CASO VANNINI, “LE IENE”. “A SPARARE NON FU CIONTOLI”.

DI CLAUDIA SABA

Continua il racconto di Vannicola a “Le Iene”.
Si tratta di una nuova testimonianza, sul caso Marco Vannini, andata in onda a Le Iene, nella puntata di questa sera su Italia 1.
È una testimonianza importante quella di Davide Vannicola, amico dell’ex comandante dei carabinieri di Ladispoli Roberto Izzo, al quale il militare avrebbe raccontato di una telefonata ricevuta da Antonio Ciontoli subito dopo lo sparo costato la vita a Marco Vannini.
La nuova testimonianza potrebbe dimostrare che a colpire Marco quella sera, non sarebbe stato Antonio Ciontoli.
Il racconto di Davide Vannicola spiega a Le Iene: “Un giorno Izzo mi viene a trovare in negozio e mi dice: ‘Amico mio, forse ho fatto una cazzata, che forse a livello di coscienza non si può recuperare perché è morto un ragazzo. E’ una cosa che mi porterò dentro tutta la vita'”. Poi l’ex comandante gli avrebbe chiesto: “Hai sentito parlare del caso Vannini?”, e gli avrebbe raccontato che “Ciontoli aveva chiamato Izzo dicendo ‘Hanno fatto un guaio grosso, mi devi aiutare, c’è il ragazzo di mia figlia ferito nella vasca’”.
“Hanno fatto?”, “Sì, gli aveva detto così”, conferma Vannicola a Golia.
La chiamata di Antonio Ciontoli a Roberto Izzo sarebbe avvenuta prima di quella fatta per chiamare i soccorsi.
Ma “La telefonata – spiegano ancora Le Iene – non risulta agli atti, mentre risulta quella di Ciontoli all’ex comandante partita all’1.18, quando erano già in ospedale. Con che telefono sarebbe stata fatta quindi la chiamata?”.
Misteri che fino ad oggi non sono stati ancora chiariti dal processo.
Un ragazzo di 20 anni è morto e l’omertà, continua a coprire terribili segreti, come sempre.
Occorre così tanto coraggio per parlare?
Per dire la verità?
Per fare giustizia?
Forse occorre una coscienza che fino ad oggi non sembra possedere nessuno dei personaggi coinvolti in questa vicenda.
E ci vorrebbe, forse, un po’ di cuore in più.
Un cuore che esiste non solo per farci vivere fisicamente ma soprattutto per “sentire” il più forte dei dolori.
Quello di un padre e una madre distrutti da una perdita così grande, e di cui, un giorno, un altro figlio potrebbe chiederne conto.