GIUSTIZIA PER I PARENTI DEL NAUFRAGIO DI LAMPEDUSA

DI PAOLO BROGI

Oggi vanno dal Papa, al pomeriggio sono alle 18 nel centro Moby Dick a Garbatella ospiti dell’VIII Municipio di Roma. Sono i siriani che hanno perso le loro famiglie nel naufragio a Lampedusa dell’11 ottobre 2013. Duecentosessantotto morti in fondo al mare, le mogli di molti di loro, tanti troppi bambini di ogni età…Una delle tragedie di Lampedusa, che al largo dell’isola – lontano dagli occhi di tutti – si è consumata in pochi minuti dopo otto ore di appelli rimasti inascoltati.

Nel frattempo incontrano gli avvocati e cercano di mettere a punto la loro richiesta di giustizia, in attesa che una Gup decida a giugno se rinviare o no a giudizio alcuni militari italiani che i siriani accusano di non aver voluto sentire il loro grido di aiuto. Otto ore di telefonate al termine delle quali il peschereccio su cui erano partiti da Misurata in Libia e che nella notte era stato mitragliato da una spietata motovedetta libica si è inabissato col suo carico umano più fragile, soprattutto i bambini..
E lì in quel mare siciliano che alle cinque della sera di ottobre era diventato scuro e nero hanno perso insieme ai loro congiunti anche carte e documenti. Ecco il grande buco nero che si è creato spesso intorno a queste tragedie: con la scomparsa delle persone viene spesso meno anche la documentazione che le riguarda. Restano quei nomi di bambini che il mare ha inghiottito…

Wahid Hasan Yousef (nella foto) è venuto da Sciaffusa, in Svizzera, dove vive con la moglie e le due figliolette di quattro e due anni che sono nate dopo la tragedia e dopo mesi e mesi di depressione nera della povera coppia. Wahid, pneumologo di Aleppo, 54 anni, è un curdo siriano che non rinuncia al sorriso anche se sa che al largo di Lampedusa ha lasciato in quel mare quattro figli, di due, cinque, sette e dieci anni.
Hello Ajouri Ahmad è venuto da Trondheim, in Norvegia, dove fa il meccanico Hello ha 53 anni e: non può certo dimenticare il figlio maggiore scomparso a Lampedusa lasciando una giivane sposa e due figliolette.
Hasan Shaaban, trentottenne di Idlin, fa ora il ceramista a Norimberga in Germania: a Lampedusa ha perso Farida, la moglie, e i figli Mohamed e Hasan di due e cinque anni.
L’elenco potrebbe continuare…
Tutti chiedono giustizia. Sono in difficoltà in questa Europa che bene o male li ha comunque accolti, dando a qualcuno lo status di rifugiato politico. Hanno perso la loro terra, i loro beni, le loro relazioni e poi hanno perso anche grandi parti delle loro famiglie, le parti più vulnerabili e indifese. Li hanno persi in Italia o meglio perché l’Italia non li ha soccorsi in tempo. E non c’era ancora Salvini che poi ha peggiorato ancor di più le condizioni di intervento e salvataggio.
E ora?
Dalla giustizia italiana si aspettano un segnale.

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