MENTANA, MAHMOOD E DIKELE PARLANO DI GIOVANI E VECCHI NELL’ITALIA DI OGGI

DI SALVATORE PRINZI

Mi sono imbattuto in questo video in cui Mentana, Mahmood e Dikele parlano di giovani e vecchi nell’Italia di oggi.

Il tema mi interessa assai – credo che la questione generazionale sia una grossa contraddizione di cui si parla poco e male – e quindi butto un occhio. Al netto di un po’ di dimenticanze e alcuni passaggi problematici, Mentana dice delle cose di buon senso da cui si potrebbe partire per un ragionamento collettivo.

Innanzitutto, è certamente vero che oggi la questione generazionale non viene posta con la forza con cui è stata posta in passato. Gli stessi giovani non la pongono, e questo è sorprendente, visto che in Italia nel rapporto generazionale sono l’elemento oppresso (sono quelli che lavorano alle peggiori condizioni, che emigrano, che vivranno in un ambiente più inquinato, che portano sulle spalle il peso di un debito pubblico incredibile etc).

Perché questo non accade? C’è un dato demografico: rispetto agli anni ’70, i giovani “pesano” molto meno nella società italiana. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo (168,7 anziani ogni 100 giovani). Questo determina il dibattito pubblico, i temi, le forme di comunicazione, persino gli equilibri politici (dietro la Brexit o l’ascesa delle destre, ad esempio, c’è tanto voto “vecchio”).

Inoltre bisogna considerare che negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di giovani preparati, determinati etc, hanno scelto la via dell’emigrazione. Non avendo modo per organizzarsi politicamente o costretti dalla sopravvivenza, hanno scelto una via individuale, che per molti però è anche un atto di accusa verso un paese che non li riconosce.

Nel frattempo tanti giovani stranieri, che altrove vivificano la società, la musica, la politica, da noi vivono ancora ai margini, faticano a prendere parola o a essere coinvolti nella vita del paese.

Ma il solo dato demografico non basta. C’è anche un dato materiale: i giovani sono stati solo parzialmente integrati nel mercato del lavoro, e ci sono entrati con meno diritti. Questo fa sì che abbiano avuto più difficoltà a prendere parola. Su questo ci sono responsabilità enormi del sindacalismo confederale, che ha badato soprattutto a tutelare gli “strutturati”, invece di ragionare in un’ottica solidaristica.

Così come è materiale la crisi, che – ha ragione su questo Mentana – ha spinto il paese a ricorrere alla sua storica strategia di sopravvivenza: la famiglia, che separa i giovani fra di loro, che li rende dipendenti dai padri, dagli zii, i quali possono offrire risparmi o conoscenze.

Questa decadenza economica si riverbera in una visione ristretta alla mera sopravvivenza, per cui i giovani non sognano più, o sognano cose piccole. Diversi studi dicono che i giovani italiani sono molto più conservatori e rassegnati dei loro coetanei europei. Nel mio piccolo, da docente ho riscontrato che molti hanno paura, sono terrorizzati, desiderano un posto fisso, qualcosa a cui aggrapparsi.

Una società in espansione, fosse pure un’espansione capitalistica, fa pensare che a quella ricchezza io potrò accedere come individuo, o potrò magari accedervi come collettività. Anche da qui la forza dei movimenti sociali degli anni ’70. Quando nella testa della gente passa che “ce ne sarà sempre meno”, be’, allora è il “si salvi chi può”. I giovani si desolidarizzano come e più di tutte le altre categorie, non si riconoscono, non imparano nemmeno a riconoscersi.

E qui veniamo alla scuola. Mentana ricorda che in passato i cambiamenti arrivavano dalla scuola. Lì le generazioni si presentavano come coese, e quindi portavano istanze collettive. Invece, cosa è la scuola oggi? Quale è il rapporto di autorità?

A mio avviso quello che è cambiato è che è passata l’idea che il tuo amico non è il tuo compagno di classe, ma il professore. Che la solidarietà va cercata con lui, non con il tuo coetaneo. D’altronde famiglia e scuola controllano i ragazzi: registri, elettronici, sms… Li infantilizzano. L’enfasi sul bullismo ha completato l’opera, con la sua incitazione a denunciare, a vittimizzarsi. E’ stato distrutto il mondo dei bambini che giocano per i fatti loro, che poi saranno i ragazzi che faranno progetti in comune, che poi saranno i giovani che lotteranno insieme.

Che risposte possiamo dare a tutto questo? Be’ la risposta non può che essere collettiva. Serve creare luoghi, spazi e organizzazioni che diano modo ai giovani di esprimersi, di sopravvivere, di sognare. Serve una presa di coscienza che non sia quella stupida della “rottamazione”, ma quella de “il mondo è nostro come è vostro, ma in ultima istanza è nostro, quindi fateci fare”.

Se i giovani italiani sono in una dinamica di oppressione, possono uscirne solo come fanno tutte le altre categorie di oppressi: incontrandosi, solidarizzando, organizzandosi, elaborando un proprio discorso, rivendicando, trovando appoggi anche nelle generazioni più grandi.

Perché “voi giovani siete dinamici, in piena espansione, come il sole alle otto o alle nove del mattino. In voi risiede la speranza. Il mondo appartiene a voi. A voi appartiene l’avvenire”.

