UN SECOLO FA NASCEVA L’ORDINE NUOVO DI GRAMSCI

DI ANGELO D’ORSI

 

Oggi, un secolo fa, il 1° maggio 1919, a Torino, ad opera di un gruppetto di giovinotti compagni di partito e spesso di università, nasceva “L’Ordine Nuovo”, che recava un sottotitolo persino più significativo del titolo: “Rassegna settimanale di cultura socialista”. Segretario di Redazione: Antonio Gramsci. Accanto a lui, per citare i nomi fondamentali, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti.
Se il titolo richiamava la necessità di ricostruire un Paese e una Europa devastati dalla Guerra mondiale appena archiviata, ma di ricostruire secondo linee nuove, ispirate ai cambiamenti in atto nella Russia bolscevica, il sottotitolo alludeva alla necessità della classe lavoratrice di costituirsi un proprio, autonomo bagaglio ideologico-culturale.
Davanti al disordine prodotto del conflitto, si trattava di instaurare l’ordine, con l’opportuna precisazione che dovesse essere “nuovo” . Rispetto a una precedente esperienza giornalistica, il famoso numero unico “La Città futura”, realizzato in solitudine da Gramsci nel febbraio ’17, questa nuova avventura gramsciana, sorgeva dopo la Rivoluzione sovietica; e moveva dal dibattito internazionale sulla possibilità della rivoluzione nell’Occidente capitalistico, ma anche sulla necessità di “aggiornare” il pensiero marxista, che da una parte stava trasformandosi in dottrina da parte dei dogmatici, e dall’altra era svilito a pratica riformistica, dai teorici del revisionismo, Bernstein in testa.
La prima copia del giornale (oggi opportunamente ristampata, insieme alla “Città futura”, da Giovanna e Franca Viglongo, moglie e figlia di Andrea, che fu compagno di Gramsci) fu diffusa nella folla dei manifestanti, specie nei pressi della Camera del Lavoro: un successo, tanto che se ne dovettero tirare altre copie, essendo presto andata esaurita la prima tiratura.
Al di là del ruolo formale, Gramsci fu l’autentico animatore di una piccola grande impresa che collocò Torino in una dimensione internazionale, legata alle discussioni che gruppi di vecchi e giovani marxisti avevano avviato di qua e di là dell’Atlantico. E che fu uno dei motori della nascita, due anni dopo, del Partito Comunista d’Italia, a Livorno.
Tre motti ornavano la testata, in questo ordine: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.
L’idea da cui nasceva la rivista era che il proletariato dovesse costruirsi una propria cultura, per lo sviluppo
di una coscienza rivoluzionaria, ma essa includeva l’acquisizione di strumenti culturali più ampi, a cominciare dalle grandi tradizioni culturali precedenti, segnatamente dalla cultura borghese, intesa sotto ogni suo aspetto, dalla filosofia alla letteratura, dalle arti figurative alla musica, dal teatro alle scienze sociali… Per Gramsci la rivoluzione, insomma, doveva essere preceduta da un lento lavorio culturale e ideologico. Di qui l’importanza del lavoro pedagogico e culturale, che procurò agli “ordinovisti”, come incominciarono presto a essere chiamati, le accuse di “culturalismo”. Lo stesso Gramsci facendo autocritica, qualche mese più tardi, sembrò accettare l’accusa, spingendo verso un cambiamento della rivista, che chiamò “colpo di stato redazionale”: “L’Ordine Nuovo”, da allora, senza smettere tuttavia di essere una rassegna culturale, di livello internazionale, divenne il motore della teoria (e della pratica) italiana dei Consigli di fabbrica, traduzione italiana dei Soviet russi. L’attenzione si concentrò sulla fabbrica, l’analisi dei suoi meccanismi, lo studio dei fattori della produzione: nella fabbrica Gramsci vedeva il nocciolo dello Stato proletario di domani, il nucleo della nuova civiltà dei produttori in luogo di quella degli sfruttatori
Gramsci pensava a una trasformazione delle Commissioni interne, fino a farle diventare organi del contro-potere proletario, primo nucleo della “democrazia operaia”, che supera il meccanismo della rappresentanza, e vive nello studio e nella lotta, trovando il suo baricentro nell’assemblea, ossia nel Consiglio, il quale, nell’ottica gramsciana, assume un valore più ampio rispetto al Soviet russo: Gramsci gli attribuisce anche un valore pedagogico, essendo esso il luogo (e il mezzo) in cui le masse si responsabilizzano, divengono coese, e si trasformano in un esercito in campo, consapevole che la disciplina e l’organizzazione siano indispensabili se esso “non vuole essere distrutto e ridotto in schiavitù”. Proprio nell’assemblea consiliare, ossia nella dialettica della discussione in comune, si può arrivare insieme alla verità. E qui, in questo celebre articolo del 27 giugno 1919, Gramsci sentenziava, con una frase destinata alla celebrità: “Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria”
Il gruppo torinese, dentro e intorno alla rivista, mirava insomma alla edificazione di un “ordine nuovo”, capace di coniugare la giustizia con l’efficienza, la democrazia con l’autogoverno, realismo politico e utopismo sociale.
