UN HAMBURGHER FRA ELVIS E MARILYN

DI MARIO RIGLI

Un hamburgher fra Elvis e Marilyn

 

 

E cosa vuoi di più se ad attenderti in quel locale, proprio all’ingresso c’è Marilyn. La sua gonna a pieghe svolazzante lascia intravedere dei sogni oltre il gioco di nuvola di labbra e scarpette rosse, di biondi capelli e di sopracciglia scure.

Dall’altra parte appena appena appoggiato in uno sgabello, la giacca bianca e la camicia slacciata, pantaloni neri lucidi e leggermente scampanati, la chitarra in mano ed il ciuffo ribelle Elvis sembra cantare “Love me tender”.

 

Ed entri proprio con le note di “Love me tender” e la voce di Elvis, senti il suo brano e vedi una enorme Buick , o Cadillac o Pontiac, non me ne intendo, addobbata di lucine come un albero di natale. Sul tettuccio un enorme panino, più o meno come quello che hai assaggiato un tempo al Mc Donald o al Burgher King, locali che hai precipitosamente abbandonato, attaccato come sei allo slow food tipico toscano. Si è vero in quelle occasioni passate hai sempre rimpianto una trippa alla fiorentina o fagioli all’uccelletto. Chissà se avrò gli stessi rimpianti anche stasera.

 

Ma era tanto che avevamo promesso a Luna e Riccardo di portarli lì. Luna si è anche vestita a festa e ha fatto il frisè ai capelli. La nonna le ha regalato un vestitino primaverile, e con scarpette “ballerine” lucide e, senza calze, dimenticandosi di aver avuto da poco una polmonite, è salita in macchina con Riccardo e ci siamo avviati verso “L’american Diner”. Avevamo un posto prenotato, un posto da sei, anche se noi eravamo in quattro. Praticamente dei divani in simil pelle chiara, soffici e morbidi erano i nostri sedili a tavola. Più confortevoli delle poltrone da cinema e molto di più del divanetto dove ogni sera guardo la televisione.

Bambini schiamazzanti ovunque, diversi compleanni dove si cantava non “Tanti auguri a te”, ma rigorosamente “Happy birthday to you” . Non davano noia, forse solo un po’, io ero ammirato a guardare le pareti piene di targhe e di oggetti plastificati che sembravano recuperi navali. Del resto quelli che si celebravano in quel locale erano i miei anni, gli anni cinquanta, ed io sono nato un anno prima che gli anni cinquanta cominciassero. Si, era la cura dell’arredamento e dei particolari che differenziava quel locale dal Mc Donald e dal Burgher King.

 

Nel frattempo, l’attesa sembrava protrarsi, guardavo le ragazze che servivano con i pattini con movenze di farfalla e gonne cortissime. Tutte quante avevano mutandine pastello, celesti o rosa. Agli altri era già arrivato tutto, il mio ordine tardava, ma mi succede sempre anche nei ristoranti tipici toscani, non so perché. Luna stava mangiano coscine di pollo fritto con patate fritte due belle fette di pomodoro, e due pezzettini che sembravano pomodorini acerbi. Era invece un peperoncino piccantissimo messicano, di cui non ricordo il nome, era scritto in stampatello sul menù. Si è truccata di colpo Luna, come se si fosse messo sulle guance e sul naso un fard rosso fuoco. E’ andata in bagno, ma è tornata quasi subito e dopo un paio di bicchieri d’acqua ha ricominciato a mangiare di gusto il suo pollo e le sue patate fritte cospargendole di senape, ketchup ed altre salse strane. Lisa aveva le ali invece delle cosce, non so se dello stesso pollo, ma sempre fritte, ancora patate fritte, insalata e una salsina particolare dolce-forte che ha lasciato a me. Riccardo, Eggs and bacon, insalata e le onnipresenti patate fritte, ma per lui era solo antipasto, aspettava un paninozzo come il mio o simile.
A me ancora niente. Mi avevano portato solo un bel calice di vino, si ho ordinato del vino incurante degli occhiacci delle ragazze in pattini. La coca-cola non mi va e la birra è più dannosa alla prostata del vino. Gli altri acqua naturale e tre strane bottigliette di una bevanda che al colore sembrava una cedrata, ma non so bene.

E finalmente è arrivato il mio panino. Un panino enorme, naturalmente con semi di sesamo. Un etto e mezzo di carne di manzo cotta al sangue, due fette di pomodoro, due foglie di insalata e le onnipresenti patate fritte. Le mie patate però erano diverse, frisè come i capelli di Luna, buone comunque. Avrei voluto tagliarlo e mangiarlo con coltello e forchetta, mi sono guardato in giro, non era possibile. Ho allargato la bocca fino a farmi male alla mandibola e ho dato il primo morso, la carne è scivolata fuori, un pezzo anche sui jeans, il pomodoro sulla tovaglia. Ma in fondo, il primo morso era quello più difficile, ora avrei potuto mangiarlo meglio. Buono però, o forse era la musica di Twist again che sentivo in sottofondo e poi ancora Stand by me di Lennon. Buono però. Chissà come l’hanno presa la mia infiammazione prostatica ed il mio colesterolo, pazienza, per una sera! Poi dopo avrei preso le mie pasticche per scusarmi con loro.
Tutto bene insomma. Tutti e quattro contenti. Ora sono a casa, scrivo queste righe e mi fa un po’ male lo stomaco. Forse un po’ più di un po’.

Domani è un altro giorno.