IL GOVERNO CHE NEGA LA REALTA’: IL CASO DELLA CINA E DEL DEF DI TRIA

DI SIMONE BONZANO

Fra finzione e realtà, gli esempi dell’accordo con la Cina e del DEF dimostrano come al Governo interessi solo l’immagine e non il paese.

Nella prima parte di Bocciati – qui il link – abbiamo fatto notare come la critica del governo al Rapporto OECD/OCSE fosse paradigmatica dell’atteggiamento di supponenza e inadeguatezza al proprio ruolo di questo esecutivo, più interessato alla propaganda che alla realtà.

Un atteggiamento per cui vale più il titolo sul giornale, o il like su Facebook, il far leva sul sentirsi al centro di un complotto anti-Italia piuttosto che il lavorare per rimettere in sesto il paese.

Guardando agli eventi recenti, ce n’è un altro degno di nota ed è il caso della One Belt One Road (OBOR) nota in italiano come “Nuova Via della Seta”. Un simbolo di come la foto, il lancio, il diffondere false notizie sia parte integrante del tentativo del Governo attuale di reggere la baracca fino alle elezioni europee di maggio.

Le quali rimangono l’alpha e l’omega di questa stranita narrazione gialloverde. La realtà, e i conti, sono, però, dei galantuomini ed ecco che dalle pieghe del governo arrivano le prime bozze del DEF licenziate dal Ministero dell’Economia con il loro bagaglio di verità.


Il DEF 2020

“Noi non ci siamo mai rassegnati all’idea di una crescita zero in Italia, il nostro obiettivo nei prossimi mesi è lavorare per lo sviluppo del Paese” dice Luigi Di Maio intendo, con “noi”, il Governo. A distanza gli risponde indirettamente il Ministro Tria reduce dall’ECOFIN di Budapest che sta preparando il prossimo DEF, il quale dovrebbe essere presentato a il 10 aprile.

Stando a quanto anticipato da Repubblica – che sarebbe venuta in possesso di una copia dello stesso – Il PIL 2019 passa dall’1% stimato nella Manovra del Popolo allo 0,2 per cento, il deficit dal 2% sale al 2,4% e il debito pubblico da 130,8 arriverà a 132,6% che altro non so che i numeri presentati a gennaio dalla Commissione Europea. Il MEF, quindi, certifica quanto i vari istituti e organizzazioni internazionali vanno dicendo da 4 mesi: l’Italia stagna e i conti pubblici sono a rischio

Non sarebbe solo colpa dello slowdown mondiale e principalmente della Germania, di cui il MEF prende atto, perché nel documento si legge chiaramente che “La revisione del sistema pensionistico in base alla cosiddetta Quota 100 avrebbe un lieve effetto negativo quest’anno”. Significativo anche l’apporto dello Spread, ovvero del costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico: “a partire dal secondo trimestre un marcato rialzo dei rendimenti sui titoli di Stato, si è accompagnato ad una maggiore cautela da parte di imprese e famiglie”

Tradotto in soldoni: il 2019 non sarà un anno bellissimo e l’Italia non riprenderà a crescere in quella maniera rutilante prospettata da Conte, Salvini e Di Maio.


L’importante sono sempre i voti

Quanto fatto trapelare dal MEF è in linea con le dichiarazioni di Tria all’ECOFIN. Interessante notare come ai margini del vertice, il Vicepresidente delle Commissione UE Dombrovksis ha dichiarato che quelle stime (lo 0.2%) si debbano considerare ottimiste, avallando, di conseguenza, quelle più pessimiste dell’OCSE di cui abbiamo già parlato.

Con molta probabilità, come già successe a settembre quando il MEF proponeva un deficit inferiore al 2%, queste cifre non saranno presenti nel DEF ufficiale. Metterle nero su bianco sarebbe, da parte dello stesso governo del balconcino, ammettere che le proprie scelte in materia economica siano errate: una presa di coscienza che sarebbe coraggiosa, ma che pregiudicherebbe, e non di poco, il risultato delle elezioni europee.

