IL SIDERURGICO A TARANTO: DAL 1960 ALLA COPERTURA DEI PARCHI MINERALI

DI PATRIZIA ING. LASSANDRO

«Taranto è una città perfetta. Viverci è come vivere nell’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari», così la descriveva nel luglio del 1959, Pier Paolo Pasolini. La definiva la “città perpetua in simbiosi tra mare e città, tra il mare e i suoi abitanti, nell’alternarsi dell’eterno gioco dei sessi tra le onde e gli scogli, appare perfetta”. Dodici mesi dopo, la storia della città era destinata a cambiare per sempre, difatti il 9 luglio 1960, veniva posata la prima pietra dell’Italsider, il più grande stabilimento siderurgico italiano. Per la sua costruzione vennero estirpati migliaia di alberi d’ulivo. Il primo altoforno entrò in funzione il 21 ottobre 1964, il secondo il 29 gennaio 1965. Dopo una fase di rodaggio, il 10 aprile 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat la inaugurò ufficialmente, pronunciando solenne, queste parole: «io sono qui per solennizzare l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale. E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del Mezzogiorno l’assicurazione che lo Stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla». Lo slogan «Taranto non vuole morire», fu coniato proprio allora da Tommaso Fiore, aveva il senso della ricerca del lavoro e di morirne senza. Quasi un macabro presagio o un cattivo scherzo del destino. Per non morire, Taranto chiese la costruzione del centro siderurgico. Nel 1989  all’Italsider, subentra l’ILVA. Il 1º novembre 2018 Ilva entra ufficialmente a far parte del colosso ArcelorMittal, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell’inglese Mittal Steel, attraverso AM Investco Italy, un consorzio partecipato per il 94,4% da ArcelorMittal e per il 5,6% dal gruppo Intesa Sanpaolo, subentrato dopo l’uscita di Marcegaglia . Entra nel polo industriale ArcelorMittal Europe cambiando anche il nome in ArcelorMittal Italy. Arrivando a Taranto adesso non si può non notare la realizzazione di un’enorme struttura di acciaio che venendo da est, copre i raggi del sole che tramonta. Un’opera ciclopica che cambia lo skyline della cittadina. La struttura è visibile a chilometri di distanza ma a fronte di un impatto ambientale rilevante dovrebbe salvare vite umane. Sembrava impossibile ma adesso invece è realtà.  La copertura dei Parchi Primari dell’ex ILVA di Taranto con immensi hangar, alti 80 metri, come un palazzo di quasi 30 piani, lunghi 700 e larghi 500, una volta completamente realizzata, sarà uno dei progetti ingegneristici ambientali più importanti al mondo e diverrà una barriera fisica che eviterà la dispersione delle polveri provenienti dai cumuli dei parchi sulla città. Il quartiere più inquinato è quello dei Tamburi che in occasione dei cosiddetti wind days, ossia i giorni in cui soffia vento da nord subisce importanti conseguenze. In quei giorni è consigliato rimanere in casa, chiudere le finestre e limitare le attività fisiche all’aperto. La parte di copertura che si sta realizzando più rapidamente è, infatti, quella prospiciente a questo quartiere. ArcelorMittal in un comunicato rende noto che da qualche giorno all’acciaieria di Taranto si sono conclusi, nel pieno rispetto dei tempi previsti dall’Addendum al contratto di affitto stipulato lo scorso settembre tra AM InvestCo Italy e ILVA in AS, che fissava il termine al 30 aprile 2019, i lavori di completamento del 50% della parte superiore della struttura che consentirà la copertura del materiale presente nel Parco Minerale e necessario ai fini del livello di produzione autorizzato. L’attuale struttura, composta da tre moduli coperti, dopo essere stata montata è stata anche completamente spostata di circa 230 metri, in modo da disporla, in maniera permanente, nella cosiddetta “posizione finale” accanto alla quale, nei prossimi mesi saranno agganciati i restanti tre moduli. È in fase di ultimazione anche il quarto modulo che sarà coperto, alzato e collegato agli altri tra pochi giorni. L’Ad di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl, afferma: “la realizzazione della copertura dei Parchi Primari, ossia il Parco Minerali e il Parco Fossili è uno degli interventi più importanti richiesti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale. Il risultato di oggi è la prova visibile che facciamo sul serio e stiamo rispettando tutti gli impegni presi”. I lavori di copertura dei Parchi Minerali, affidati per progettazione, fabbricazione e montaggio alla ditta italiana Cimolai, sono cominciati, con la posa della prima pietra, il 1° febbraio 2018 e termineranno entro l’ultimo trimestre del 2019. I dubbi in seno ai cittadini però rimangono. L’industria siderurgica è dal 1960 che inquina. I minerali, il ferro e il carbone sono penetrati per decenni nel fertile terreno, inquinando le vene acquifere del sottofondo, raggiungendo anche il mare.
