PER SALVINI È DIFFICILE LA STRADA CHE LO PORTERÀ A CORLEONE IL 25 APRILE

DI ONOFRIO DISPENZA

Non male: quel gradasso di ministro dell’Interno da tempo ci ha voluto far sapere che il prossimo 25 aprile lo passerà a Corleone. Questo, per svilire la ricorrenza della Liberazione dal nazifascismo dietro lo scudo dell’antimafia. Vorrebbe prendere due piccioni con una fava. Il secondo piccione sarebbe una bella ruffianata, dovuta agli amici neofascisti di ogni gradazione di olezzo ai quali ripetutamente manda segnali, disegnandosi come un nostrano Bolsonaro.
Ma, come si sa, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E questa parata di Corleone non è detto che riesca come il gradasso vorrebbe. Intanto, perchè non è detto che i corleonesi debbano per forza attenderlo all’ingresso del paese con la banda musicale. I corleonesi hanno fatto di Corleone il paese della lotta alla mafia rivoltando l’antica etichetta di capitale di Cosa nostra. Ed hanno nel loro album le lotte contadine e popolari dei fasci siciliani, contro il latifondo ed ogni prepotenza, anche quella dello Stato. Cose che restano nel Dna e potrebbero farsi trovare all’ingresso del paese o in piazza.
Perchè la strada che da Palermo porta a Corleonesi si è fatta difficoltosa, appesantita da quel suo consigliere e “consigliori” di Siri che si è fatto beccare con la mani in pasta in un business miliardario, quello delle nuove energie, a dialogare con un imprenditore siciliano che può ben vantarsi di essere il primo prestanome di un tipo di nome Matteo Messina Denaro. Ecco, Denaro e denari. Traccia di questi traffici, ancora tutti da esplorare, 30mila euro protagonisti di intercettazioni degli investigatori antimafia. Denari che servivano ad aprire la breccia, ad oleare la funzione di sottosegretario e braccio destro del Capitano che Siri si è guadagnato per una misteriosa attrazione sul ministro dell’Interno. Quello che in Italia sta dietro le “strane affinità” resta ancora un mistero. Mistero sopra i misteri. 

 

E’ vero, la Sicilia ha baciato le mani anche a lui. Ma, si sa, la lettura dei comportamenti dei soggetti deboli è cosa delicata. A volte sorprende. Imprevedibile il loro comportamento. Dall’abbraccio al forcone il passo è breve. Del resto, varrebbe ripercorrere brevemente la vita e l’impegno del padre dei padri di quello straordinario movimento sociale e politico che nacque e crebbe alla fine dell’800 da queste parti, a Corleone e in tutta la Sicilia. Al centro c’era la lotta di classe contro i padroni della terra. Ed era di Corleone Bernardino Verro, socialista e animatore di quella lotta, che del paese sarebbe stato poi sindaco. Infine ucciso dalla mafia, nel 1915.
Agli inizi di quella rivoluzionaria impresa politica, sentendosi perseguitato e nel mirino dei latifondisti, sentendo lo Stato schierato con chi lo voleva far fuori, ingenuamente si mise nella mani della mafia, entrò nella “famiglia” mafiosa del paese. Solo il tempo di capire che quello Stato, la mafia e i padroni erano un tutt’uno, erano nemici del popolo, ed eccolo in prima fila nelle lotte a mafia, Stato padrone e padroni fiancheggiati da Stato e mafia.
Bernardino Verro è rimasto nel Dna di Corleone e della Sicilia, dove ci sono tanti giovani mai disposti a baciare la mano e a batterle le mani a chi solo vuole strumentarli e piegarli. La speranza è che il 25 aprile, se il gradasso ministro non ripiegherà la sua provocatoria arroganza, lo spirito di Bernardino Verro si faccia trovare in piazza, ad indicargli la strada che porta fuori Corleone.

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