LA MORTE DI SENNA HA SALVATO DECINE DI VITE

DI FRANCESCA PAPASERGI

La morte di Ayrton Senna ha rappresentato un punto di svolta fondamentale per la Formula 1.
L’ha trasformata in uno sport “sicuro”.
Dal 1952 al 1994 la conta dei morti in pista in gare ufficiali arriva a 37. Quasi uno all’anno, una scia di sangue impressionante in nome del Circus, senza contare gli incidenti che non hanno ucciso i piloti ma li hanno lasciati sfigurati o fortemente menomati. Negli ultimi 25 anni l’unico a morire è stato il giovane e sfortunato francese Jules Bianchi, nel 2015, dopo mesi di coma; abbiamo visto brutti incidenti, ma il danno fisico peggiore che ricordo è la gamba fratturata di Michael Schumacher.
In sostanza, da sport in cui la perdita della vita era “messa in conto”, la F1 è diventata uno sport molto, molto meno pericoloso. E anche meno emozionante, sì. Provate a guardare spezzoni di un vecchio Gran Premio su YouTube: anche se ne conoscete il risultato, vi ritroverete a fare il tifo come se lo vedeste per la prima volta. Spettacolo puro, adrenalina dall’inizio alla fine. Ora durante i GP, se Lewis Hamilton (l’unico paragonabile ad Ayrton, secondo il mio modesto parere) non s’inventa qualcosa, mi addormento. Me lo ricordo, quel primo maggio. Ero da mia nonna, guardavo il GP con mio padre e i miei zii. Mi ricordo la voce di Paltrinieri che dice “Incidente per Senna”. Mi ricordo il suo casco giallo accasciarsi su un lato. Tutti speravamo di aver visto male, ma capimmo subito che non c’era più.
La morte del più forte e completo pilota di sempre ha salvato decine di vite. Mi spiace solo che uno che da ragazzo si allenava allagando la pista di casa, uno che riuscì a vincere un Gran Premio col cambio bloccato e le braccia massacrate dai crampi, il genio del volante, il mago della pioggia, abbia dovuto pagare il prezzo più alto per far capire che i piloti non sono ricca carne da macello.