LEONE GINZBURG EROE DIMENTICATO

DI ANGELO D’ ORSI

Nasceva oggi, 4 aprile, a Odessa, Leone Ginzburg: l’anno era il 1909. 110 anni dunque, sono trascorsi, e Ginzburg è un classico eroe dimenticato. Rimarrebbe deluso chi cercasse nei suoi Scritti i segni della grandezza. O meglio, i segni ci sono; ma solo una lettura in profondità, che al testo affianchi il contesto, che dietro lo scrittore faccia emergere l’uomo, che ricostruisca quella straordinaria vicenda di incroci umani, intellettuali e politici che fu la biografia di questo ebreo-russo fattosi italiano per scelta, con un travagliato iter per ottenere la cittadinanza italiana che poi gli venne tolta, quando scattarono le leggi razziali del 1938.

Rimasto in Italia perché sorpreso dallo scoppio della Grande Guerra, il piccolo Leone, da Viareggio passò a Torino: l’approdo al “mitico” Liceo D’Azeglio e le amicizie decisive con quell’eccezionale gruppo di giovani che, tra Umberto Cosmo e Augusto Monti, e specialmente sotto la guida di quest’ultimo, tra Norberto Bobbio e Massimo Mila, Cesare Pavese e Giulio Einaudi, fu un piccolo movimento di idee capace di influenzare una larga fetta della cultura cittadina, e ben presto anche nazionale.

Nel gruppo Leone spiccò subito per il suo fascino soggiogatore, per una base culturale infinitamente superiore a quella dei coetanei, e per maturità umana: e da solo o con alcuni di quegli amici e compagni egli fu coinvolto in alcune delle più notevoli avventure della Torino dell’epoca, una autentica capitale culturale d’Italia: dalla casa editrice in lingue estere Slavia alla Frassinelli, dove si mise in luce Franco Antonicelli, con la  “Biblioteca Europea”. L’esperienza della rivista “La Cultura” –“ago calamitato di tutta la limatura di ferro dell’antifascismo cittadino”, secondo l’Ovra – e quindi la casa dello Struzzo.

Il segno unificante di queste imprese fu in sostanza gobettiano (ma Gobetti aveva a sua volta importato a Torino da Firenze il modello della “Voce”, eliminando il cinismo di Prezzolini e dando invece una salda base morale al proprio lavoro). Come Gobetti, del resto, Ginzburg si mosse  sul binario della intransigenza politica e dell’apertura culturale: il dialogo con i gli omologhi fascisti, impossibile sul piano politico, poteva aprirsi su quello culturale, nel nome del comune mestiere intellettuale. Ecco i rapporti dunque con un Gentile o con un Ojetti. Ma nel contempo – intanto Leone si laureava in Lettere nell’ateneo torinese, avendo grandi maestri, da Augusto Rostagni a Ferdinando Neri – egli aderiva alla cospirazione giellista, dopo aver conosciuto a Parigi Carlo Rosselli. Lungi da ogni doppiezza dava un esempio di eccezionale dirittura quando rinunciò alla Libera docenza appena guadagnata per non sottostare al giuramento al regime mussoliniano esteso dai professori di ruolo ai liberi docenti.

Fu arrestato nel marzo del ’34, e passò due anni nel carcere di Civitavecchia, da cui ritornò poi a Torino continuando a dirigere nella clandestinità l’azione del gruppo di Giustizia e Libertà. Poi le leggi razziali, la guerra, il confino nelle montagne d’Abruzzo (dove la moglie Natalia, figlia del grande anatomo-patologo Giuseppe Levi, lo seguì e dove nacquero due dei tre figli). Non tenne in conto il consiglio di Croce, suo amico e ammiratore, che lo invitava a lasciar perdere la politica in tempi così difficili, specie per un ebreo ritornato nella condizione di “apolide” . Nulla valse a smorzare l’impegno politico e la voglia di combattere il fascismo, ma nemmeno la passione culturale: ne è prova il carteggio con la casa editrice Einaudi (che proprio lui, con Giulio e Cesare Pavese aveva fondato nel ’33), in cui emerge non solo un sicuro talento di “editor”, ma altresì uno zelo filologico che rinvia alla grande scuola subalpina.

Il 25 luglio del ’43, con la provvisoria caduta del fasciamo, non fu per lui occasione di fuga, di ricerca della salvezza personale: nelle file del Partito d’Azione in clandestinità Leone prese la via di Roma, affrontando il rischio con fiera consapevolezza, perché “tutto è preferibile al fascismo”. Benché avvertito dai compagni della possibilità dell’irruzione della Gestapo nella tipografia dove si stampava il foglio clandestino antifascista “L’Italia Libera” (da lui diretto con Fancello e Muscetta), non volle sottrarsi a quello che considerava il suo dovere: un esempio che ricorda il martirio di Rosa Luxemburg e Karl  Liebknecht. Morì nel braccio tedesco di Regina Coeli, dove era stato a lungo “interrogato” dagli aguzzini nazisti, con la complicità dei fascisti nostrani. Era il 5 febbraio del ’44. Non aveva ancora compiuto 35 anni.

Rispetto a un tale profilo i testi che Ginzburg ci ha lasciato pur rivestendo interesse per i cultori di letterature europee (dalla russa alla francese), per gli storici politici e delle idee, sono poca cosa per capire un uomo che più che un realizzatore fu un suscitatore, un uomo che sacrificò le sue enormi doti intellettuali a quella che giudicava, con una intransigenza etica che ha pochi riscontri nella storia del ceto intellettuale, un dovere morale. Negli articoli, nelle prefazioni alle sue mirabili traduzioni dal russo, nelle recensioni, negli scritti politici della clandestinità, nei frammenti storici, possiamo intuire la ricchezza multiforme di un genio che avrebbe potuto dare tanto in ciascuno di questi ambiti, ma scelse di mettere in secondo piano la sua genialità per salvare, con la propria, la dignità di tutto un popolo.

Davvero un insegnamento gobettiano, il suo, nel senso più nobile, e ad esso dovremmo guardare tutti quando siamo tentati di mollare la tensione etica del nostro “mestiere” di intellettuali, quando le sollecitazioni del mercato o dell’accademia ci spingono irresistibilmente verso una dimensione puramente tecnica del lavoro culturale. Un esempio altissimo quello ginzburghiano, per la stragrande maggioranza dei chierici suoi contemporanei (coetanei o della generazione precedente) inarrivabile, e oggi addirittura improponibile. Ma la vita di Ginzburg – di per se stessa la sua opera migliore – implica anche un insegnamento per i politici: non ci può essere serietà dell’azione politica senza una forte istanza morale. Nondimeno, se guardiamo al trasformismo dei chierici e all’opportunismo dei politici c’è da temere che la voce di questa splendida figura d’intellettuale che alle cattedre e ai titoli accademici preferì l’azione diretta per la libertà di tutti, fino all’estremo sacrificio della vita, risuoni come quella di chi grida nel deserto.