La rivista non abbandonò, tuttavia, nella sua “svolta”politica, i temi più tradizionalmente culturali, con una predilezione, sia nella veste di autori, sia come oggetto di ricostruzioni storiche e interpretazioni filosofiche, per intellettuali politicamente di sinistra o quanto meno democratici: Georges Sorel, Anatole France, Henri Barbusse, Romain Rolland, Max Eastman, John Reed, Gor’kij, Lunačarskij; attenzione crescente andava a coloro che in quel momento erano leader riconosciuti delle lotte rivoluzionarie in Europa: Lenin, Radek, Bela Kun, Bucharin, Trockij, e anche a chi come Karl Liebknecht era caduto, insieme a Rosa Luxemburg, vittima della reazione di classe, all’inizio di quello stesso 1919,a Berlino.
Su quelle pagine graficamente sobrie come quelle delle riviste di Piero Gobetti, Antonio Gramsci affinò la propria teoria politica, insistendo su alcuni concetti chiave, come l’idea del metodo comunista come “metodo della rivoluzione in permanenza”, la necessità dell’internazionalismo proletario, l’alleanza contadini-operai. Scriveva nell’agosto di quell’anno: “Gli operai d’officina e i contadini poveri sono le due energie della rivoluzione proletaria. Per loro specialmente il comunismo rappresenta una necessita esistenziale: il suo avvento significa la vita e la libertà, il permanere della proprietà privata significa il pericolo immanente di essere stritolati, di tutto perdere fino alla vita fisica […]. Il comunismo e la loro civiltà, e il sistema di condizioni storiche nelle quali acquisteranno una personalità, una dignità, una cultura, per il quale diventeranno spirito creatore di progresso e di bellezza.
“L’Ordine Nuovo” si caratterizzò dunque come organo del movimento dei Consigli, e in generale come un foglio che parlava agli operai, specialmente di temi che agli operai interessavano, senza scendere a un livello troppo elementare. Gramsci, al contrario, era convinto che bisognasse aiutare i proletari a salire, a impadronirsi degli strumenti intellettuali e delle conoscenze di cui erano privi, ma nello stesso tempo riteneva si dovesse imparare dalla loro esperienza. Perciò, come scrisse uno di quegli operai, Vincenzo Bianco, quello “era un giornale fatto diversamente dagli altri, trattava problemi diversi da quelli di un quotidiano e veniva incontro al nostro bisogno di imparare”. E Gramsci, il sardo intellettuale nemico dell’intellettualismo, di questo “andare a scuola dalla classe operaia” fece uno stile di vita.
Un altro testimone sottolineava la diversità di quel giornale che aveva come scopo “migliorare la cultura
politica della base”, e in quell’opera Gramsci emergeva, come autentico maestro, capace di “attrarre, di galvanizzare
l’intelligenza altrui”, sempre insegnando, però, con “comprensione e simpatia”. Gobetti, un ammiratore esterno, e a tratti critico, definì “L’Ordine Nuovo” “uno degli episodi più originali di pensiero marxista in Italia, anzi forse il primo
tentativo di intendere Marx al di la delle caduche illusioni ideologiche nel suo significato di suscitatore d’azione”.
Mentre uno dei fondatori, Angelo Tasca, destinato all’espulsione dal Partito comunista dieci anni dopo,
scrisse che i testi della rivista costituivano “l’espressione più originale e più possente del pensiero politico socialista negli ultimi cinquant’anni”.
Nel pieno di quella esperienza, nel luglio del ’19, Gramsci conobbe per la prima volta l’esperienza dell’arresto e del carcere. In fondo è andata bene, oggi, 1° maggio 2019, a Torino, durante la tradizionale manifestazione del Primo Maggio, a coloro che contestavano il PD, divenuto il partito del “Si Tav”, e delle oligarchie economiche, a quella grande opera immaginaria legate, di essersi presi soltanto le manganellate della polizia. Per ora non ho notizie di arresti, ma magari arriveranno. Erano arrivati gli arresti, vent’anni fa, in un altro Primo Maggio, quando, presidente del Consiglio Massimo D’Alema, reparti di PS compirono una vera spedizione punitiva ai danni del CSOA Askatasuna: le foto documentarono impietosamente la selvaggia devastazione dei locali, la distruzione degli arredi, compresa la biblioteca. Una di quelle foto, e un filmato girato dal compianto video maker Armando Ceste, mostravano una collezione del giornale “L’Ordine Nuovo” fatto a pezzi dalla furia dei poliziotti, che per soprammercato avevano orinato su quelle pagine, lasciando anche istruttive iscrizioni sui muri inneggianti al “Dux” e al fascismo. Anche in quella occasione il PD, essendo partito di governo, si schierò dalla parte della polizia, non condannando il suo operato, come oggi, quando addirittura PD e sindacati pretendevano che il movimento No Tav e le sue parole d’ordine fossero esclusi dal corteo, adducendo come motivazione che la questione Tav nulla avesse a che fare con la “festa del lavoro”; ovviamente i No Tav come tante altre sigle della sinistra, sono stati ben presenti e visibili. Ma grazie al combinato disposto tra cordoni di polizia e carabinieri da una parte, e “servizio d’ordine” del PD dall’altra, i No Tav et simile brutta genia eversiva sono stati tenuti lontani, con “cariche di alleggerimento”, dalla piazza San Carlo, meta del corteo. Evidentemente la ripresa tv non doveva far vedere che gli oratori ufficiali accanto agli applausi di rito ricevevano sonori fischi.
A cento anni di distanza, dalla democrazia operaia, siamo arrivati alla democrazia blindata. “L’Ordine Nuovo” oggi, evidentemente, ha assunto un ben diverso significato, da quello che avevano in mente Antonio Gramsci e i suoi compagni.