UN OSCAR PER CAFARNAO

DI MARCO GIACOSA

La storia: Zain non si sa che età abbia, undici o dodici, perché non ha documenti, i suoi quand’è nato non l’hanno registrato. I suoi hanno sette o otto figli, vivono tutti assieme – tranne uno: al gabbio – in una favela di Beirut, dormono in sei su due materassi mettendosi l’uno con l’altro i piedi in bocca e infilandosi i gomiti nelle costole, non c’è l’acqua corrente, quando il capetto del posto riempie il boccione sul tetto l’appartamento s’insozza, quello e tutti gli altri, perché «le tubature sono di merda».
Eppure, quel poco (anzi quel niente, nel nostro giudizio) è per loro il molto da perdere, al punto che il padre è sollecito a comandare che non venga turbata la sensibilità del capetto locale, che potrebbe sbatterli in strada. La strada: quella e le altre famiglie vivono al gradino appena sopra la strada, se pur Zain, undici o dodici anni, passi le giornate a vendere, in strada, seduto per terra, succhi di frutta, oltre ad aiutare quel capetto nel suo negozio di alimentari.
È una famiglia disperata: e per disperazione la undicenne figlia Sara viene ceduta in moglie a quel capetto, che la compera per un pugno di galline. Zain non ci sta, dà di matto e fugge di casa.
Incontra casualmente Rahil, una donna eritrea che vive in Libano con i documenti falsi e un segreto da proteggere, e va a vivere con lei in un altro quartiere, in una casa che è poco più di un capanno.

Il film di Nadine Labaki è un piccolo capolavoro: non ha paura di affrontare un argomento anzi più argomenti complessi – la povertà assoluta, la compravendita di bambini, gli abusi sessuali, le migrazioni, il traffico di uomini verso l’Europa – in una storia dove i tratti dell’uomo emergono sia nella loro individualità sia nell’aspetto collettivo e sociale. Zain non è come suo padre e sua madre – arriverà anzi a citarli in tribunale «per avermi messo al mondo» e chiederà al giudice che impedisca loro di fare altri figli, chiedendosi perché, se poi non li cura, uno i figli li faccia: Zain non è come loro eppure non ha avuto alcuno strumento culturale e sociale per non esserlo. La stessa Rahil, che vive il dramma dell’immigrazione clandestina, è speculare alla mamma di Zain: se pur nella medesima disperazione, perché una persona si comporta in un modo, e una in un altro?

Ci sono alcune scene che rimangono nel cuore, non per il carico emotivo ma al contrario per la forza narrativa: questo film ha avuto una critica (è uscito in autunno in Libano, è stato candidato all’Oscar per miglior film straniero, in Italia è in sala soltanto da due giorni) poco lusinghiera, che sia «pornografia del dolore», che la regista abbia scelto la via breve alle lacrime e all’applauso, inscenando bambini sofferenti. Ebbene, a mio modesto parere chi ha avanzato una critica del genere capisce poco di cinema, o in quel momento era stordito da un fatto personale.

La bimba di un anno è la più bella bimba mai vista al cinema, ci fosse l’Oscar per gli under 6 sarebbe suo.