A fronte di questa data che si è deciso debba essere centrale nella Storia di questo paese – perché poi? trovate le nostre analisi sulle europee qui – difficile immaginare che il Governo esca dalla sua favoletta, ovvero di avere in mano la formuletta magica per trasformare e far partire il paese di slancio.

Difficile perché stiamo parlando delle stesse figure, Salvini e Di Maio, che fanno pressione sul MEF per licenziare al più presto il DL di rimborso ai “truffati” delle banche, quelle in cui si ripagheranno sia i risparmiatori – e ok – sia gli investitori – e va già meno bene. Un decreto “urgentissimo” perché quei soldi devono arrivare nelle tasche dei truffati in fretta, come i primi redditi di cittadinanza – anche senza che i centri dell’impiego siano pronti – e le prime pensioni a quota 100, prima del 26 maggio 2019.

La favoletta

Siamo infatti di fronte ad un caso palese di accanimento terapeutico. Un termine crudo, ma non vedo altro modo di definire il continuo tentativo dell’esecutivo – ma il discorso vale anche per i precedenti, soprattutto il Berlusconi V – di cercare la formuletta magica per uscire dalla crisi (una critica che, paradossalmente, Beppe Grillo faceva ai Governi Berlusconi negli anni 90, NdR). Tale formuletta avrebbe il potere mistico di rimettere a posto le finanze pubbliche e rilanciare l’economia in totale assenza di payoff, ovvero senza che qualcuno paghi sul momento – per quello ci sono sempre le generazioni future – e senza alterazionei cospicuie allo status quo delle imprese amiche dei lavoratori-elettori.

Visto che tali formulette non esistono, per un Governo che intraprende questa strada i comandamenti sono due: tirare a campare evitando i disastri palesi e mantenere ad ogni costo l’illusione che si stia andando verso quella direzione. Questo avviene negando ogni tipo di perplessità classificandolo come il frutto di sentimenti “anti-italiani” e, contemporaneamente, scaricando i problemi sui nemici o le condizioni esterne financo alle ‘quinte colonne’.

Tutto, ma propri tutto, anche avallare i peggio atteggiamenti degli elettori, basta che l’immagine del Governo rimanga pulita.

Da strumento comunicativo, il marketing politico diventa l’unico vero perno dell’azione di questo tipo di governo ed è quello che succede ora, come nella seconda parte del Governo Renzi, in tutto il Berlusconi 5 etc. etc. Si tratta di nascondere la realtà ed è così che arriviamo al nostro ultimo esempio: la farsa cinese.


OBOR, la nuova via della seta

Sono passate due settimane dalla visita di Xi Jinping in Italia e, dopo la sbornia mediatica, quello che rimane è il dubbio che quanto successo sia anch’essa una colossale mossa di marketing politico, almeno dal punto di vista del Governo italiano.

Secondo quanto dichiarato recentemente dal sottosegretario al MISE Geraci, ovvero il principale artefice del Memorandum of Understanding fra Italia e Cina, quest’ultimo sarebbe stato un’accordo “prettamente promozionale, in quanto non conterebbe nulla di concreto”. Xi sarebbe venuto in Italia a farsi un giretto e il MoU non sarebbe altro che un’astuta mossa geopolitica dei rispettivi governi per dare un segnale ai partners/competitors (UE e USA). Se così fosse speriamo che l’interpretazione di Geraci sia autentica, perché se no staremmo scherzando con la seconda potenza mondiale.

Il dubbio c’è, perché se da parte della Cina c’è un concreto interesse verso le infrastrutture italiane (porti e TLC comprese), dal punto di vista nostrano l’accordo con Pechino si può leggere con una doppia chiave di lettura: da una parte la necessità di rinvigorire l’immagine da statista di Luigi Di Maio – colui che si è intestato politicamente l’accordo – e, dall’altra, usare il MoU per sostenere l’immagine di un Governo che “fa cose” e che “va nella giusta direzione”.

Per chi se ne fosse già scordato, infatti, prima e dopo la firma, infatti, i media e gli account pro-governo e pro-M5S ribadivano come l’accordo fosse la chiave di volta per:

  • mettere in sicurezza il debito mediante l’acquisto dei titoli di stato italiani da parte della Cina
  • rilanciare i piani infrastrutturali del paese medianti i contratti OBOR
  • potenziare l’export italiano in Cina.

