IL QATAR E NOI. UN’AMICIZIA FORZOSA, MA ANCHE INTERESSATA

DI ALBERTO TAROZZI

Italia luogo di incontri ai margini della crisi libica. Ministro del Qatar a Roma, come pure (da confermare) il numero 2 del governo di Tripoli. In altre parole tutte forze che si contrappongono all’uomo forte di Bengasi, Haftar, che secondo alcuni si sta rivelando un po’ meno forte del previsto.

Guerra guerreggiata e guerra diplomatica si intrecciano. Sullo sfondo una guerra economica. L’Italia viene da una guerra persa, quella del 2011, dove ci schierammo dalla parte del vincitore che fece fuori Gheddafi, dopo che fino a pochi mesi prima eravamo stati i principali alleati del leader libico.

Oggi, dopo che ci siamo schierati per anni dalla parte di al Sarraj, capo del governo di Tripoli che molti ritengono votato alla sconfitta, ci domandiamo se cambiare cavallo o giocare ancora su chi non gode dei favori del pronostico. A dire il vero avevamo sperato in una soluzione di compromesso, due piedi in due staffe, ma il precipitare degli eventi ha fatto sì che una scelta si imponesse- Di qui la nostra conferma di un sostegno a Tripoli, facendoci scudo del riconoscimento delle Nazioni Unite (che conta ben poco) e di quello degli Usa (che fa il doppio gioco contando anche sull’alleato saudita dalle parti di Bengasi).

Della partita pro Sarraj fanno parte anche Turchia e Qatar. Amicizie pericolose dettate dall’anonima regola secondo la quale il nemico del tuo nemico devi per forza beccartelo come amico, costi quel che costi. E dal punto ci vista dell’analisi economica costi benefici non si può nemmeno dire che il rapporto col Qatar sia del tutto dannoso. Lo stare insieme ci costa l’apertura in Italia di qualche moschea e il finanziamento di altrettante scuole coraniche (20 milioni, fonte Alberto Negri). Ma ci porta anche nelle casse diversi miliardi legati alla vendita di navi (non proprio da crociera) e di elicotteri (non proprio anti incendi). Il che non ci preclude dal fare affari, in contemporanea, con gli Emirati Arabi Uniti, che, pure stando sul fronte di Haftar, hanno appena ricevuto Di Maio

D’altronde queste cose servono ai qatarini, in liti perenni coi sauditi che li accusano pure di relazioni pericolose con l’Iran. Certo che il Qatar non è immune da legami pericolosi. Sono loro che si coccolano i Fratelli Musulmani, nemici giurati di al Sisi e del governo egiziano. E sono sempre loro che contano qualcosa in Libia grazie alle buone public relations, oltre che coi fratelli musulmani, anche con altre bande islamico-radicali che imperversano della zona, ostacolando così l’avanzata di Haftar.

Se si passa a un’analisi costi-benefici di ordine politico-militare non è che le cose si semplifichino. Nell’immediato presente infatti sono proprio le bande armate locali in buoni rapporti rapporti col Qatar, quelle che hanno ridimensionato la prevista marcia trionfale di Hatar. Va però anche detto che Haftar, alle prime difficoltà, è andato al Cairo per chiedere ulteriori soccorsi. Se arriveranno in maniera massiccia (al Sisi, lo ribadiamo, è nemico mortale dei fratelli musulmani) le cose potrebbero nuovamente volgere a vantaggio di Bengasi .

D’altronde è scontato che Haftar, pure spingendo a più non posso sull’acceleratore, cosa che oramai è costretto a fare, non disdegnerebe una soluzione diplomatica. Intende infatti divenire, consentendoglielo una precaria salute, il protagonista di un centro di smistamento del gas proveniente da territori che vanno dall’Algeria al Sudan in direzione Europa. Col beneplacito e i ringraziamenti di Francia e Gran Bretagna, oltre che di Egitto, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un minimo di pace sociale, o comunque di dopoguerra relativamente stabile in Tripolitania, gli risulterebbe quindi indispensabile.

Tornando a noi, intesi come Italia, nel momento in cui diamo il benvenuto al Qatar, minoritario nei paesi arabi e sponda di una componente integralista dell’Islam, teniamo quanto meno presenti i rischi cui ci esponiamo. E magari teniamo pure un’antenna puntata in direzione di Mosca. Perché se la Russia, al momento alleata di Bengasi, decidesse di mettere in atto un arrivano i nostri a beneficio di un Haftar in difficoltà, dovremmo fare i conti pure su di una reazione statunitense di presumibile segno uguale e contrario.

A quel punto scopriremmo che forse non sono i barconi in rotta verso la Sicilia  il problema maggiore. Perché anche dalla Sicilia qualcuno potrebbe avere voglia di fuggire.