IN VENEZUELA LA REALTA’ E’ UN’ALTRA

DI MICHELE GAMBINO

La sera del lunedì è tranquilla al Boho Food Market, c’è tempo per fare due chiacchiere con i ragazzi che lavorano con me. Moises è uno dei quattro venezuelani del mio equipo, come si dice qui. Mi racconta la sua storia mentre prepara hamburger di pesce per tutti e due. É andato via da Caracas a marzo dello scorso anno, uno tra i due milioni di venezuelani che hanno attraversato la frontiera con la Colombia. Ce l’ha fatta grazie ad un’amica di Miami che gli ha mandato un biglietto aereo per Bogotà e novanta dollari per la sopravvivenza.

Prima di trovare lavoro da me Moises ha venduto empanadas agli angoli della strada e fatto altri lavoretti. La cucina è una delle sue passioni, ma non l’unica. A Caracas, prima che il suo Paese andasse a rotoli, studiava ontologia. La sua famiglia apparteneva a quella che potremmo definire buona borghesia: il padre ingegnere elettronico, la madre avvocato e professoressa della scuola di legge statale che forma i futuri magistrati.

Prima di Maduro, mi racconta Moises, la mamma guadagnava 9 milioni di Bolivar al mese, e un chilo di carne ne costava 1500. Oggi un chilo di carne costa poco meno dell’equivalente di un salario normale. La mamma di Moises, una privilegiata rispetto alla stragrande maggioranza dei venezuelani, guadagna più di tre volte il salario minimo, qualcosa come venti euro, e tra lei e il marito riescono a portare a casa ogni giorno uova, carne e un po’ di formaggio.

Al resto ci pensa Moises, che con lo stipendio da cuoco mantiene se stesso a Bogotà e la famiglia a Caracas. Gli chiedo cosa pensa di Maduro, di Chavez, della rivoluzione socialista. Per lui la questione è semplice: Chavez era un delinquente però “pila”, svelto, furbo, intelligente. Maduro è un delinquente incapace, e anche crudele. A guadagnarci, dalla “revolución”, sono solo gli uomini del regime e i militari, che Maduro tiene buoni distribuendo prebende e tangenti. Chi non è d’accordo finisce in prigione, oppure ammazzato. E questo è tutto.

Racconto a Moises che molte persone che conosco in Italia, persone perbene e intelligenti, hanno creduto e in parte credono ancora nel chavismo, e difendono Maduro. L’ex studente di ontologia, mentre lava le padelle prima della chiusura, scuote la testa e sorride: “Ellos no sabes, no imaginan”, ripete.

Credo che Moises abbia ragione. Noi europei depositari di certezze, padroni del nostro destino, nemmeno possiamo immaginare che un vento ostile si porti via tutto e ci lasci nudi all’angolo di una strada. Forse è per questo, semplice mancanza di immaginazione, che ci permettiamo il lusso di vedere la crisi venezuelana con i vecchi occhiali delle nostre convinzioni, pregiudizi, ideologie. E dunque, riusciamo ad essere pro Maduro pur di essere anti Trump, o per di non rinunciare alla radicalità di sinistra, o ancora più tristemente perché lo ha detto un grillino che ha trascorso un paio di mesi da queste parti senza capirci un granché.

La realtà è un’altra cosa. La realtà è Moises che asciuga le padelle mentre racconta la sua vita di prima senza furore, senza disperazione, come se fosse quella di un altro, come se fosse uno scherzo del destino.