IL MIO PIANTO PER L’AQUILA

DI ANGELO D’ORSI

6 aprile 2019. Se dieci anni vi sembrano pochi, all’Aquila andateci voi: a vivere, se vivere è stare in una città spettrale, sventrata, priva di abitanti: la ciambella, la chiamano gli aquilani: un grande buco al centro, e i sopravvissuti si sono spostati nelle zone periferiche, o nei borghi intorno a questa nobile antica città. Ero stato all’Aquila, dopo una lontana visita nel 1999, un paio di volte, tra il 2005 e il 2006, e l’avevo trovata un luogo di straordinaria vivacità, con fiumi di persone per le strade, alberghi – pochi, ma tutti dignitosi, e accoglienti – ristoranti che conservavano gelosamente le tradizioni culinarie, e una piccola, seria università. Librerie, caffè, e la corona di montagne intorno, un’aria finissima, e cieli stupendi.

Sono ritornato ai primi del 2017, e sono rimasto attonito: tutto era immobile, non era più il luogo di una comunità, ma una sorta di cimitero di case semidistrutte e abbandonate, impalcature immobili, che si capiva erano lì e lì sarebbero rimaste, anche se da qualche mese la cosiddetta ricostruzione, anzi la vera ricostruzione aveva avuto inizio, dopo il vergognoso, infamissimo spettacolo offerto dal duo Ber-Ber (Berlusconi-Bertolaso), grottescamente esaltato da quel poveretto di Emilio Fede nel suo risibile “telegiornale”, che usò l’Aquila, come paradigma della efficienza del suo capo (il Berlusconi), che a tempo debito avrebbe poi cercato di truffare.  Si sentirono uscire dalla bocca ridente di quello pseudogiornalista frasi che parlavano di “miracolo”: le famose “casette”, gongolava il Fede, “dotate di tutto”, anche, o meglio soprattutto, naturalmente, la televisione.

Ma noi dobbiamo ricordare, soprattutto, le risate sgangherate degli imprenditori-jene che calcolavano i sopraprofitti che la ricostruzione avrebbe loro garantiti. Ma dobbiamo ricordare anche la Commissione Grandi Rischi che escluse, nello sciame sismico partito nel dicembre precedente, avrebbe potuto produrre un colpo decisivo, una scossa superiore alle altre. Cosa che puntualmente avvenne, la notte del 6 aprile, alle ore 3,32. 303 cadaveri estratti dalle macerie nelle ore e giorni seguenti, oltre 1600 feriti, di cui un paio di centinaia assai gravi, migliaia di sfollati, oltre 10 miliardi di danni calcolati, che sono andati crescendo nel corso degli anni, per le lentezze, le speculazioni, le infiltrazioni mafiose, le vere e proprie ruberie.

Soprattutto una città uccisa. Una delle più belle città italiane. Domani vedremo la solita litania dei politici che andranno a ribadire promesse, ripetere impegni, stringere mani, e fare discorsi di circostanza. Gli aquilani me li figuro in silenzio, in un ostile, dignitoso silenzio, che sarà (sarebbe, perché non so cosa veramente accadrà domani) più efficace di ogni possibile, e giustificatissima, contestazione.

Sono ritornato all’Aquila in marzo. Sono stato nella chiesa di San Bernardino, a visitare la cappella della memoria, con le lapidi marmoree con i nomi delle vittime strappate alla vita. E un grande libro con tutte le loro fotografie. L’ho sfogliato tutto, più volte, e ho pianto, davanti a quei volti, curiosamente quasi tutti sorridenti: volti di giovanissimi, di bimbi, di adulti, di anziani, di donne e uomini che non erano pronti a dire addio alla vita. Ho passeggiato a lungo: in giro non si incontrava anima, a parte gli operai: un silenzio spettrale, rotto ogni tanto dai sordi suoni dello scarico di materiali dai camion, o dal brusio delle betoniere; e polvere, tanta polvere, calcinacci, tra scheletri di case che forse mai più saranno riportate a quello che erano. All’Aquila, lo Stato – inteso come l’insieme delle pubbliche istituzioni, locali e centrali, e la politica, ma anche la cultura, col suo sostanziale disinteresse: diamine, l’Aquila non è mica Venezia o Firenze! – ha perpetrato un suo clamoroso fallimento. La ricostruzione è ripartita, e a qualche risultato arriverà, con i tempi biblici delle cose “all’italiana”, con arricchimenti di qualcuno, e lo sdegno crescente di molti, quelli che “anche stasera non potrò rientrare a casa”, come si legge in uno striscione.

Resiste, aggrappato a una griglia, uno sdrucito manifesto di tela: “L’Aquila 2009. Tecnologia, Etica, Sostenibilità”. Era il programma di una iniziativa che il terremoto impedì: e leggere oggi quelle parole fa accapponare la pelle. Altrove, vedo manifesti recenti, anche se non recentisssimi: “L’Aquila vive”. Non è una constatazione, purtroppo, ma lo considero un annuncio di volontà e una dichiarazione di speranza. A noi, ai non aquilani, il compito, nel senso del “dovere”, di contribuire a che quella speranza e quella volontà incontrino la nostra speranza e la nostra volontà. Impegniamoci tutti per L’Aquila, sarà non solo una forma di solidarietà umana, ma anche un’azione di lotta contro un ceto politico che ha mostrato ancora una volta la sua pochezza, e, troppo sovente, la sua corruzione.

(Tutte le foto sono state da me scattate, tra l’11 e il 13 marzo 2019, nel centro dell’Aquila)