Mi sono imbattuto in questo video in cui Mentana, Mahmood e Dikele parlano di giovani e vecchi nell'Italia di oggi. Il tema mi interessa assai – credo che la questione generazionale sia una grossa contraddizione di cui si parla poco e male – e quindi butto un occhio. Al netto di un po' di dimenticanze e alcuni passaggi problematici, Mentana dice delle cose di buon senso da cui si potrebbe partire per un ragionamento collettivo. Innanzitutto, è certamente vero che oggi la questione generazionale non viene posta con la forza con cui è stata posta in passato. Gli stessi giovani non la pongono, e questo è sorprendente, visto che in Italia nel rapporto generazionale sono l'elemento oppresso (sono quelli che lavorano alle peggiori condizioni, che emigrano, che vivranno in un ambiente più inquinato, che portano sulle spalle il peso di un debito pubblico incredibile etc). Perché questo non accade? C'è un dato demografico: rispetto agli anni '70, i giovani "pesano" molto meno nella società italiana. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo (168,7 anziani ogni 100 giovani). Questo determina il dibattito pubblico, i temi, le forme di comunicazione, persino gli equilibri politici (dietro la Brexit o l'ascesa delle destre, ad esempio, c'è tanto voto "vecchio"). Inoltre bisogna considerare che negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di giovani preparati, determinati etc, hanno scelto la via dell'emigrazione. Non avendo modo per organizzarsi politicamente o costretti dalla sopravvivenza, hanno scelto una via individuale, che per molti però è anche un atto di accusa verso un paese che non li riconosce. Nel frattempo tanti giovani stranieri, che altrove vivificano la società, la musica, la politica, da noi vivono ancora ai margini, faticano a prendere parola o a essere coinvolti nella vita del paese. Ma il solo dato demografico non basta. C'è anche un dato materiale: i giovani sono stati solo parzialmente integrati nel mercato del lavoro, e ci sono entrati con meno diritti. Questo fa sì che abbiano avuto più difficoltà a prendere parola. Su questo ci sono responsabilità enormi del sindacalismo confederale, che ha badato soprattutto a tutelare gli "strutturati", invece di ragionare in un'ottica solidaristica. Così come è materiale la crisi, che – ha ragione su questo Mentana – ha spinto il paese a ricorrere alla sua storica strategia di sopravvivenza: la famiglia, che separa i giovani fra di loro, che li rende dipendenti dai padri, dagli zii, i quali possono offrire risparmi o conoscenze. Questa decadenza economica si riverbera in una visione ristretta alla mera sopravvivenza, per cui i giovani non sognano più, o sognano cose piccole. Diversi studi dicono che i giovani italiani sono molto più conservatori e rassegnati dei loro coetanei europei. Nel mio piccolo, da docente ho riscontrato che molti hanno paura, sono terrorizzati, desiderano un posto fisso, qualcosa a cui aggrapparsi. Una società in espansione, fosse pure un'espansione capitalistica, fa pensare che a quella ricchezza io potrò accedere come individuo, o potrò magari accedervi come collettività. Anche da qui la forza dei movimenti sociali degli anni '70. Quando nella testa della gente passa che "ce ne sarà sempre meno", be', allora è il "si salvi chi può". I giovani si desolidarizzano come e più di tutte le altre categorie, non si riconoscono, non imparano nemmeno a riconoscersi. E qui veniamo alla scuola. Mentana ricorda che in passato i cambiamenti arrivavano dalla scuola. Lì le generazioni si presentavano come coese, e quindi portavano istanze collettive. Invece, cosa è la scuola oggi? Quale è il rapporto di autorità?A mio avviso quello che è cambiato è che è passata l'idea che il tuo amico non è il tuo compagno di classe, ma il professore. Che la solidarietà va cercata con lui, non con il tuo coetaneo. D'altronde famiglia e scuola controllano i ragazzi: registri, elettronici, sms… Li infantilizzano. L'enfasi sul bullismo ha completato l'opera, con la sua incitazione a denunciare, a vittimizzarsi. E' stato distrutto il mondo dei bambini che giocano per i fatti loro, che poi saranno i ragazzi che faranno progetti in comune, che poi saranno i giovani che lotteranno insieme. Che risposte possiamo dare a tutto questo? Be' la risposta non può che essere collettiva. Serve creare luoghi, spazi e organizzazioni che diano modo ai giovani di esprimersi, di sopravvivere, di sognare. Serve una presa di coscienza che non sia quella stupida della "rottamazione", ma quella de "il mondo è nostro come è vostro, ma in ultima istanza è nostro, quindi fateci fare". Se i giovani italiani sono in una dinamica di oppressione, possono uscirne solo come fanno tutte le altre categorie di oppressi: incontrandosi, solidarizzando, organizzandosi, elaborando un proprio discorso, rivendicando, trovando appoggi anche nelle generazioni più grandi. Perché "voi giovani siete dinamici, in piena espansione, come il sole alle otto o alle nove del mattino. In voi risiede la speranza. Il mondo appartiene a voi. A voi appartiene l'avvenire".

Pubblicato da Salvatore Prinzi su Venerdì 3 maggio 2019