SCUOLA: MENO ALUNNI, MENO PROF= MENO SOLDI. LO DICE IL DEF

DI CHIARA FARIGU

Da un lato una proposta di legge del M5S per abbassare il numero di alunni e studenti a 22 (20 in presenza di alunni con disabilità) ed eliminare così il fenomeno delle classi-pollaio, dall’altra l’ennesima sforbiciata ai fondi destinati all’istruzione motivata da un calo demografico con la conseguente perdita di alunni.

Due provvedimenti che fanno a cazzotti tra loro. Due misure che predicano bene e razzolano male.

Tra i principali obiettivi programmatici dell’azione di Governo vi è anche il sostegno all’istruzione scolastica e universitaria e alla ricerca attraverso misure atte a finanziarne lo sviluppo, con particolare attenzione al capitale umano e infrastrutturale”: belle, bellissime parole queste del ministro Tria.

Appunto, parole. Che al momento di allentare i cordoni della borsa prendono il volo per un viaggio senza ritorno come quelle pronunciate da chi lo ha preceduto negli ultimi decenni. Perché, si sa, con la cultura non si mangia.

E allora, dopo un riconoscimento a parole, che non si nega a nessuno, figuriamoci alla scuola di ogni ordine e grado, ricerca compresa, il braccino si ritira fino calcolare l’ultimo centesimo da destinare, naturalmente sempre e solo per difetto. E se la spesa per l’istruzione nello scorso quinquennio era un risicato 3,6% del Pil (e per questo maglia nera in Europa), sarà portata al 3,5% nel 2020, al 3,3% nel 2025, al 3,2% nel 2030, fino a un minimo del 3,1% nel 2035 per poi tornare a salire leggermente solo a partire dal 2045.

Aspetta e spera, verrebbe da dire, per la scuola si prospettano solo tempi cupi. A dirlo è il Def, il Documento di Economia e Finanza, approvato nei giorni scorsi. Documento nel quale convergono le dichiarazioni d’intenti in vista della prossima manovra autunnale.

Documento che subirà integrazioni e modifiche nel corso di questi mesi, proprio perché si tratta di intenti e non di vincoli, ha spiegato ieri a #Cartabianca il sottosegretario Borghi, ma, si accettano scommesse, per la scuola a prevalere saranno questi ultimi, i vincoli.

La sforbiciata ha un nome preciso, dicono al Mef: calo demografico. Che detto in soldoni significa meno studenti, meno insegnanti= meno risorse.

Eppure chi opera nella scuola vive un’altra realtà. Fatta di classi superaffollate, carenza di personale, penuria di materiali e strumenti, a cominciare dal Wi-Fi per la compilazione del registro elettronico, edifici fatiscenti. In quanto agli stipendi, meglio stendere un velo pietoso.

Ma i numeri del Mef dicono altro. La scuola avrebbe perso negli ultimi quattro anno quasi 200mila studenti e, per i prossimi cinque anni si stima una perdita di ulteriori 370 mila, soprattutto al Sud. Numeri che aggiunti a quelli della dispersione scolastica (altra piaga di difficile soluzione) sono un campanello d’allarme preoccupante.

E’ emergenza, dicono i sindacati. Finalmente con le antenne dritte su un problema che sta sfuggendo di mano. La scuola, inutile girarci intorno, viene percepito da ogni governo di sinistra, destra o centro, più un peso che un investimento. Un peso del quale farebbe volentieri a meno, al pari della sanità, che se fosse gestita da privati, quale sollievo per casse pubbliche.

“D’ora in poi, in tutte le scuole elementari ci sarà il tempo pieno”, promise il vicepremier pentastellato, venendo incontro alle richieste delle famiglie, abbatteremo le classi-pollaio e restituiremo dignità ai docenti”.

Le parole, si sa, non costano niente. I fatti però dicono ben altro. Dicono che a fronte di un calo demografico si investiranno meno risorse e l’organico verrà ridimensionato. Al tweet di Bussetti: ‘Governare le dinamiche demografiche riuscendo a offrire più #scuola ai nostri ragazzi’(peccato non spieghi come e con quali soldi), i sindacati rispondono con la proclamazione di uno sciopero per il prossimo 17 maggio.

La scuola non ha bisogno di altri tagli, ma di investimenti. Peccato che da quest’orecchio, nessuno ci senta