE AMA I NONNI

DI FLAVIO PAGANO

In un futuro ormai vicino, la percentuale di novantenni sarà tripla di quella attuale. Ma, sebbene il pensiero di invecchiare continui a farci paura, dobbiamo cominciare a renderci conto che la terza età non rappresenta più soltanto la dolorosa anticamera della morte che era fino a qualche tempo fa.

Se nel Medioevo, quando si era vecchi a cinquant’anni, addirittura fiorì un genere letterario dedicato alla preparazione spirituale alla dipartita, la cosiddetta «ars bene moriendi», oggi sono tanti i settantenni e gli ottantenni perfettamente integrati nel tessuto sociale e lavorativo, anche ad alto livello.
I vecchi in buona salute, insomma, sono molti, e la vecchiaia va vista come una stagione produttiva dell’esistenza.
L’hanno capito molto bene in un incantevole paesino del salernitano, Petina, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, dove fra giovani e anziani, anticipando un modello destinato a imporsi nei prossimi anni, non solo non ci sono più barriere, ma si coopera fianco a fianco.
I bambini della scuola comunale di Petina partecipano alle attività degli anziani ospiti del locale Centro Residenziale Lucrezia, e vice versa. La nuova amministrazione, guidata dal sindaco Domenico D’Amato, e la rinata Pro Loco, col giovane presidente Cosimo Avallone, puntano naturalmente sul turismo, sulle bellezze naturali e sull’artigianato gastronomico, ma hanno anche deciso di fare dell’accoglienza, dell’accessibilità, dell’incontro generazionale, una strategia per rilanciare il senso di appartenenza alla comunità.
Ho avuto occasione di visitare questo centro, anche se non è dedicato specificamente all’alzheimer, e ho avuto l’ennesima riprova che solo attraverso il rapporto con le generazioni che ci hanno preceduto, possiamo mantenere vive le nostre radici.
Ida Giannattasio, che dirige il Centro, ha acconsentito a soddifare la mia curiosità di vedere come gli anziani vengono ospitati e, a dispetto degli orrori di tanta cronaca su questo tema, ho scoperto una realtà semplice, straordinariamente spontanea e toccante.
Il segreto, come sempre, sta nel riconoscere ai vecchi un ruolo ancora positivo. Nell’accettarli alla pari, e non come rugosi e canuti bambini che, invece di crescere, appassiscono. Si è fatta strada, ultimamente, in questa società sempre più spietata e calcolatrice, l’idea che tutto debba rendere. Che in tutto si debba trovare un tornaconto. Il vecchio così diventa un numero, l’animale di un allevamento, il prigioniero di un lager, da gestire nella maniera più efficiente fino al momento in cui ci si potrà finalmente liberare di lui.
Invece i vecchi di Petina sono i nonni di tutti. E al loro patrimonio di conoscenza, di emozioni, di saggezza, si dà valore e si offre rispetto.
Ad un tratto una delle ospiti, una signora in sedia a rotelle, con le mani di chi ha lavorato tutta la vita, e gli occhi chiari, dolcissimi, pieni di ancora di voglia di fare, a dispetto di un corpo che vacilla, mi ferma mentre le passo accanto e comincia a raccontarmi, in dialetto stretto, che è preoccupata per i suoi maiali…
Io la rassicuro, e lei si fida, si calma. Ma dopo pochi istanti le torna l’ansia. Riprende a parlarmi in dialetto, in non riesco a starle dietro, ma di nuovo capisco che teme per «li puorci», che evidentemente potrebbero scappare, o magari essere mangiati dai lupi…
Un’altra signora, poco dopo, attira la mia attenzione: mi guarda fisso, mi invita ad avvicinarmi e poi, proprio mentre sta per parlare, si commuove e comincia a piangere, senza riuscire a dire nemmeno una parola. Riprende fiato, sembra finalmente sul punto di dire quello che le sta tanto a cuore, ma le lacrime e i singhiozzi la fermano di nuovo.
Per fortuna, sotto le parole, come accade con il mare, che anche quando è molto agitato in superfice, in profondità rimane calmo, c’è un altro linguaggio: infatti appena un’assistente l’abbraccia, la vecchietta si rasserena, si calma.
S’è fatta l’ora dello spuntino e viene servita una deliziosa torta di fragole (di una qualità tra l’altro unica, di bosco, che esiste solo qua), e a quel punto un terzo ospite tira fuori un organetto e comincia a suonare, pensando forse di trovarsi a una festa, o a una sagra del paese.
Petina ha i suoi «nonni collettivi», ed eccolo il futuro: è questa la strada che dobbiamo imboccare.
Alla fine ci scattiamo una foto tutti insieme: sono stato là soltanto una mezzora, eppure mi è bastata per sentirmi anch’io a casa. In famiglia.
È il miracolo dell’unico farmaco gratuito del quale siamo avari: l’amore.
No, il futuro non deve farci paura.
Forse, pian piano, il mondo diventerà meno frenetico e più saggio. E forse il merito sarà proprio dei nostri vecchi.