CARABINIERE UCCISO A FOGGIA. UN TRICOLORE FRA COMMOZIONE E RABBIA

DI MARINA NERI

Un uomo in divisa da Carabiniere compie il suo dovere in un giorno di primavera. Routine la chiamano. Quella sicurezza da garantire sul territorio . E mentre le ore scorrono si pensa al futuro prossimo, al matrimonio con la persona che si ama, agli amici, alla Pasqua in arrivo.

Non sa il maresciallo Vincenzo Carlo Di Gennaro, 47 anni che sara’ ucciso in una sparatoria a Cagnano Varano provincia di Foggia. Non sa che per lui e per il suo giovane collega il destino ha scritto una pagina di dolore e morte.

Fermano un uomo per un controllo. Giuseppe Papantuono e’un pregiudicato di 64 anni e qualche giorno prima ai militari che avevano eseguito una perquisizione a casa sua aveva urlato in faccia che si sarebbe vendicato.

L’uomo sottoposto al controllo invece di mostrare i documenti ha iniziato a sparare all’impazzata contro I carabinieri. I due militari che erano a bordo non hanno fatto in tempo a scendere dall’auto.

Il maresciallo Di Gennaro e’morto sotto I colpi che lo hanno raggiunto, il suo collega piu’ giovane, ferito in maniera meno grave e’ora ricoverato presso l’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.

L’assassino e’ stato bloccato quasi immediatamente ed e’ stato tratto in arresto.

Quel Tricolore steso dai colleghi sulla macchina di servizio crivellata di colpi e’ l’abbraccio dell’Italia stretta attorno ad un servitore dello Stato caduto per onorare la sua divisa e la sua bandiera. E’ il senso del suo dovere, del suo sacrificio, del suo sangue, e’ quel canto che sgorga dal cuore di tanti italiani per dissimulare il pianto. Non c’e’ retorica nella morte.

E anche la comprensibile rabbia dovrebbe incontrare la dignita’ del silenzio.

La propaganda e la benzina sparsa sul fuoco rischiano di innescare solo un gorgo senza fine di odio e di violenza.

L’assassino dovra’ incontrare lo Stato nella sua veste severa. Dovra’ affrontare un processo e subire le conseguenze del suo gesto, con la previsione di una pena certa, sicura.

Ma anche Caino in uno stato civile non deve essere esposto a pubblico ludibrio.

Il Ministro dell’Interno che ha divulgato l’immagine dell’assassino bloccato in terra, forse ignora che ai sensi del comma 6 bis dell’art. 114 codice di procedura penale ” È vietata la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta “.
Sull’opportunità di questa disposizione non possono esservi dubbi. Una tale rappresentazione porta inevitabilmente coloro che guardano l’immagine ad equiparare la persona ad un animale.

Trattasi di una crudeltà gratuita, a prescindere dalla colpa commessa dal soggetto la cui immagine viene divulgata.

Onore al Carabiniere ucciso. Nella sua fedeltà alla Nazione un sentimento che accomuna un popolo e lo fa commuovere dinanzi a una bandiera che reclina il suo capo a mezz’asta in segno di lutto e di rispetto per chi ogni giorno con spirito di abnegazione e sacrificio indossa una divisa e affronta il suo destino.

Ma nessuno tocchi Caino. E’il discrimen che distingue la civilta’ dalla feralita’.