Durante i lavori di copertura nello scavare per la posa in opera delle enormi fondamenta, sembrerebbe che gli operai abbiano rilevato che più scavavano è più fanghi inquinanti trovavano. Alla fine è stato necessario coprire tutto con una gettata di cemento per rendere più stabile il terreno. Il processo produttivo dell’area a caldo, tra le altre cose, è obsoleto e altamente inquinante.
Il carbone fossile, prelevato dai parchi, viene messo a processo e riscaldato in assenza di ossigeno, nell’impianto della cokeria, per consentire di eliminare gas e impurità.
Terminato il processo, il carbone viene immediatamente raffreddato, per evitare che si consumi al contatto con l’aria, versandogli sopra acqua marina desalinata. Questo processo avviene ogni 4 ore e sprigiona enormi nuvole di vapore acqueo bianco visibili a chilometri di distanza.
L’alta temperatura del carbone porta ad evaporazione violenta l’acqua. In questa fase vengono trasportati dal vapore acqueo micron di polvere di carbone. Qui il vapore acqueo si raffredda sotto forma di goccioline d’acqua che conterrebbero particelle di carbone. Alcune cadono in caduta libera, altre vengono trasportate dal vento per poi ricadere sul terreno e in mare.
È una polvere sottilissima e leggerissima che assomiglia ad un talco nero capace di insinuarsi ovunque, nelle abitazioni, sui panni stesi al sole, sull’erba. Gli animali mangiano l’erba inquinata dall’impercettibile polvere nera e la respirano, come tutti gli abitanti della zona. Ricompare quando si tossisce sotto forma di muchi neri.  Tutto questo si ripete ogni 4 ore tutti i giorni da decine d’anni, senza fermarsi mai. E questo è solo un momento del processo produttivo dell’area a caldo e con la copertura dei parchi non c’entra assolutamente nulla. Nel frattempo tra i lavoratori impiegati nello stabilimento ex Ilva di Taranto, si registra il 500% di casi di cancro in più rispetto alla media della popolazione generale della città, non impiegata nello stabilimento stando a quanto riportato dall’ultima stima, pubblicata nel 2018, dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona), a conferma del dato allarmante diffuso oggi dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro secondo cui la maglia nera per il numero assoluto di malattie cancerogene imputabili all’attività lavorativa spetta appunto a Taranto, con il 70% dei tumori denunciati correlato al settore metalmeccanico. Nel quartiere Tamburi vi è una via definita dai residenti delle “vedove”, perché quasi tutte le donne che vi abitano hanno perso i mariti che lavoravano nell’acciaieria a causa del cancro e continuano nonostante tutto a vivere lì, dove ogni cosa si è tinta di un colore rosso scuro. La scelta tra lavoro e salute è di per se un controsenso, perché il lavoro serve per vivere. Il 4 maggio a Taranto è previsto un corteo cittadino il cui slogan appare chiaro “Tutto l’acciaio non vale la vita di un solo bambino”.