SVILUPPI SULLA STRAGE IN SRI LANKA

DI GUIDO OLIMPIO

L’uomo delle bombe, i finanziatori-esecutori, la guida spirituale e un elemento di contatto con lo Stato Islamico. Sono queste le figure chiave della strage in Sri Lanka, i perni della macchina di morte individuati in un’inchiesta dove comunque mancano ancora dei tasselli. Aspetti rivelati al New York Times da una fonte direttamente coinvolta nel lavoro di ricerca.

Gli ordigni erano composti con la madre di Satana, il mix di sostanze “civili” facilmente acquistabili, a cui hanno aggiunto biglie di ferro e chiodi. Sulle pareti degli edifici sono ben visibili i segni delle schegge. E migliaia di altre di queste sfere sono state sequestrate nei giorni successivi in uno dei covi. Per attivare le bombe hanno escogitato un sistema a strappo. A fabbricarle, in un garage, l’artificere Achchi Mohamed Hassthun, responsabile dell’attacco all’interno della chiesa di San Sebastian. La polizia ha trovato nel suo computer le formule per la miscela ed un manuale. Sembra che l’uomo abbia ricevuto un addestramento in Turchia, forse in qualche nucleo jihadista. Un altro attentatore, Abdul Jamil, è stato in Siria ma potrebbe essersi radicalizzato in Australia. Un’esperienza da guerrigliero – come hanno aggiunto i media britannici – rafforzata da possibili contatti con una cellula attiva nel Califfato e guidata da Jihadi John, accusato di aver assassinato diversi ostaggi occidentali. Un estremista locale, identificato come Sadiq, ha rappresentato il canale tra Isis e il predicatore Zahran Hashim, anche lui morto facendo detonare una carica. Una bomba ad orologeria, invece, non è esplosa: avrebbe dovuto deflagrare 90 minuti dopo il primo “colpo” per provocare vittime tra i soccorritori.

E’ stato di nuovo confermato come proprio Hashim fosse stato indicato più volte alle autorità come un personaggio pericoloso. Lo avevano perfino definito il “rappresentante” dello Stato Islamico nello Sri Lanka, ma tutto questo non ha comportato conseguenze. Significativo il ruolo di Insham e Ilham Ibrahim, i due figli del ricco imprenditore e mercante di spezie: hanno finanziato l’operazione e, alla fine, si sono immolati insieme ai loro complici. Secondo la fonte citata dal New York Times Insham, in un messaggio lasciato sul telefono della moglie poco prima del massacro, elenca i nomi di chi gli deve del denaro, le spiega quale auto vendere e la saluta con una frase religiosa.

Al dossier si possono aggiungere alcuni risvolti. Il primo sugli allarmi. Oltre a quelli passati da New Delhi allo Sri Lanka – non meno di tre -, non si esclude che anche l’intelligence marocchina abbia fornito una segnalazione preziosa. Lo ha scritto un’agenzia indiana qualche giorno fa e indiscrezioni da noi raccolte sembrano avallare la notizia. E’ noto che i servizi di Rabat sono riusciti a infiltrare loro agenti nei ranghi del Califfato – dove non sono pochi i mujaheddin arrivati dal Marocco – e traggono dritte preziose da qualche “veterano” rientrato in patria o posto sotto controllo. Anche il capo del commando del Bataclan, Abaaoud, venne identificato grazie alla collaborazione dei marocchini.

Infine resta da chiarire il tipo di legame tra il nucleo che ha agito nello Sri Lanka e lo Stato Islamico. Chi ha innescato la “catena”? Prima ipotesi. Alcuni seguaci del Califfo, che ha messo il suo sigillo con una rivendicazione, sono stati preparati ad hoc per questa operazione e inviati sull’isola dove hanno poi reclutato il resto del network. La seconda. Gli estremisti cingalesi si sono offerti alla casa madre usando le conoscenze nate nella nebulosa integralista, ormai molto estesa. E’ comunque evidente come lo schema abbia funzionato e possa riprodursi: un paio di militanti con esperienza diretta si uniscono ad un gruppo locale, magari messo insieme contando sui parenti più stretti. Fratelli, mogli, persino i figli. Tutti uniti, in un modo o nell’altro, in una missione senza ritorno.

Da Corsera.it