QUANDO IL CALCIO È MERAVIGLIA: I GOL DI KEAN, LE PAROLE DI GALEANO

DI DARWIN PASTORIN

La Juventus gioca oggi, ad Amsterdam, la partita di andata dei quarti di finale di Champions League: contro l’Ajax dei nipotini di Cruijff, nipotini esuberanti, giovani, forti e spavaldi. Ma i bianconeri, che ormai hanno stravinto lo scudetto, sono convinti: questa potrebbe essere, per davvero, l’occasione giusta per ritornare padroni in Europa.

L’ultima volta accadde 23 anni fa, proprio contro l’Ajax, ai rigori, nella finale dell’Olimpico di Roma. Massimiliano Allegri recupererà, dopo l’infortunio, Cristiano Ronaldo e potrebbe schierare, fin dall’inizio, da titolare, il fenomeno del momento, ovvero l’attaccante, Moise Kean, ragazzo del Duemila, nato a Vercelli da genitori originari della Costa d’Avorio. Il campioncino ha già segnato 6 gol con la Juve, tra campionato e Coppa Italia, e due con la Nazionale di Roberto Mancini. Sta vivendo un momento di grazia e le sue prodezze e il suo sorriso sono una risposta concreta a ogni forma di razzismo, fuori e dentro gli stadi. Vederlo giocare è un piacere per gli occhi e per il cuore.

Avrebbe conquistato Eduardo Galeano, fine bracconiere di tipi e personaggi (anche) nel calcio. Lo scrittore uruguaiano se n’è andato il 13 aprile 2015, lasciando un vuoto immenso in tutti noi che lo abbiamo conosciuto (ricevendo, così, la benedizione di ammirare da vicino la sua immensa luce di uomo e di narratore).

In libreria ecco arrivare, per la nostra felicità, una sua raccolta di impressioni, aneddoti, pensieri, memorie, illuminazioni. Un gioiello prezioso: “Il cacciatore di storie” (traduzione di Marcella Trambaioli, Sperling & Kupfer). Di nuovo Eduardo, dunque: con la sua sensibilità, la sua intelligenza, la sua cultura, la sua generosità e la sua ironia. Eccolo ancora entrare nella “dimensione mitica del calcio” (come scrivono Carlos E. Diaz e Marcella Trambaioli nella nota introduttiva). Subito, ci commuove il suo sguardo d’autore: “Il vento cancella le tracce dei gabbiani. Le piogge cancellano le tracce dei passi degli uomini. Il sole cancella le tracce del tempo. I raccontastorie cercano le tracce della memoria perduta, l’amore e il dolore, che non si vedono ma non si cancellano”. E il perché del narrare di football: “Ho scritto ‘Splendori e miserie del gioco del calcio’ per la conversione dei pagani. Volevo aiutare i fanatici della lettura a non avere più paura del calcio, e i fanatici del calcio a non avere più paura dei libri, senza velleità”.

Tornano Sócrates e la Democrazia Corinthiana, la Coppa Rimet e Sailen Manna, goleador del football indiano. E poi ecco la “confessione” del bambino Galeano per la partita decisiva del mondiale del 1950, al Maracanã di Rio, tra Brasile e Uruguay (finita 2-1 per la Celeste). E perché vinse la squadra capitanata da Obdulio Varela. Eduardo aveva nove anni ed era “molto religioso, devoto del calcio e di Dio, in quest’ordine”.

Il bambino, mangiandosi le unghie, ascolta alla radio la cronaca vibrante di Carlos Solé. Segna per prima la Seleçao. “Ahi. Caddi in ginocchio, e piangendo pregai Dio: ah, Dio, ah, Dio mio, fammi il favore, ti prego, ‘no me’ puoi negare questo miracolo. E gli feci la mia promessa. Dio mi esaudì, l’Uruguay vinse, ma io non riuscii mai a ricordare quel che avevo promesso. Meno male. Forse mi salvai dal recitare padrenostri notte e giorno, per anni e anni, sonnambulo perso nelle strade di Montevideo”. Folgorante. Come un gol del giovane Kean.