Il tutto senza colpo ferire, anzi, francesi e tedeschi, ribadivano i governativi, “sarebbero invidiosi dell’accordo stesso”. Tragicamente, ci hanno creduto in molti, anche lontani dall’area più prettamente governativa.

Lo smacco francese

Quest’illusione di aver “fatto fessi” i partner europei – che nella volgata populista sono i competitors – non è durata neanche lo spazio di un weekend. Ripartendo da Punta Raisi, è bastato che Xi Jinping arrivasse in Francia, incontrasse il Presidente francese Emmanuel Macron perché la Cina firmasse un piano di acquisto di 300 Airbus franco-tedeschi per un valore di circa 30 miliardi di euro. Senaa alcun accordo politico, Memorandum e interessamento della Francia a OBOR.

Noi, intanto, festeggiavamo l’accordo che ci avrebbe permesso di inviare le arance italiane in Cina, ovvero spedire arance siciliane al maggior produttore mondiale di arance. E farlo via aereo, magari proprio gli Airbus appena comprati in Francia.

Boutade a parte, pensate solo all’immensità della debaclè comunicativa: noi, gli italiani, quelli furbi, le arance; loro, gli invidiosi francesi, gli aerei. E questo prima che arrivasse la notizia per cui spedire agrumi via aereo in Cina sia troppo costoso e non sostenibile.


Storia di un Italia minuscola

Ricapitoliamo quindi. L’Italia firma un protocollo di intesa politica con la Cina definita dalla UE di cui facciamo parte sia a livello rappresentativo che decisionale come competitor commerciale e rivale sistemico.

Lo fa tramite un governo che si dichiara orgogliosamente sovranista e populista e, nel farlo include, futuri accordi su infrastrutture ferroviarie (la/le TAV), porti (Genova e Trieste), TLC (5G) e aeroporti (e si vocifera anche Alitalia): infrastrutture e settori considerati strategici.

Il trade off propagandistico? Le arance di Di Maio.

Nel frattempo, un governo, quello francese, considerato dal governo avversario dell’Italia, firma accordi commerciali da 30 mld senza alcun accordo politico con la Cina. Una figuraccia, ma, almeno, diranno i sovranisti, abbiamo ottenuto le infrastrutture, quelle bloccate per anni per mancanza di fondi.

Fosse anche vero, l’avremo fatto al costo di sceglierci, come partner strategico, un gigante come la Cina e esserci messi contro non tanto gli USA, quanto i nostri partner europei: quegli Stati che con noi SONO l’Unione Europea.

La lezione cinese, come la questione del DEF e dell’OCSE ci insegnano una cosa. Ovvero che quando l’economia di un paese, l’Italia, è strutturalmente debole la soluzione non può essere la formuletta magica, la Cina che arriva e ci toglie le castagne dal fuoco, ma la ristrutturazione deve partire, come fatto notare dall’OCSE, dall’interno.

Se il patto con la Cina non fosse una semplice operetta promozionale, esso ci farebbe capire che nonostante in Italia esistono delle eccellenze meccaniche e chimiche che potrebbero penetrare nel paese, la nostra debolezza politica ci costringe a mettere sul piatto della bilancia Trieste e Genova, mentre paesi come Olanda, Germania e Francia siglano accordi senza cedere o mettere in gioco asset importanti. Perché se sei debole e non vuoi fare nulla per cambiare, allora per i potenziali partner non sei un pari, ma uno che accetterà tutto pur di salvarsi.

Quei numeri che il Governo contesta e che sono sia figli una situazione incancrenitasi negli anni sia dell’assenza di cure da parte di questo esecutivo, sono invece il punto di partenza da cui partire per un cambiamento che sia vero, e non solo uno slogan con cui fare dei meme sui social.

Fino ad allora rimarremmo un paese d’operetta, popolato di cittadini confusi che votano seguendo socialites prestati alla politica e condannati a vere e proprie forme di accattonaggio, come si è vista nel caso cinese.

Il Governo che nega la realtà: il caso della Cina e del DEF di Tria