SE VUOI LA GUERRA, PREPARA LA GUERRA. I 70 ANNI DELLA NATO

DI ANGELO DORSI

70 anni or sono, il 4 aprile 1949, nasceva il Patto Atlantico, tra 12 nazioni, due del Nord America, Canada e Stati Uniti, e dieci dell’Europa: Regno Unito, Francia, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, Islanda. Prima vi era stato l’ERP, l’Economic Recovery Program, detto Piano Marshall dal nome del segretario di Stato George Marshall, il quale aveva annunciato il programma di aiuti per favorire la ripresa economica di una Europa prostrata alla fine del conflitto mondiale.

Il 20 marzo del ’48, a meno di un mese dalle prime elezioni nell’Italia postfascista, Marshall in modo esplicito spiegò che gli aiuti non sarebbero stati erogati o sarebbero stati sospesi in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Nello stesso senso era andata la mobilitazione delle gerarchie cattoliche con le parrocchie e i Comitati civici, con una campagna propagandistica di inedita violenza e capillarità. Il 18 aprile ’48 fu il trionfo della DC e dei partitini suoi satelliti, con la disfatta del Fronte delle sinistre.

Il Piano Marshall certo servì ai paesi europei, ma servì molto anche all’economia Usa, favorendo la prosecuzione di un altissimo livello produttivo, avviato negli anni di guerra; ora si produceva per esportare in Europa, condizionandone fortemente lo sviluppo. La successiva nascita del Patto Atlantico, suggellò il ruolo egemonico degli Usa sul Vecchio Continente: un micidiale uno/due (potenza militare/potenza economica) che impose nell’immediato post-conflitto gli Usa come “dominus” della scena continentale. L’allora ministro degli Esteri italiani, il conte Sforza, sentenziò che il Piano Marshall era “la prima occasione per l’Italia di uscire dall’isolamento”; il che era vero, ma a quale prezzo?

Come ci ricordano gli Atti Parlamentari l’adesione dell’Italia al Patto fu un fatto traumatico, poco più di un anno dopo l’entrata in vigore di una Costituzione che nell’articolo 11 recitava: “L’Italia ripudia la guerra”: un articolo-chiave, che costituiva un profondo spartiacque con l’Italia del fascismo, un regime nato dalla guerra, nutritosi di guerra e di guerra morto. Le opposizioni, nel caso anche i socialisti, accanto ai comunisti, diedero battaglia in Parlamento, fino allo spasimo, ma la forza dei numeri era inoppugnabile, e le Camere approvarono. Ma si trattò di una battaglia epocale, in cui si ripropose la spaccatura dell’Italia tra i due campi: sinistre unite, contrario, centristi e destra dall’altra parte, a favore. Questo campo si definì allora come “Partito americano” (più tardi scritto col k). E intanto la polizia ammazzava operai e contadini nelle piazze e nei campi. Fu la democrazia sotto sorveglianza.

Il Patto prevedeva poi anche una organizzazione militare: era la NATO, ossia la North Atlantic Treaty Organisation. L’Italia vi entrò, e fu così che il trittico venne completato: la Repubblica nata dalla Resistenza, si consegnava mani e piedi legati a Washington, sul piano economico, politico, militare. Era la sua scelta di campo nella Guerra fredda ormai avviata, e che dall’altro fronte, certo, non si faceva nulla per frenare. Basti pensare al blocco di Berlino operato dai sovietici nel ’48 e che fu abilmente sfruttato dalla propaganda occidentale suscitando una nuova ondata di umori anticomunisti: una delle motivazioni occasionali del Patto Atlantico, a cui l’URSS rispose poi con il Patto di Varsavia.

