MORTE DI UN CARABINIERE. LA BANALITÀ DEL MALE E UN MINISTRO CHE STRAPARLA

DI RAFFAELE VESCERA

Il procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro, spiega così  l’aggressione mortale: “L’omicidio del maresciallo Vincenzo Di Gennaro e il ferimento del suo collega Pasquale Casertano sono totalmente privi di motivazioni. L’assassino, il pregiudicato Giuseppe Papantuono, di Cagnano Varano, in attesa di appello per la condanna ad un anno per aver accoltellato un suo paesano,  nei giorni scorsi aveva subito due controlli: nel primo fu trovato in possesso di alcune dosi di cocaina; alcuni giorni dopo fu fermato per possesso di un coltello. Condotto in caserma per il sequestro dell’arma fu multato e rilasciato, proferendo generiche minacce: ‘Ve la farò pagare’. Ieri Giuseppe Papantuono, ha dato seguito alle sue minacce nella piazza principale di Cagnano, dove ha chiamato i carabinieri impegnati in una pattuglia di controllo. Non appena il militare ha abbassato il finestrino, l’uomo ha sparato. Si è fermato solo quando il caricatore era vuoto. Voleva impossessarsi anche delle pistole dei militari. Poi si è aggrappato allo sportello dell’auto dei militari ed è rimasto aggrappato fino a quando l’auto non ha svoltato a sinistra. A quel punto è caduto”. Il procuratore Vaccaro ha poi aggiunto: “Il gesto del soggetto non si inserisce in una logica di criminalità organizzata, ma si tratta di un gesto sconsiderato di una persona. L’episodio non è agganciato a logiche di criminalità organizzata e non si inserisce in finalità o metodologie di tipo mafioso, altrimenti sarebbe intervenuta l’antimafia. Ma è la dimostrazione che la criminalità ha assunto sul territorio una aggressività enorme”.

Dunque, sembra più un gesto di stupida follia che un omicidio mafioso, la mafia è vigliacca, non affronta a viso scoperto gli avversari, spara alle spalle e fugge. Eppure è impossibile non imputare tale omicidio alla cultura mafiosa e alla decennale sottovalutazione del fenomeno mafioso e alla sua tolleranza da parte dello Stato. La mafia garganica, detta la Quarta mafia, ha prosperato con il traffico di droga proveniente dall’Albania, dirottato verso il Gargano dopo la sconfitta della Sacra corona unita in Salento. Una quarta mafia combattuta dalle sue origini dal giudice Domenico Seccia che la denunciava in un suo libro come “mafia invisibile” poiché, come ebbi già modo di scrivere, <<Tutti la negavano, giornalisti, politici e magistrati, nessuno la combatteva, dandole modo di diventare la “quarta mafia”, forse la più forte. Si raccontava di collusioni dei politici con i mafiosi, voti e soldi in cambio di affari e protezioni, e giravano voci,  vere o false che fossero, di alte protezioni da parte di persone a libro paga della ‘società’. Si consumavano decine di omicidi efferati, che si facevano passare per frutto di  “faide” di famiglie, in guerra tra loro per antiche vendette. Tutto questo denunciava il procuratore capo di Lucera, Domenico Seccia, cinquantenne barlettano che agli inizi del Duemila, si mise all’opera efficacemente, arrivando vicino alla distruzione della mafia garganica, inchieste clamorose, arresti molteplici, pentiti.

Pentiti come la donna di mafia, Rosa Di Fiore, che rivelava l’orrore esagerato e faceva i nomi dei responsabili. La donna, maltrattata dal boss Matteo Ciavarella, e stanca di vivere nel mondo spietato della mafia garganica, temeva più di tutto che, per vendetta trasversale le ammazzassero i figli, dall’una o dall’altra parte, convinta dal giudice Domenico Seccia, nel 2004  decise di collaborare con la giustizia. le sue dichiarazioni  hanno permesso di eseguire 140 arresti nel Gargano. Matteo Ciavarella fu condannato all’ ergastolo dalla corte d’Assise di Foggia proprio grazie alle dichiarazioni di Rosa di Fiore: “L’ho fatto per i miei quattro figli, sarò orgogliosa di non avere un figlio boss. Ora che non sono nessuno sono molto più orgogliosa di prima che ero qualcuno”.

La vittoria del Giudice Seccia sembrava vicina. Intanto, sul Gargano gli imprenditori, stanchi di pagare il pizzo, si organizzavano in antiracket, combattendo apertamente le bande criminali. Che cosa fece lo Stato per aiutare la lotta  contro la mafia condotta dalla buona magistratura e dalla popolazione? Nel 2012, chiuse il tribunale di Lucera, competente per il Gargano, con il pretesto del “riordino dei tribunali” e trasferì il giudice Seccia nelle Marche. A nulla valse la protesta di diecimila cittadini su trentamila abitanti lucerini, a nulla valse che il vescovo di Lucera suonasse le campane a morto nel giorno del Santo patrono, tutto fu vano: dove non arrivò la mafia, arrivò lo Stato-mafia.  Prima i giudici antimafia s’ammazzavano, ora si delegittimano o si trasferiscono>>.

Intanto, il ministro dell’Interno Salvini, invocando cripticamente la pena di morte, dice che farà di tutto perché l’assassino non esca più di galera. Straparla a vanvera: è compito della magistratura e del suo capo il presidente della Repubblica, decidere di pene e grazie, nonché del ministro della Giustizia. Ma Salvini, si sa, per farsi buon popolo, ripete quello che dice l’incolto di strada. Pensasse piuttosto ad occuparsi per davvero di sicurezza e antimafia, invece di deviare l’attenzione verso Rom e immigrati, come ha dichiarato la sindaco di Roma Virginia Raggi, replicando al solito straparlare salviniano sui mali di Roma. Ricordiamo che, dopo quasi un anno, Salvini non ha detto una parola sulle oscure e fin troppo chiare trame di palazzo decisive per concertare quel patto Stato-mafia che ha portato all’assassinio di eroici magistrati e uomini delle forze dell’ordine. Non sarà certo la dichiarata partecipazione di Salvini a una manifestazione antimafia a Corleone, il 25 aprile,  in alternativa alla Festa della Liberazione, a rendere credibile il suo impegno contro le mafie. La scelta sembra piuttosto un escamotage per sottrarsi alla esplicita condanna del fascismo, cui tanti segnali lo riportano, e suona come un insulto ai milioni di morti provocati dal nazifascismo. Ma questa è un’altra storia da raccontare nei prossimi giorni.