CONTRO LE “MEMORIE CONDIVISE”, RIVENDICHIAMO IL DIRITTO ALLA STORIA

DI ANGELO D’ORSI

 

Le polemiche sul XXV Aprile, comprese quelle sulla cosiddetta Brigata Ebraica, hanno avuto il merito se non altro di riaccendere i riflettori su significato e il ruolo della storia nel nostro Paese. Basterà Andrea Camilleri a fare scoprire al popolo italiano la necessità, ma direi anche la bellezza della storia? Basterà il Manifesto lanciato dal quotidiano la Repubblica in tal senso? Basterà il messaggio – farcito di richiami e direi allusioni storiche – del presidente della Repubblica a non barattare la libertà con l’ordine?
Staremo a vedere. Ma intanto, grande è la confusione sotto il cielo. E ad essa contribuiscono non solo politici cialtroni e ignorantissimi, ma anche rispettabili opinion maker, opinion leader e… come pare si debba dire oggi, influencer. Confusione dettata, ancora, dall’ignoranza, ma anche non di rado da disonestà (o quanto meno incertezza) intellettuale. Incertezza che in qualche caso può suscitare simpatia, in altri inquietudine. Come fa, ad esempio, lo stesso Sergio Mattarella a rifiutare ogni riduzionismo della verità storica, o peggio ogni sua falsificazione, ribadendo il significato irrefutabile della lotta di Lliberazione, e poi ripetere lo stesso discorso, ribaltando l’oggetto, sulle foibe, ovvero su uno dei più clamorosi esempi di falsificazione storica a cui si sia assistito negli ultimi 25-30 anni in Italia? E qui, ahinoi, il negazionismo da scellerata pratica che dà voce alle peggiori forme di revisionismo “rovescistico”, diventa un’ingiuria rivolta ai pochi studiosi seri che si sono occupati della guerra sul Confine Orientale, e delle sue conseguenze, tra cui la “questione foibe”. Una “verità di Stato” a cui la verità della ricerca soccombe, tristemente.
E ci si deve chiedere se gli insistiti appelli a “preservare la memoria” siano il giusto percorso per difendere la verità storica: già, perché, checché ne dicano Camilleri o Mattarella, il punto è proprio questo: evitare la confusione tra storia e memoria, una confusione esiziale contro la quale i grandi maestri del metodo storico hanno ripetutamente messo in guardia. La memoria è soggettiva, di individui o di gruppi, e comprende l’errore, l’oblio, la falsificazione volontaria, o involontaria che sia. Gli appelli, che si susseguono a partire dalla fine degli anni Ottanta, alle “memorie condivise” vanno rispediti al mittente: come tante volte si è fatto osservare, replicando, semplicemente, che la memoria delle vittime ben difficilmente può essere la memoria dei carnefici; quanto ai perseguitati essi conservano gelosamente, nella mente, nelle fotografie, nei diari, nelle lettere, il ricordo di quel che hanno subìto essi stessi o i loro congiunti, i loro compagni e amici, e in quel ricordo c’è il rancore, il risentimento, la percezione dell’ingiustizia patita. E i persecutori, a loro volta, cercano di dimenticare, di cancellare, o di minimizzare i propri atti, o comunque quelli compiuti dalla loro parte, magari appellandosi al dovere dell’obbedienza: l’abbiamo fatto perché ce l’hanno ordinato…
Dunque gli appelli alla conservazione della memoria sono ambigui, e non valgono a sciogliere i nodi. E la memoria condivisa è una enorme, e pericolosa sciocchezza. Tocca dunque alla storia rimettere in pari la partita, intesa come attività di ricerca volta per statuto a ristabilire la verità dei fatti accaduti e al loro “racconto” (così la pensava, giustamente, Benedetto Croce). E qui come non dare ragione a Camilleri e a chi con lui ha lanciato l’Appello in difesa della storia? Ma per carità smettiamola di confondere la storia e la memoria, giacché solo la storia può aspirare all’oggettività, ove sia praticata in modo scientifico, a partire dai documenti, e secondo regole messe a punto dalle diverse generazioni, in un grandioso, incessante processo di costruzione della verità.
In tal senso, ribadiamolo con forza, la storia non è soltanto utile, a dispetto di Nietzsche e delle sue provocatorie considerazioni sulla “inutilità della storia”, ma necessaria, anzi indispensabile. Senza storia non si dà politica autentica, vivere privi del sostegno della conoscenza storica significa “smarrire noi stessi”, come scrive Camilleri; insieme ad Andrea Giardina e Liliana Segre nell’Appello della Repubblica, E chi ha paura della storia, come gli attuali governanti, chi la svilisce, come gli attuali governanti, chi mira a metterla all’angolo nella formazione delle giovani generazioni, come gli attuali governanti, commette colpa grave e irredimibile. Anni fa, all’Università di Torino, un gruppo di discenti di Scienze Politiche e di Lettere e Filosofia, stese e lanciò un “Manifesto per il Diritto alla Storia”. Lo portò, con la mia complicità (confesso) a un consesso di storici cattedratici, e ottenne di darne pubblica lettura: furono sbeffeggiati tra i sorrisetti e le alzate di spalle dei cattedratici che irridevano alla santa ingenuità di quei ventenni. E invece quei ragazzi e quelle ragazze avevano ragione da vendere (e da quel documento, correva l’anno 2000, nacque l’Associazione per il Diritto alla Storia e poi la rivista Historia Magistra).
La storia, in effetti, rappresenta un diritto fondamentale quanto sottovalutato o addirittura quasi sempre non riconosciuto, degli esseri umani, e rivendicarlo è importante. Togliere la prova di storia dall’esame di Maturità è una scellerataggine, congegnare i programmi scolastici in modo che gli alunni non arrivino a conoscere gli eventi dell’epoca in cui vivono, ridurre gli insegnamenti storici nelle Università, condannare biblioteche e archivi a languire senza fondi e senza personale…, e via seguitando, tutto questo rappresenta una colpa grave. Ma è anche il segno di una ristrettezza mentale, che, a prescindere dai titoli scolastici eventualmente acquisiti, dei governanti, destina una classe dirigente, a cominciare dal suo ceto politico, al fallimento oggi, e dimenticanza domani.
La storia vilipesa dagli omuncoli oggi al potere, si prenderà beffe di loro, relegandoli in un giusto, totale oblio.