LA RETE CI SPIA COSI’. E NOI LA AIUTIAMO SENZA SAPERLO

DI ALBERTO EVANGELISTI

Andare su internet a vedere un prodotto su Amazon o su qualche sito di e-commerce e ritrovarsi quel medesimo prodotto in ogni banner pubblicitario delle altre pagine web in cui entriamo è ormai una esperienza talmente comune da non suscitare particolari reazioni.

Se ci pensiamo un attimo, tuttavia, già questa ormai assodata ingestione nella propria sfera di privacy personale, è indice di una targettizzazione pesante sulle nostre abitudini ed i nostri gusti: significa infatti che le nostre scelte, i siti visitati, i gusti dimostrati, vengono trattenuti in rete e scambiati fra soggetti differenti.

Come detto però, questo è un livello di intromissione base, attualmente del tutto sdoganato, ma ormai siamo ben oltre questo e la pubblicità sui banner non riguarda più solo i nostri gusti personali, ma anche quelli delle persone a cui siamo legati, genitori, figli, mariti e mogli: “la rete” elabora anche le tue relazioni personali per spingere al massimo la personalizzazione dell’offerta.

Il livello di analisi della vita personale cresce in maniera esponenziale per mezzo del device più utilizzato e più invasivo in assoluto: il moderno smartphone.

Succede ad esempio, e se avete un cellulare Samsung attivato per mezzo di un account Google sarà capitato anche a voi, che in prossimità dell’orario di uscita dal lavoro un messaggio vi informi dello stato del traffico nel tragitto verso casa. Peccato che voi non abbiate mai settato il vostro indirizzo di casa o abbiate impostato l’orario di uscita dal lavoro.

E’ il cellulare che, grazie ai numerosissimi mezzi di ricezione dati di cui è in possesso, gps, collegamento alla rete, fotocamera, microfono, incrocia i dati, deducendo che il luogo in cui tutte le sere fate ritorno per sostare la notte e ripartire il girono dopo sia la vostra casa; che visto il tragitto e la velocità con cui vi spostate, state utilizzando una macchina (e non ad esempio i mezzi pubblici), che vista l’ora a cui vi spostate dal lavoro usualmente, si stia avvicinando la fine della giornata e sarete a breve interessati allo stato del traffico.

Una cosa da tenere ben presente è che, in linea generale, questi dati non sono affatto rubati: per lo più sono ceduti volontariamente dagli utenti nel momento in cui accettano le condizioni di utilizzo di un social o di una applicazione per lo smartphone, secondo la massima ormai onnipresente in qualsiasi tutorial su interne che si rispetti secondo cui “se il qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”.

Un esempio palese del concetto è proprio rappresentato dal prodotto di Mr Zuckerberg: Facebook è in sostanza un enorme contenitore di attività, gusti, luoghi visitati, relazioni interpersonali che ciascun utente cede volontariamente e di buon grado in cambio dell’utilizzo gratuito del social. In realtà la realtà di Facebook è andata ben oltre visto che la condivisione delle proprie informazioni personali non è un mero mezzo di scambio per l’utilizzo del prodotto, ma è il main business della piattaforma stessa. Se a questo si aggiunge che la galassia Facebook si è man mano ingrandita con l’inserimento di altre piattaforme social e di messaggeria come Whatsapp e Istagram, ci si rende facilmente conto che ormai c’è ben poco della vita di ciascuno di noi che rimanga veramente fatto privato.

La targettizzazione però non si limita alle attività sociali ed alle piattaforme meramente ludiche: le piattaforme e commerce, Amazon in testa, sono ormai tese alla realizzazione di offerte quanto più personalizzate possibile, e ciò proprio grazie all’utilizzo dei dati personali presenti in rete per mezzo dei quali l’offerta commerciale, per tipologia di prodotti o fasce di prezzo, viene attagliata al singolo come un abito sartoriale.

Fin qui dopotutto, si parla di attività ludiche, di offerte commerciali personalizzate e di dati ceduti volontariamente, seppur non sempre in maniera pienamente consapevole.

Il problema è però emerso in maniera più evidente con riferimento a metodologie differenti per l’acquisizione dei dati personali, per mezzo ad esempio delle così dette applicazioni esca: app scaricabili dalle normali piattaforme come Google Play o programmi d’interazione presenti sui social che, a prima vista nulla hanno a che fare con la raccolta di informazioni personali ma che, in maniera più o meno occulta, si dedicano esattamente a ciò, mentre l’utente ignaro pensa di stare passando il tempo col gioco del momento o divertendosi con la creazione di foto originali e meme.

Altro aspetto particolarmente sensibile è quello legato all’utilizzo dei dati ottenuti per finalità differenti da quelli commerciali, come ad esempio quello politico ed elettorale.

Così come l’offerta di prodotti può essere attagliata sui gusti del singolo, anche l’offerta politica, o almeno la comunicazione di quell’offerta, viene costruita sulle convinzioni più intime del soggetto, in modo da renderla pienamente appetibile. Si tratta, in pratica, di una applicazione concreta derivante del fenomeno statistico chiamato “autoselezione del campione”, secondo cui un certo tipo di fenomeno tenderebbe ad autoselezionare in ragione delle proprie caratteristiche l’utenza a cui è destinato, massimizzando così l’efficacia.

Un esempio banale: se ho bisogno di chiedere una informazione a qualcuno che provenga dal Giappone, scriverla in lingua giapponese otterrà il duplice effetto di escludere dalla mia comunicazione tutti coloro che non parlano l’idioma e di ricevere informazioni da persone che con maggiore probabilità sapranno darmele corrette.

L’autoselezione del campione applicato alla comunicazione politica funziona in maniera molto simile, ma potendo sfruttare un numero elevatissimo di informazioni personali, riesce ad essere esponenzialmente più efficace.

Il fenomeno, divenuto di dominio pubblico con il caso “Cambridge Analytica”, rimane uno dei nodi principali all’ordine del giorno dei governi democratici e delle governace delle società informatiche stesse: sono di questi giorni i provvedimenti presi da Facebook per limitare le distorsioni della comunicazione politica in vista delle prossime elezioni europee, come ad esempio la tolleranza zero nell’eliminare gli account che non rispettino le regole della comunità e la richiesta di identificazione a mezzo documento d’identità per tutti coloro che intendano fare post di natura politica.

Per alcuni si tratta di reazioni esagerate ed ingiustificate, per altri di una (forse tardiva) presa di coscienza dei danni che la comunicazione on line derivante dalla puntuale targettizzazione dell’utenza può fare.

Comunque la si veda, rimane di certo una delle sfide che maggiormente possono avere effetti diretti sulla vita quotidiana di tutti e che, quindi, saranno nella parte alta dell’agenda delle istituzioni e delle società private.