AMARE A GERUSALEMME

DI FLAVIO FUSI

In circolazione c’è un film da non perdere: “Sarah e Saleem” del regista palestinese Muayad Alayan. È il racconto, poetico e disperato, di come israeliani e palestinesi siano costretti all’odio. Anche quando si amano

Sarah e Saleem sono amanti, si incontrano in ore notturne e si scambiano sesso nel retro del furgoncino di lui. Sarah gestisce un bar, è moglie di un ufficiale dell’esercito, cresce una figlia piccola, bionda e amatissima. Saleem si arrangia con lavoretti precari, la giovane moglie aspetta il primo figlio, la modesta famiglia lo aiuta come può. Si direbbe – in un mondo normale – una banale vicenda di sesso e bugie, amore dissipato e infedeltà coniugale. Ma ecco l’impiccio: i due amanti si incontrano a Gerusalemme, Sarah è israeliana e vive in un confortevole quartiere bianco di ceto medio, Saleem è arabo e vive nella suburra nera di Gerusalemme Est. Entrambi dovrebbero saperlo: a queste latitudini – all’ombra del Muro del pianto – la normalità non è contemplata. Nella città santa e maledetta la storia fatalmente reclama il suo contributo di scandalo e sangue.

Così il regista palestinese Muayad Alayan, con precisione chirurgica, mette in scena le successive stazioni di una inevitabile catastrofe che muove dai trionfanti amplessi notturni alle sbarre di un carcere, dalle telefonate furtive ai pestaggi nei vicoli, e infine alla vergogna sventolata per strada come una bandiera sporca. Basta un piccolo, insignificante incidente. Basta un momento di tenerezza, una birra consumata insieme al tavolo di uno sporco caffè di Betlemme, per innescare la miccia. Per Sarah e Saleem, a piccoli passi, tutto precipita verso la resa dei conti. E verrebbe voglia di avvertirli, questi amanti sventati, che s’illudono di rispondere solo alle leggi del desiderio. Scena dopo scena, gradino dopo gradino, vorremmo metterli in guardia contro la grande storia che in questo luogo di splendore e di angoscia vigila inesorabile sui sogni insignificanti degli umani.

Raccontando la parabola di Sarah e Saleem, il regista racconta un inesorabile doppio razzismo. A partire dai segni elementari del linguaggio: arabi e israeliani, vicini di casa, comunicano tra loro attraverso la lingua franca dell’inglese coloniale. A partire dalla geografia cittadina: le auto che corrono a fianco del muro coronato da matasse di filo spinato, i posti di blocco, le barriere invisibili tra quartiere e quartiere, la strada ben ordinata che muore in una discarica fetida. A partire dalle complicità dell’ amicizia: di fronte alla piena confessione della colpa, la collega di Sarah si ritrae come al contatto con qualcosa di sporco: «Un arabo? Con milioni di israeliani , vai a letto con un arabo?».

Colpisce la sproporzione del peccato e della pena. I due protagonisti mostrano una enorme umiltà di desideri. Non vogliono amore, ma solo tenerezza, non sognano una vita diversa ma solo una pausa di affetto, non mostrano coraggio ma vergogna. E sono pronti a dirsi addio, Sarah e Saleem, alle prime avvisaglie della tempesta.

Troppo tardi, quando ormai i giudici delle due parti si appellano alle inesorabili tavole della legge. Gli israeliani mostrano la tracotanza della forza, il disprezzo dei padroni. Irrompono, spaccano, puniscono spìano e colpiscono con la certezza dell’impunità. Gli arabi mostrano l’ipocrisia del debole, la strumentalizzazione dei poveri, il primato della retorica sulla realtà. Anche loro spìano, tramano, si piegano alla violenza in attesa di ripagarla con altrettanta violenza. Qui si parla di due popoli aizzati l’uno contro l’altro come in un combattimento tra cani rabbiosi: nessuno è innocente, tutti sono colpevoli confessi.

Per questo, il film del regista palestinese è anche una formidabile lezione di storia. Mostra la corruzione inoculata nei tratti della vita quotidiana da una guerra a bassa-alta-mediaintensità che dura da più di settanta anni e che promette di durare per l’eternità conosciuta. La recente vittoria di Benny Netanyahu alle elezioni israeliane è il sigillo di una condanna a vita inflitta a una stessa terra dal fosco tribunale della storia. Non c’è più spazio nemmeno per il sogno. Il sogno (il “processo di pace”) si è anzi trasformato in una indecente impostura. Gli israeliani saranno condannati per sempre a «irrompere, spaccare, punire!, i palestinesi saranno condannati per sempre ad «aggredire, lamentare, complottare, subire». I capi dei due eserciti staranno certamente bene, meno bene staranno i soldati semplici, e malissimo staranno gli ultimi, le vittime senza nome.

La storia di Sarah e Saleem è in definitiva la storia di due popoli condannati a convivere. Per il loro indicibile peccato, i due amanti saranno infine puniti dai rispettivi capi, concordi nell’infliggere il tormento. Più mite la condanna di Sarah, come più mite è la condanna decretata per il popolo israeliano. Più dura, più “carnale”, la pena inflitta all’amante, come più dura è la pena imposta al popolo palestinese. Come il prigioniero di Kafka, anche Saleem non conosce la propria condanna, ma «imparerà a conoscerla sul suo proprio corpo».

Infine – si può dirlo? – in questo film i maschi sono odiosi. Tutti: dai caporioni palestinesi agli inquisitori israeliani. Il marito di Sarah, un adolescente mal cresciuto, perennemente in uniforme, pavido, atterrito dallo scandalo, debole e vendicativo. I compagni di Saleem, ragazzi di strada, insieme vittime e aguzzini. Lo stesso Saleem, che in modo confuso vuole insieme la moglie, il figlio che verrà, l’amante e l’onore della famiglia. E che finirà per perdere tutto. Gli uomini – sembra dire il regista – sono troppo affaccendati nei loro giochi di guerra. Così la piccola fiamma che il film lascia accesa alla fine del tunnel è consegnata ad altre mani, ben più accoglienti. La speranza di riscatto – se mai ci sarà riscatto per questa terra sventurata – è affidata alle donne.

Amare a Gerusalemme