PRESIDENZIALI NELLA MACEDONIA DEL NORD. AL BALLOTTAGGIO QUESTIONI LOCALI E PROBLEMI INTERNAZIONALI

DI ALBERTO TAROZZI

Primo turno elettorale nella Macedonia ora definita “del nord” in conseguenza agli accordi con la Grecia. In ballo l’elezione del Presidente, un titolo onorifico, ma fino a un certo punto visto che in talune circostanze può esercitare una sorta di diritto di veto superabile solo con maggioranze qualificate.

Inevitabile il ballottaggio in data 5 maggio visto il testa a testa tra i due candidati principali, ben al di sotto del 50+1%. 42 e rotti contro 42 e rotti, tra la candidata conservatrice e quello centrista socialdemocratico (sostenuto da una lista albanese fautrice della lingua albanese come seconda lingua nazionale). Il resto, che però potrebbe risultare determinante al ballottaggio, a un candidato di altri due partiti albanesi.

Come andrà a finire e come mai il tutto riveste un interesse internazionale? Qualcosa di anomalo per una competizione relativa a un elettorato inferiore ai due milioni di persone.

Il come andrà a finire riguarda soprattutto il numero dei votanti al ballottaggio. Per convalidare l’elezione occorre il superamento del quorum 40% degli aventi diritto al voto. A questo turno ha votato meno del 42%. Siamo sul filo del rasoio.

Inoltre il partito conservatore, contrario al recente accordo con la Grecia sulla nuova denominazione della nazione, ha fin qui rinunciato all’arma del boicottaggio. Dovesse cambiare idea, scendere sotto il quorum in una situazione di stallo e con nuove elezioni da indire, diventerebbe più che un’eventualità.

A questo si aggiunge il ruolo della terza lista, quella dei due partitini albanesi. Difficile immaginare il loro appoggio alla lista conservatrice, che vede un pericolo nel fare concessioni agli albanesi che li potrebbe portare prossimi alla secessione. Ma sull’altro versante cosa potrebbero chiedere ai socialdemocratici, per garantire un sostegno indispensabile sia alla vittoria che al conseguimento del quorum?

Sembrerebbero affarucci locali e invece sono questioni di rilevanza internazionale. Macedonia importante dal punto di vista della geopolitica globale. L’accordo tra i premier di Grecia e Macedonia (Tsipras e il socialdemocratico Zaev) per una denominazione del paese che conclude una ventenza ventennale, nasconde problemi di ordine più generale.

Quello della minoranza albanese ne è solo un primo aspetto, per quanto significativo. L’appoggio di tale minoranza all’accordo con Atene, raggiunto a dire il vero in maniera abbastanza verticistica, potrebbe costituire il preludio a nuovi scenari che indebolirebbero, secondo l’opposizione, l’identità dello stato macedone.

Campanello d’allarme, il referendum che è seguito all’accordo e che, da solo, non avendo raggiunto il quorum, non ne avrebbe consentito la messa in atto, se non fosse intervenuta una sorprendente maggioranza qualificata dei parlamentari.

Il referendum e il successivo voto parlamentare facevano riferimento non solo al cambiamento del nome, ma anche all’adesione alla Ue e ancor di più alla Nato. Vale a dire cambiamenti di linea politica che possono implicare conseguenze di forte rilevanza, se confermati dal secondo turno delle presidenziali del 5 maggio e dalle future elezioni politiche.

Va infatti tenuto conto che la Nato, quanto meno nella sua componente statunitense, ha sostenuto la linea di un non lontano governo kosovaro incline alla prospettiva di una Grande Albania. Una prospettiva dietro la quale si profila l’ombra di Washington, presso il quale il premier di Pristina si è appena recato, ancor più che di Tirana (che ha già abbastanza problemi in casa propria) e di Bruxelles.

I segnali che il voto del 5 maggio possa avere ricadute internazionali è già desumibile da quanto appena scritto. Ma c’è di più. La candidata (Gordana Siljanovski) dei conservatori,  di orientamento filo russo, dice che non impugnerà direttamente gli accordi con Atene, ma si rivolgerà al Tribunale dell’Aja. E’ chiaro che in occidente la vittoria di un socialdemocratico filo Ue (Panderovski, docente di scienze politiche, nella foto) farebbe estremamente piacere.

Si sa che da quelle parti la Nato conta su di un alleato volubile come Erdogan e gradirebbe quindi rafforzare lo schieramento.

E’ altrettanto chiaro che, nonostante il Montenegro sia passato armi e bagagli con l’occidente, rimangono ancora incerte le collocazioni della Serbia e di una Bosnia divisa al suo interno. Un posizionamento filo occidentale di Skopje diventerebbe così funzionale. Anche perchè, da quelle parti, c’è sempre in ballo il passaggio di possibili gasdotti, graditi ai russi e molto meno agli statunitensi.

Di fronte a questi livelli di complessità le questioni interne a una Macedonia comunque denominata appaiono marginali, per un osservatore esterno. Come il fatto che i conservatori abbiano candidato una giurista. A fugare dubbi dopo un passato abbastanza burrascoso in termini giudiziari dei precedenti governi di centro destra. Oppure che le condizioni economiche del paese non siano brillanti e che non si veda un piano preciso e determinato atto a risolverle positivamente.

Problemi globali preponderanti sulle questioni locali. Come reagirà il popolo macedone?  Un misero 40% di votanti, ieri, è già una risposta. Più che un’esplosione, ciò che si deve temere nei prossimi giorni è piuttosto l’implosione di chi vive la politica come qualcosa di estraneo.