GUERRA DEI DAZI CONTRO LA CINA CHE POTREBBE SCALZARE IL MAESTRO STATUNITENSE

DI ALBERTO TAROZZI

Può capitare che una domenica Trump si alzi e scopra che è arrivato l’invasor. Un invasore non caucasico, come ha sottolineato il Dipartimento di Stato, in altre parole un muso giallo, portatore di valori diversi. Visi pallidi all’erta, è scontro di civiltà. Mica come quando si discuteva con gli allievi sovietici di un Marx con il quale, bene o male, esisteva qualche comunanza del sentire in quanto “portatore di valori europei” (parole del Dipartimento di Stato).

La storiella non è nuova. Ce la raccontava il compianto nonno Huntington, a metà degli anni 90. Sosteneva che ci sarebbe stato un clash col botto tra appartenenti a culture e religioni diverse. Nessuno se lo fumò più di quel tanto, ma bastò che 5 anni dopo le Twin towers venissero abbattute e qualcuno facesse riferimento alla grandezza di Allah e la musica cambiò. Nonno Huntington subito venne considerato un profeta e ovunque nel mondo ci fosse una “faglia”, una linea di confine tra religioni differenti, gli esperti dell’Intelligence annusarono una catastrofe bellica prossima ventura.

Per il momento, ma forse è sempre stato così, la guerra di civiltà appare piuttosto come una resa dei conti di tipo bottegaio. Si chiama infatti “guerra dei dazi” e nasce dal proposito di Donald di portare al 25% i dazi su 500 miliardi e oltre di merci cinesi importate per fare cassa a vantaggio del popolo a stelle e a striscie.

Tutto qui? beh effettivamente non è poco, ma non basta.

Fino a quando? Intanto questa è la premessa per tirare la corda nei confronti di una delegazione cinese con la quale a giorni prenderà il via la trattativa. Poi si sa, da cosa nasce cosa, dipende quale. Mediazione per un nuovo ordine commerciale internazionale con sempre più forti vincoli reciproci alla circolazione delle merci? Oppure preparazione di una catastrofe bellica senza precedenti? E’ questione di gusti.

Per un giorno le borse tremano. Parecchio quelle asiatiche, oltre il meno 5%. In un ordine di grandezza più contenuto quelle europee, sotto il 2%. Soprattutto aumenta pericolosamente il prezzo del petrolio. Normale vibrazione ondulatoria o avvio di una lunga marcia su di un piano inclinato? Lo diranno i prossimi giorni.

Si aggiungano un paio di dubbi, di quelli da far peccato al solo pensarci.

Primo. Lo stile fin troppo repentino dei tweet di Donald fa supporre, a qualche maligno, l’intenzione di condizionare le borse per avvantaggiarsi del ruolo di inside trader. Insomma, se Donald e & avessero venduto titoli il venerdì, per ricomperarli tra un po’ di tempo a valore ridotto e a bufera passata, i maligni potrebbero averci azzeccato.

Meno spicciola e più strategica una seconda considerazione. relativa ad una eventuale guerra di civiltà dei prossimi anni, fondata sulla diversità inconciliabile tra visioni del mondo dei visi pallidi e dei musi gialli.

Si tratta di un conflitto veramente basato su differenti culture? Oppure, al contrario, o quasi, il conflitto nascerebbe proprio dal fatto che il giovane capitalismo cinese, passo dopo passo, è divenuto più abile del modello cui si ispirava.

In altre parole, altro che scontro di civiltà. L’allievo avrebbe superato il maestro che come Saturno non è riuscito a papparsi Giove quando era piccolo e adesso rischia di venirne scalzato.

Se così fosse Trump dovrà ridefinire i suoi timori. La minaccia cinese deriverebbe dal fatto che ad est hanno seguito i consigli dell’occidente. Hanno capito che per far fortuna bisogna fottere la concorrenza, in primo luogo il concorrente più forte, sistemato in quel di Washington, e sono diventati una copia degli statunitensi.

In un mondo in cui, al vertice, non ci sono poltrone per due.