Da allora di acqua ne è scorsa sotto i ponti del Tevere. Il Patto rapidamente venne a identificarsi con la sua Organizzazione militare: la diplomazia contava decisamente meno dei missili e dei carri armati. E quella organizzazione, che accresceva via via il suo budget, mostrò ben presto una natura espansiva, radunando altri Stati, negli anni Cinquanta, gli anni della Guerra di Corea, della morte di Stalin, della crisi di Suez, dei fatti di Ungheria e del XX Congresso… In quel decennio vi fu l’ingresso contemporaneo di Grecia e Turchia (1952) e quindi della Germania Ovest (1955), in barba al Trattato di pace che la voleva permanentemente smilitarizzata. A parte la Spagna, che vi entrò trent’anni più tardi, fu solo dopo il crollo del Muro, e l’implosione del sistema sovietico che fioccarono le adesioni: un bel paradosso, considerato che era venuto meno il competitor internazionale degli USA, l’altra superpotenza, la Russia. Furono proprio le ex repubbliche facenti parte dell’URSS che intanto si era dissolta, ovvero i cosiddetti Paesi satelliti, a precipitarsi  sotto l’ombrello NATO: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia. E altri Stati premono, come il piccolo Montenegro, il terroristico Kosovo, o l’Ucraina in mano a un governo con una cospicua componente neonazista.

Non c’è stata, a parte la Francia, nessuna nazione europea che, dopo la fine del II Conflitto mondiale abbia provato ad autonomizzarsi dall’egemonia statunitense. Nel 1966 il generale De Gaulle decideva di uscire dalla NATO, restando nel Patto Atlantico. Gli sviluppi successivi – post 1989 – andarono in ben altra direzione. Nel 1990 in primavera, si diede corso a un gigantesco “war game” USA-Nato: era la prima volta. E quei giochi di guerra si sarebbero fatti dal vivo pochi mesi dopo, nella prima delle “nuove guerre”, con la guerra del Golfo, paradigma delle ”New Wars”, prima estrinsecazione del “New World Order”, di George Bush (o meglio del suo “think tank”).

A seguire la NATO divenne protagonista di quelle “guerre ineguali”. Con il Kosovo, il ruolo NATO appare definitivamente trasformato, sostituendo di fatto e anche di diritto, l’ONU: il 24 settembre ’99, si tenne un vertice NATO, a Washington, dove si decise all’unanimità di cambiare alcuni articoli dello Statuto, quelli che limitavano l’azione ai casi di difesa da aggressioni militari. Ora la NATO traduceva sul piano giuridico i propri comportamenti aggressivi, giustificandoli preventivamente: con quella modifica a partire da quel momento la NATO poteva intervenire in ogni situazione in cui si potessero riscontrare “potenziali minacce”: terrorismo, criminalità d’ogni genere, migrazioni, violazioni di diritti umani…, ecc. La NATO dunque non soltanto diventava il gendarme e il giudice planetario, ma lo dichiarava.
Decisiva fu dunque la guerra del 1999, che fu anche la prima occasione per la NATO di scendere in campo come forza militare integrata, quando per 11 settimane condusse, senza preventiva autorizzazione ONU, una campagna di bombardamenti contro la Repubblica Jugoslava.

Da allora la situazione, con i successivi conflitti asimmetrici, è andata sviluppandosi nello stesso senso: La NATO ha sostituito il Patto Atlantico, e nella NATO gli USA sono sempre più egemonici, anche se di tanto in tanto, anche negli ultimi giorni, si manifestano timidi tentativi di autonomizzazione dell’Unione Europea, prontamente rintuzzati da Washington. La lobby delle armi governa, e le agenzie private di politica estera, a cui spesso la Nato e gli USA appaltano pezzi di significativi di politica militare, contano più degli stessi organi formali. E dietro ogni “situazione di crisi”, fa capolino la NATO. Si ricordi il colpo di Stato in Ucraina, direttamente sostenuto dalla NATO, e organizzato dalla CIA, nella inerte benevolenza della UE.

In definitiva, quella alleanza che avrebbe dovuto essere strumento di pace è stata strumento di guerra, strumento militare e anche strumento ideologico: basti dare un’occhiata al sito web dell’Organizzazione, per ritrovare tutto il vieto armamentario della propaganda anticomunista, sotto specie di polemica antirussa (e in parte anticinese, e anti-islamica); e più in generale per trovarvi inquietanti pulsioni bellicistiche. La si smetta almeno con la favola del “Si vis pacem para bellum”. E si dica la verità: “Se vuoi la guerra, prepara la guerra”.