L’ARTE DI CHIEDERE SCUSA

DI LOREDANA LIPPERINI

Ci sto riflettendo da parecchi giorni, e premetto che lo status non è brevissimo, e che riguarda non i fatti ma il meccanismo. Semplicemente perché i fatti si dimenticano (anche se dovrebbero essere il vero punto) e il meccanismo si reitera, e il meccanismo ci riguarda tutti, me, voi che leggete, altri che passeranno di qui e non leggeranno.
I social amplificano la richiesta di pubbliche scuse. Sempre. Qualunque sia l’argomento. Da dove nasce questa richiesta collettiva? E, soprattutto, siamo disposti a dialogare davvero, una volta che l’interlocutore si sarà eventualmente scusato? Da un disaccordo, anche profondissimo, siamo disposti a far nascere un approfondimento?
Ieri citavo Black Mirror. Bene, forse non tutti sanno che “Hated in the Nation”, uno degli episodi più belli e tremendi sull’online shaming nasce dopo la feroce reazione che nel 2004 colpì lo stesso Charlie Brooker, l’autore della serie, dopo un articolo su George Bush, apparso sul Guardian, che si intitolava “Lee Harvey Oswald, John Hinckley Jr – where are you now that we need you?”. Tosto, sì. Chiese scusa? Non lo so. So che ha riversato quell’esperienza nella scrittura, e chi, nella sua vita, è incappato in qualche giro di chiglia social sa cosa significa.
Ancora.
Nel 2007 Claudio Magris scrive un articolo molto bello sull’arte di chiedere scusa, che comincia così:
“All’inizio dei Tre moschettieri, D’Artagnan chiede scusa per una piccola goffaggine, aggiungendo che un guascone quando ha chiesto scusa ritiene di aver già fatto il doppio del necessario. L’intrepido spadaccino sa che la doverosa capacità di riconoscere i propri torti non è untuoso sentimento di inferiorità, bensì risoluta attitudine a chiudere i conti, pagando se necessario il proprio debito, per poi gettarselo alle spalle, pronti a reagire se qualcuno scambia quel gesto di giustizia per debolezza. Chiedere perdono è meno gratificante di perdonare, perché chi perdona si pone al di sopra di chi viene perdonato come un giudice o un sovrano che concedono una grazia”.
Nel prosieguo, però, Magris dice una cosa importante: esisteva, già allora, una sorta di “tic mediatico” nella richiesta di scuse pubbliche. E aggiunge: “Le scuse vanno fatte da una posizione di forza, altrimenti sono legittimamente sospette”.
Dunque, ci sto riflettendo. Perché non so quanto il tipo di scuse che vengono richieste collettivamente su argomenti svariatissimi siano parte di questo tic che si è, in dodici anni, amplificato, e quanto ci trascinino in un meccanismo che trascende, come si diceva all’inizio, il punto. Non mi interessa qui, ripeto, distribuire ragioni e torti: mi interessa capire cosa succede a tutti noi. Al di là del fatto che saper chiedere scusa è importante, mi chiedo chi sia il destinatario delle scuse, e cosa desideri davvero. Ammesso che desideri. Che desideriamo, ovvero.

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