A PROPOSITO DELLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE

DI GERARDO D’AMICO

Io sono assolutamente d’accordo con la sperimentazione animale: mi spiace, vorrei ci fosse un modo alternativo dal dover sacrificare delle cavie ma finché non si trova resta indispensabile per evitare che farmaci dannosi o inadeguati arrivino all’uomo ( e agli stessi altri animali).

Quello che invece mi fa indignare è questo modo di fare “ricerca” che a mio modo di vedere niente ha a che fare col fine di una sperimentazione animale, dimostrare che un preparato sia sicuro ed efficace.

A che pro iniettare una dose quasi letale di un diserbante nel ventre di un animale? Per dimostrare cosa, visto che normalmente residui e non dosi di quella portata possono ( possono) arrivare all’uomo per via alimentare, quindi a parte la infinitesima quantità subire i processi della metabolizzazione?

È indecente che un Comitato Etico abbia dato l’autorizzazione a questo tipo di “ricerca”, che peraltro non ha portato a dimostrare proprio niente, se non che i topi hanno una predisposizione di specie alle malattie renali, fatto già noto.

Fa il paio con l’altra “ricerca”, sulle onde elettromagnetiche: topi sottoposti a 19 ore di radiazioni alla massima potenza da quando erano feti fino alla morte, ogni giorno, che poi in una microscopica percentuale sviluppano un rarissimo tumore al cuore ( non al cervello, come avrebbero voluto dimostrare).

Da Donatello Sandroni
Le ricerche andrebbero lette tutte, magari da persone che ne capiscono, anziché limitarsi ai titoli degli articoli sulla stampa generalista che vanno a nozze con questo tipo di ricerche. Per articolare una risposta esauriente ci si sta lavorando insieme a Enrico Bucci, ma per intanto si può anticipare che:

Al di là della potenza statistica bassissima della ricerca (usano talmente poche cavie che se ripeti dieci volte l’esperimento può venir fuori tutto e il contrario di tutto per semplice fluttuazione statistica), gli stessi autori ricordano che “The current study used a mode of administration to control the exposure dose that does not allow a classic risk assessment”.

Cioè: abbiamo somministrato il prodotto in un modo che non ha nulla di normale. Infatti la somministrazione è avvenuta per via intraperitoneale, cioè iniettata nella panza delle cavie gravide:

“Timed-pregnant females on days 8 through 14 of gestation59 were administered daily intraperitoneal injections of glyphosate (25 mg/kg BW/day dissolved in PBS)”.

In tal modo, la dose applicata diviene centinaia di volte maggiore rispetto a quella che si potrebbe ricevere per normale ingestione col cibo e con l’acqua, come avviene in realtà. Due terzi del glifosate ingerito viene infatti escreto con le feci e il rimanente terzo con le urine. Meno dello 0,5% viene metabolizzato. Per ottenere la concentrazione corporea simile a quella realizzata artificiosamente nell’esperimento dovremmo cioè somministrare alle cavie per via orale circa 5.000 mg/kg, che è vicina ala dose letale (LD50 = 5.600 mg/kg). Quindi partiamo già malissimo. L’esposizione umana assoluta è stimabile in 1-2 mg l’anno. In sostanza, io che peso circa 80 kg, ho una somministrazione media giornaliera di alcune decine di nanogrammi per chilo di peso corporeo. Cioè qualche milione di volte sotto la dose usata in quel laboratorio.

E meno male che i ricercatori stessi ammettono aver usato una dose comunque doppia rispetto alle soglie ritenute sicure per gli operatori professionali (che peralatro mica lo ricevono dalla panza con un ago…):

“The experimental dose used does provide an environmentally relevant exposure of twice the allowed industry exposure (2.8–5 mg/kg/day) following metabolism of the glyphosate and half the NOAEL”.

Infine, chiariscono che il loro studio non dimostra praticamente un tubo sull’uomo, limitandosi a un mero esperimento preliminare di laboratorio che nulla permette di dire dal punto di vista epidemiologico reale:

“Therefore, the current study was performed to simply determine the potential that glyphosate may promote the epigenetic transgenerational inheritance of pathology and sperm epimutations”.

Circa poi le malattie renali, la Guida alla valutazione degli studi preparata per il FAO/WHO JMPR (Joint Meeting of Pesticide Residues) ricorda che: “Chronic progressive nephropathy (CPN) is a rat-specific condition that is naturally occurring in commonly used strains of rats and, like α2u-globulin-associated nephropathy, has no strict human counterpart. Consequently, chemically induced exacerbation of CPN should not be acknowledged as an indicator of human toxic hazard”.

In sostanza, per le malattie renali i ratti non sono da considerare validi in quanto è accertata una loro predisposizione naturale a sviluppare tali patologie indipendentemente dall’agente somministrato.

Lo so, la tossicologia è una brutta bestia con cui avere a che fare…