No alla camorra

RIFLESSIONE SENZA TITOLO E SENZA TEMPO!

DI GIOVANNI FALCONE
Introduco il tema di oggi con una risposta che ricevetti dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel lontano gennaio 2007, per il tramite dell’Ufficio di Prefettura di Bari[1].
Lo spunto dell’epoca per la riferita corrispondenza, nacque da un episodio realmente accaduto quando, a Napoli e dintorni si vedevano ovunque montagne di rifiuti urbani e la camorra si faceva sentire con una media di due omicidi al giorno.
In quella fase storica del capoluogo campano, nel quadro di una iniziativa del Ministero degli Interni avente ad oggetto “Beni confiscati alla criminalità organizzata”, fui invitato a tenere una docenza sul tema dell’antiriciclaggio agli appartenenti alle Forze dell’ordine operanti nell’Italia meridionale allocati in varie città (Napoli, Palermo, Caserta, Bari, Reggio Calabria, Cagliari).
L’esperienza più significativa e, per certi versi di maggiore interesse, la vissi a Napoli quando, appena entrato in aula, al cospetto di una quarantina di discenti, tutti appartenenti alla Istituzione sul territorio per il contrasto alla camorra (Dia, Ros, Gico e Criminalpol).
Ancor prima di iniziare l’argomento che mi era stato assegnato, mi venne chiesto:
“Dr. Falcone, come mai, noi, al termine di lunghe, complesse e defatiganti attività investigative quando finalmente giungiamo in banca per assalire e sequestrare le risorse finanziarie appartenenti a noti camorristi, troviamo i conti in roso o addirittura estinti? In pratica, mentre per le proprietà immobiliari – pensiamo ad un albergo, un complesso turistico immobiliare etc. – una volta provato il collegamento non scappa e riusciamo nell’intento della misura patrimoniale. Per le risorse finanziarie invece, non abbiamo la stessa fortuna”.
Spiegai subito che, quando questo avviene nel 99% dei casi la responsabilità è tutta dell’Istituto di credito che ha disatteso un preciso onere di “collaborazione attiva” a proposito dell’inoltro di una Segnalazione di operazione sospetta in tempo utile, in armonia al dettato normativo[2]e procedurale dettato dalla Banca d’Italia “Istruzioni operative per l’individuazione di operazioni sospette” laddove testualmente recita: “Massima tempestività nella segnalazione è assicurata ove l’operazione preveda il rilascio al cliente di contante o di valori assimilabili, peer significativo ammontare, soprattutto se la medesima è effettuata da soggetti sottoposti ad indagini penali o a misure patrimoniali di prevenzione ovvero da soggetti agli stessi collegati[3].”
In pratica, cosa succede?
L’indagato, il camorrista di turno o comunque il soggetto attenzionato dall’Autorità giudiziaria, magari particolarmente conosciuto sul territorio, viene a conoscenza delle indagini che lo riguardano. Appresa questa informazione, nel timore di subire un sequestro preventivo da parte dell’Ufficio inquirente, si reca in banca e preleva l’intera somma in contanti – lasciando qualche spicciolo – mandando in rosso il rapporto di conto nel giro di qualche mese oppure, da subito, decide la estinzione di ogni rapporto.
In questi casi, la banca, consapevole della indagine in corso, non deve consentire in alcun modo tale operatività.
Pratica operativa abituale
Ancora oggi, trattasi di adempimenti desueti, in pratica per lo più disattesi. Gli Intermediari finanziari si attivano soltanto in presenza di un provvedimento di sequestro da parte dell’Autorità giudiziaria in assenza del quale, nutrono la convinzione che il cliente – anche il cliente indagato per gravissimi reati come l’appartenenza ad un’associazione mafiosa – sia libero di poter disporre a proprio piacimento di tutte le provviste detenute sui rapporti in essere intrattenuti con la banca.
Solo per ricordare, cito un esempio di cronaca recente di cui tutta la stampa ha dato ampio risalto. Mi riferisco al decreto di sequestro preventivo emesso dalla Procura della Repubblica di Genova nei confronti della formazione politica “Lega Nord” per l’ammontare di 49 milioni di euro, a fronte di una indagine in corso nei confronti degli amministratori pro-tempore – Bossi & Belsito – poi condannati per il reato di “Truffa aggravata” nei confronti dello Stato[4].
Questo è stato un caso scolastico di disapplicazione concreta della norma per la cui vicenda sono ancora in corso le relative indagini.
Conclusioni
Quando le banche falliscono e l’analisi dell’apposita Commissione Parlamentare d’inchiesta all’uopo istituita nella precedente legislatura concluse dicendo: “Le norme esistenti sono inadeguate e i disastri sono attribuibili a tali disfunzioni normative”.
Quando si dice che l’evasione fiscale nel nostro Paese ha raggiunto livelli inaccettabili per qualunque Paese civile.
Quando vediamo, sulla base delle numerose inchieste giudiziarie, che il livello di corruzione nella pubblica amministrazione è altissimo al pari del rischio concreto di penetrazione della criminalità organizzata nell’economia sana.
Ecco, quando vediamo tutto questo, chiediamoci quello che non funziona senza invocare nuove norme posto che, quelle esistenti sono anche troppe e forse basterebbe rispettarne anche solo la metà per evitare taluni disastri!
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[1]Si fa riferimento alla sua mail inviata al Capo dello Stato relativa alla sicurezza pubblica nel Mezzogiorno.
Al riguardo, la Segreteria Generale ha precisato che il signor Presidente della Repubblica segue con particolare attenzione tutte le iniziative utili a rendere più efficace l’azione di contrasto alla criminalità organizzata, nella convinzione che il miglioramento delle condizioni di sicurezza favorisca lo sviluppo sociale ed economico”
 
[2] Art.6, 4° comma, lettera c) del D.lgs 231/07
 
[3] Sorvolo volutamente sull’attuazione pratica di tale adempimento normativo e procedurale
 
[4] Sentenza confermata dalla Suprema Corte di cassazione