CARO RATZINGER, LA PEDOFILIA E’ UN PRETESTO PER ATTACCARE PAPA FRANCESCO E IL ’68

DI GIORGIO CREMASCHI

Se io non son notaio,
La colpa è di Voltaire;
Se sono un vagabondo,
La colpa è di Rousseau.

Così canta Gavroche sulle barricate dei Miserabili, prima di essere ucciso dalle pallottole dei soldati mandati a schiacciare la rivolta. Victor Hugo mette in bocca al ragazzino del popolo la canzonatura di quella che era la frase ricorrente di tutti i reazionari di allora, soprattutto di quelli clericali, contro la Rivoluzione Francese e la sua eredità di liberazione: è tutta colpa di Voltaire, dell’Illuminismo, del libero pensiero.
Attualizzando quello slogan reazionario di duecento anni fa, il Papa Emerito Ratzinger ha motivato il suo attacco alla chiesa ed al mondo attuale con : è tutta colpa del 68.
A mio parere bisogna cogliere l’aspetto più generale del manifesto politico di Benedetto XVI, che va oltre lo scontro di potere in atto nella Chiesa Cattolica attorno al pontificato di Papa Bergoglio. La questione della pedofilia a me pare un pretesto, tanto è manifestamente falsa nei fatti la tesi di Ratzinger secondo la quale essa sarebbe frutto della liberalizzazioni e dei costumi della rivoluzione del del 1968. Falsa perché tanti episodi che oggi vengono alla luce sono ben precedenti nel tempo e formano una lunga catena di storie terribili, ad una delle quali faceva riferimento anche Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere.
La questione della pedofilia è un pretesto ed in fondo anche il riferimento al 1968 come fonte di ogni male lo è, perché ciò che davvero interessa a Ratzinger è mettere in discussione il Concilio Vaticano II promosso da Giovanni XXIII, soprattutto per l’effetto da esso prodotto di avvicinare la Chiesa ai problemi e ai conflitti e alla evoluzione sociale e politica del mondo. Quando Ratzinger condanna ciò che egli chiama il relativismo dei valori e delle idee, in realtà metta in discussione la decisione, come sappiamo parziale e ben contraddittoria, della chiesa giovannea di entrare nella società attuale e nelle sue contraddizioni. Ratzinger, come i suoi predecessori reazionari nemici della Rivoluzione Francese, rimpiange la società medioevale nella quale era la Chiesa ad ordinare la società e a determinarne i valori, valori non negoziabili egli afferma. Al di là di qualche ipocrisia di linguaggio lo schema del Papa Emerito è semplicissimo: i valori cristiani sono verità assolute e come tali valgono anche per la società e la politica. Alla cui evoluzione la Chiesa non può adattarsi, ma deve al contrario essere sempre superiore. O imponendo il proprio punto di vista, o accettando l’opposizione ed il martirio, che Ratzinger evoca come scelta necessaria del vero credente che voglia testimoniare la sua fede in una società avversa. L’integralismo religioso, straordinariamente simile al fondamentalismo islamico, di Benedetto XVI, può anche ricorrere ad un critica alla società attuale, al dominio assoluto del mercato e degli affari. Ma non per questo critica il capitalismo in quanto tale. Ciò che viene messo in discussione è il fatto che il mercato sostituisca Dio nel definire la correttezza dell’ordine sociale. Quando nel Medio Evo i contadini si domandavano perché i nobili vivessero nel lusso mentre loro morivano di fame, era la Chiesa ufficiale a spiegare che questo era l’ordine del mondo voluto da Dio. Oggi il potere usa il mercato: è la globalizzazione che ti fa perdere il lavoro figliolo e tu non può farci niente. È questa spodestamento della Chiesa dalla funzione ordinatrice della società che Ratzinger rifiuta, non la società e le sue ingiustizie in quanto tali.
Per questo condanna il 68. Cioè una periodo di rivoluzione sociale e di rivoluzione dei costumi profondamente intrecciate tra loro. Ratzinger non è solo nemico della libertà sessuale, ma anche di Don Milani e di Lettera ad una professoressa, il libro più diffuso nelle assemblee studentesche di quegli anni. Ratzinger sta con quella parte della Chiesa che nel 68 condannò i preti operai, che presero parte alle grandi lotte dei lavoratori di allora. Il Papa Emerito respinge la teologia della liberazione e l’insegnamento e il sacrificio di padre Camilo Torres nella lotta dei popoli del terzo mondo contro colonialismo ed imperialismo.
Tutto il grande moto di emancipazione mondiale che ruota attorno al 68 viene rifiutato da Ratzinger. Ed in esso in particolare c’è il rifiuto del femminismo e della liberazione della donna.
Non fu però la Chiesa di Ratzinger a fermare il 68, ma la restaurazione capitalista, la vittoria del liberismo e della globalizzazione contro il socialismo. E come tutte le restaurazioni, anche quella capitalista iniziata alla fine degli anni 70 non poté semplicemente portare indietro le lancette dell’orologio. Così il capitalismo liberista, mentre distruggeva con violenza diritti e conquiste sociali, non faceva lo stesso con quelli civili. Il pontificato anticomunista di Giovanni Paolo II raccoglieva così il suo successo politico assieme alla sua sconfitta sul piano dei valori e proprio nelle società capitalistiche che aveva aiutato a trionfare.
Buona parte della sinistra occidentale fece propria questa divaricazione tra diritti sociali e civili e abbandonò al mercato la questione sociale, rifugiandosi nella tutela dei diritti che il mercato lasciavo sopravvivere. E così con la crisi economica la destra reazionaria ha trovato lo spazio per riaffermare il proprio punto di vista in mezzo alle classi popolari: non è il capitalismo ad avervi ridotte allo stato attuale, ma la troppa licenza nei costumi, l’abbandono da parte della società della sacra trinità di Dio, Patria e Famiglia.
Paradossalmente l’interesse che suscita il manifesto di Ratzinger è proprio dovuto alla evoluzione politica, cioè a ciò che avviene nel mondo qui ed ora. Il congresso mondiale delle famiglie a Verona è il retroterra materiale del Papa Emerito, Salvini e Gandolfini sono gli alfieri laici delle sue idee. Al di là del loro valore nella dottrina religiosa, il sostegno che le tesi di Ratzinger oggi possono raccogliere appartiene soprattutto alle condizioni del nostro mondo materiale. Quelle tesi infatti rispecchiano rappresentano e legittimano il ritorno in campo della destra reazionaria nelle società occidentali.
La separazione tra diritti civili e diritti sociali ha riaperto le porte alla destra reazionaria, che usa la crisi sociale non per difendere il popolo, come vuol far credere, ma per mettere in discussione le conquiste civili e le libertà, che odia con tutta l’anima. D’altra parte il capitalismo liberale, che ha conservato alcuni diritti civili, mostra sempre più chiaramente la contraddizione tra la sopravvivenza formale di questi diritti e la loro negazione sostanziale con il dilagare della povertà e delle diseguaglianze sociali. Insomma la realtà sta progressivamente rivelando che diritti civili e diritti sociali si sostengono assieme, oppure, magari in tempi differenti, vengono meno assieme.
Per questo il rifiuto del processo reazionario al 68 intentato da Ratzinger non si può fermare a respingerne gli aspetti più superficiali, relativi ai costumi della società. Questo rifiuto deve andare oltre e cogliere le ineguaglianze sociali, la base materiale da cui scaturisce questo attacco reazionario alle libertà civili. Come ha affermato il movimento femminista mondiale di Non Una Di Meno, la lotta per i diritti e per la liberazione della donna mette consapevolmente in discussione il capitalismo.
È importante che un pensiero organicamente reazionario e oscurantista come quello di Ratzinger venga esposto, perché la lotta contro di esso conduce inevitabilmente a quella contro la restaurazione capitalista dopo il 68.

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