MURGIA A SALVINI: SOLO CHI LAVORA SA COS’E’ LA VITA VERA

DI MONICA TRIGLIA

«Non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera». Finisce così il post con cui la scrittrice Michela Murgia risponde al ministro dell’Interno Matteo Salvini che, in un tweet, l’aveva accusata di essere una radical chic. «È il suo giochetto preferito quello di far passare chiunque lo critichi per un ricco altolocato che non ha contatto con la gente e con la realtà, che non conosce i problemi veri e che non sa cosa sia la fatica del lavoro, ambiti in cui lui invece si presenta come vero esperto».

Ho letto il post di Michela Murgia (l’intervento su Facebook è della tarda serata di mercoledì) quando già aveva fatto il giro della Rete. L’ho letto e ho pensato quanto le parole di Murgia mi coinvolgessero, testimonianza come sono di una vita che è un po’ quella di tanti di noi, che hanno iniziato a lavorare giovanissimi perché avevano bisogno di farlo, stringendo i denti. E che quindi bene conoscono “la vita vera”.

«Gli intellettuali radical-chic italiani non si smentiscono mai: primi al mondo per spocchia, poi si stupiscono che la gente non li voti più». Con l’abituale formula che tanto piace al suo elettorato Salvini aveva attaccato la Murgia, “colpevole” di non aver detto no a un’intervista sui migranti nel programma Quarta Repubblica (Rete4) condotta da Nicola Porro. Murgia aveva spiegato bene le ragioni di quel no: «Se hai davanti qualcuno che ha già deciso cosa farti dire o come farti apparire, non sei obbligato a lasciarglielo fare. Per questo non rilascio interviste a Libero, al Giornale o a trasmissioni televisive condotte da persone di cui non riconosco l’onestà intellettuale. Conosco la differenza tra comunicare e manipolare e non mi faccio usare per raccontare palle sul dramma delle persone lasciate morire nel Mediterraneo dalla politica del ministro Salvini. C’è un solo modo per vincere ai giochi truccati ed è non giocare».

Nessuno ti può obbligare a rilasciare interviste. Sei tu che hai il diritto di decidere se parlare con un giornalista oppure no. Ma il ministro Salvini forse non lo sa.

Da qui il commento e il sarcasmo. E la più giusta risposta di Michela Murgia con il gioco della sinossi dei curriculum.

Lei – a partire da 14 anni – ha fatto la cameriera precaria in una pizzeria, l’impiegata precaria in una società di assicurazioni, l’insegnante precaria, la co.co.pro precaria per la consegna di cartelle esattoriali a domicilio, la dipendente (non precaria) in una centrale termoelettrica da cui si è licenziata «perché ho scelto di testimoniare in tribunale contro il mio datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale». E di nuovo la cameriera precaria in un albergo al passo dello Stelvio e, nel 2005, la venditrice precaria di aspirapolveri in un call center (da quell’esperienza è nato il libro “Il mondo deve sapere” da cui è stato tratto il film “Tutta la vita davanti”).

L’attuale ministro dell’Interno si è diplomato «in uno dei licei di Milano frequentati dai figli della buona borghesia. Sono contenta che non abbia dovuto lavorare per finire il liceo. Nessuno dovrebbe» scrive Murgia. Poi consigliere comunale a Milano, segretario cittadino della Lega Nord e segretario provinciale: «Non avendo mai svolto altra attività lavorativa, è lecito supporre che pagasse il partito. Chissà se prendeva quanto me, che allora guadagnavo 900 mila lire al mese». Poi pratica giornalistica alla Padania e a radio Padania, «testate di partito che si reggevano sui finanziamenti pubblici, ai quali io non ho nulla in contrario, ma contro i quali Salvini ha invece costruito la sua retorica». A seguire, il Parlamento Europeo «a 19.000 euro al mese. A Bruxelles bruciava un quarto delle sedute ed era già lo zimbello dei parlamentari stranieri, che nelle legislature successive gli avrebbero poi detto in faccia quanto era fannullone».

Nel 2006, mentre usciva il suo primo libro, Michela Murgia faceva la portiera notturna in un hotel, «passando le notti in bianco per lavorare e riuscire anche a scrivere». Salvini decadeva da deputato, «ma atterrava in piedi come vicesegretario della Lega nord e teneva comizi contro i terroni e Roma ladrona».

Dal 2007 in poi «io ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici» scrive Murgia. «Negli stessi anni Salvini ha campato esclusivamente di rappresentanza politica e da dirigente in un partito da dove – tra il 2011 e il 2017 – sono spariti 49 milioni di soldi pubblici senza lasciare traccia».

Due vite a confronto. E non c’è dubbio su chi sia il migliore tra i due, anche se viviamo in un tempo in cui ignoranza, arroganza, razzismo, egoismo becero sono “i nuovi valori” che persone come il ministro Salvini ostentano con fierezza.

Bene, ma bene davvero fa la Murgia a scrivere: «Tra noi due è Salvini quello che non sa di cosa parla quando parla di vita vera, di problemi e di lavoro, dato che passa gran tempo a scaldare la sedia negli studi televisivi, travestirsi da esponente delle forze dell’ordine e far selfie per i social network a dispetto del delicatissimo incarico che ricopre a spese dei contribuenti. Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l’assaggiatore alle sagre. Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera».