GALAN, IL MOSE E IL TESORETTO SEQUESTRATO

DI CHIARA FARIGU

Era finito nel dimenticatoio, Giancarlo Galan, ex presidente della regione Veneto, ex ministro delle politiche agricole e ex di tanti altri incarichi istituzionali e non. O almeno lo credeva.

Un’indagine della Polizia economico/finanziaria, coadiuvata dal Gip di Venezia, però lo ha riportato prepotentemente alla ribalta dopo la notizia dell’avvenuto sequestro di un cospicuo tesoretto custodito gelosamente oltre i confini italiani.

Tesoretto che ammonta a ben 12,3 milioni di euro (nel blitz dei giorni scorsi sono stati sequestrati 323mila euro“, per i rimanenti 11 milioni le indagini sono ancora in corso) che sarebbe frutto di tangenti ricevute per la realizzazione del Mose. Reato per il quale l’ex governatore è ancora sotto processo, nonostante il patteggiamento e la condanna in primo grado che sta scontando agli arresti domiciliari.

Seguire la scia dei soldi è stata la strategia degli inquirenti nell’indagine per riciclaggio internazionale ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria, relativo al reinvestimento all’estero delle tangenti incassate dall’ex governatore.

Denari versati in diversi conti correnti che hanno fatto il giro del mondo, passando per la Svizzera, per Panama, le Bahamas per poi arrivare a Zagabria e tornare in Italia per essere reinvestite in fiorenti attività immobiliari nel Veneto, in Sardegna e a Dubai.

Denari che erano stati intestati ad alcuni imprenditori veneti e allo stesso commercialista di Galan, finiti tutti nel registro degli indagati. Denari messi al sicuro, in cosiddetti paradisi fiscali da fedeli prestanome.

Denari, tanti, i cui movimenti sono stati certosinamente ricostruiti dalla Guardia di Finanza, scoperchiando un sistema marcio che continua a ruotare intorno al Mose. Una delle tante opere pubbliche italiane dall’esito fallimentare che ha comportato un immenso sperpero di denaro pubblico.

Molte le condanne a carico di nomi eccellenti nel processo relativo alla famigerata opera, ad Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture e Trasporti fu comminata la pena di 4 anni di reclusione poiché riconosciuto colpevole di aver intascato cospicue tangenti.

Matteoli, a differenza di Galan che ha patteggiato la pena, è sempre dichiarato innocente.

Per comprendere appieno i fatti e lo scandalo relativo al Mose che ha portato poi al processo, per alcuni giunti al termine, per altri, come Galan, ancora in corso, occorre fare un passo indietro.

Il MOSE, ovvero il Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è un progetto, ideato in Italia, che prevede la costruzione di paratie mobili di ultima generazione atte a salvare dal pericolo di dall’acqua alta città lagunari come Venezia e Chioggia.

Un progetto ideato anni addietro, negli anni sessanta, per la salvaguardia e la protezione di quei territori a rischio che, a causa delle alte maree, concomitanti spesso a seguito di alluvioni, possono essere sommerse e riceverne ingenti danni a cose e persone.

Un progetto ideato a fini ambientalistici, un sistema di protezione super tecnologico, innovativo e soprattutto risolutivo.

Un progetto che nei decenni ha subito continui rinvii sino agli anni ’80 quando viene fondato il “Consorzio Venezia Nuova”, che raggruppa diverse imprese italiane che lavorano nel campo delle costruzioni.

Dopo alcuni nasce il MOSE, che viene sperimentato per la prima volta nel 1989, ottenendo l’approvazione definitiva solamente nel 2003, anno in cui verranno effettivamente iniziati i lavori per la sua costruzione.

Costruzione che si dilata nel tempo mentre i costi lievitano a dismisura. Le questioni tecniche però rappresentano solo una concausa di costi e lungaggini. Polemiche, scandali e mazzette cominciano ad avere la meglio ed il progetto Mose inizia ad arenarsi.
Al centro di numerosi scandali, cominciano le indagini.

Nel giugno del 2014 scoppia il bubbone: 35 persone vengono tratte in arresto. Nomi eccellenti, manager, amministratori, funzionari pubblici e politici di alto rango come Matteoli, Orsoni, e lo stesso Galan.

Molti di loro preferiranno patteggiare e uscire di scena da quella che viene subito battezzata la “Tangentopoli del Mose”. Appalti truccati e frode, oltre a un giro di soldi sottratti dal Consorzio e portati all’estero è l’accusa con la quale vengono iscritti nel registro degli indagati i maggiori imputati.

Sotto inchiesta finiscono anche il Comune di Venezia e il Consorzio Venezia Nuova, entrambi commissariati.

Una vicenda losca, intricata ancora oggi con molti aspetti da chiarire. Dopo i patteggiamenti e le prescrizioni, diverse le condanne comminate dal Tribunale di Venezia negli anni addietro.

Il sequestro del tesoretto che riporta all’ex governatore e ai fidi collaboratori è solo l’ultima, in ordine cronologico dei tanti nodi venuti al pettine di quella che è stata definita ‘la cupola padovana’. 

La matassa però è ancora lunga e intricata da sbrogliare e solo il tempo, forse, con il tenace lavoro degli inquirenti e le indagini internazionali riuscirà a fare luce.

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